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Minois Georges - Il pugnale e il veleno. L'assassinio politico in Europa (1400-1800)

Il pugnale e il veleno. L'assassinio politico in Europa (1400-1800) TitoloIl pugnale e il veleno. L'assassinio politico in Europa (1400-1800)
AutoreMinois Georges
Prezzo
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€ 11,25
(Prezzo di copertina € 25,00 Risparmio € 13,75)
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Dati2005, XIII-393 p., rilegato
TraduttoreIeva A.
EditoreUTET   

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Descrizione
"Libertà!, quanti crimini vengono commessi in tuo nome". Da Riccardo Il assassinato furtivamente in un torrione nel 1400, a Enrico IV, la lista di re e principi vittime di complotti e attentati è molto lunga. Il pugnale condanna il sovrano che non si dimostra all'altezza del suo incarico, e tutti i potenti temono il veleno, arma invisibile e molto più pericolosa della spada. Per giustificare il proprio gesto i tirannicidi invocano l'esempio di Bruto, mentre i teologi, in alcune circostanze, non esitano a legittimare l'uccisione del tiranno. Ed è con la benedizione del Papa che Machiavelli, testimone delle congiure ordite dai Borgia, diventa il teorico dell'assassinio politico. Il fanatismo delle guerre di religione non fa che incoraggiare i tirannicidi. I terribili supplizi previsti per i regicidi non scoraggiano gli attentatori, convinti di assecondare la volontà divina. Gli attentati non proliferano soltanto in Francia ma si diffondono in tutti i paesi europei. La morte di Enrico IV ha suscitato un tale trauma nell'immaginario collettivo da indurre il papa a una ferma condanna della dottrina tirannicida. Il secolo dei Lumi si cullerà nell'illusione di aver cancellato questo residuo dell'età barbarica e l'attentato di Damiens scandalizzerà tutta l'Europa delle buone maniere. L'esplosione dell'ordigno infernale in rue Saint-Nicaise, ai danni di Napoleone, sarà il primo attentato spettacolare, sinistra prefigurazione di un'altra forma di violenza, quella dei moderni attentati terroristici.

La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice
Se l'assassinio politico è antico quanto le società organizzate, la sua storia in Europa nei secoli XV-XIX (cioè, indicativamente, tra la soppressione del re inglese Riccardo II, 1400, e il primo, fragoroso attentato terroristico moderno in Rue Saint-Nicaise contro Bonaparte, 1800) può meritare un'attenzione specifica nel rapporto con la genesi delle istituzioni moderne. Il passaggio infatti "dall'assassinio nascosto e turpe all'attentato plateale" interpella dimensioni filosofiche, religiose e appunto politiche che questo saggio brillante affronta con ricca documentazione: a partire da una prima fase – tra il 1400 e il 1550 – in cui il delitto è posto al servizio delle cause dinastiche e familiari. Si parla di "tirannicidio", termine la cui estensione è giocata spesso nei dibattiti a posteriori su singoli fatti di sangue, e con la distinzione (poi nota per secoli) fra "tiranni di usurpazione", cioè venuti al potere illegalmente, e "tiranni di esercizio", cioè sovrani legittimi che abusano del proprio potere. Tra i singoli fatti di sangue, è poi possibile individuare vari "stili" – "all'inglese" nell'ottica di un accrescimento di potere dello stato moderno (sovrani delegittimati e poi fatti scomparire), "alla francese" in opposizione allo sviluppo di quello stesso potere, "all'italiana" come adattamento del tirannicidio antico alle nuove realtà di conflitti familiari e società dei Comuni.
Il sessantennio successivo, con le feroci guerre tra cattolici e riformati, delinea una seconda fase in cui il tirannicidio si proclama al servizio della causa religiosa – soprattutto in Francia e in Inghilterra – e il relativo dibattito arma la mano di interi filoni di opposizione o singoli fanatici. È l'epoca dei monarcomachi protestanti, che all'idea di contratto sociale ancora in embrione associano un diritto al tirannicidio, e sul fronte opposto dei leghisti cattolici; della riflessione sul tema tra i Gesuiti, che ne determinerà l'immagine stereotipa di suscitatori d'omicidi; e degli aristocratici Scontenti – il nome è un programma – verso i clan gestori del potere. Gli attentati, riusciti o meno, si contano a decine, e nuovo punto di svolta sarà il 1610 con l'assassinio di Enrico IV e l'esecuzione (spaventosa, come d'uso) dell'attentatore Ravaillac: un evento drammatico che segna nei fatti, per un complesso di fattori insieme sociologici e istituzionali, il rigetto collettivo di tale forma estrema di lotta. A concorrere in Francia al sorgere dell'assolutismo è anche il dibattito degli Stati generali sul tirannicidio, che nei decenni successivi diviene non solo più raro e più soggetto a biasimo, ma diverso quanto a obiettivi: non più i monarchi, in genere, ma i loro potenti ministri o favoriti, di volta in volta eliminati (Wallenstein, Buckingham, Concini) oppure salvi grazie ai nuovi apparati spionistici e polizieschi (Richelieu, Mazzarino).
Il colpo di temperino con cui il disperato Damiens ferisce (lievemente) Luigi XV, nel 1757, inaugura una quarta fase e rappresenta il primo attentato mediatico: grottesco e terribile è il gioco manipolatorio con cui un re detestato diviene oggetto di pubblica beatificazione, mentre i philosophes ammutoliscono di curioso stupore. Se poi di retroguardia appaiono i tirannicidi aristocratici contro i despoti illuminati di Portogallo e Svezia, idealmente all'avanguardia risulta quello gestito (o paventato, un po' in tutta Europa) da parte dei giacobini: e dal rotolare della testa del tiranno Capeto ai complotti realisti contro Napoleone il tempo è breve. Ma tra vittime innocenti di cariche esplosive, autodefinizione dei terroristi come "combattenti", metodi "moderni" d'indagine e manipolazioni assortite dell'opinione pubblica, il quadro vira ormai verso il terrorismo che conosciamo. "Il tirannicidio caratterizza una società di doveri e si presenta come la sanzione inflitta al responsabile che non ha adempiuto ai suoi; l'attentato terroristico mostra la società dei diritti, dove gli individui convinti del carattere legittimo delle loro rivendicazioni si ritengono nel giusto quando colpiscono i rappresentanti di un ordine che essi considerano iniquo". In qualche modo, conclude provocatoriamente l'autore, "proclamando i diritti dell'uomo quando non ha i mezzi materiali per garantirne il rispetto, la democrazia ha preparato la strada all'attentato terroristico".
  Franco Pezzini

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