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Burke Edmund - Scritti sull'impero

Scritti sull'impero TitoloScritti sull'impero
AutoreBurke Edmund
Prezzo
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(Prezzo di copertina € 29,00 Risparmio € 4,35)
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Descrizione
Noto in Italia quasi esclusivamente per i suoi scritti sulla rivoluzione francese, Edmund Burke è stato invece uno dei più significativi protagonisti della discussione settecentesca sulla questione dell'impero, esercitando durevole influenza sulla cultura politica britannica ed europea. L'edizione si concentra sul tema del governo dell'impero britannico presentando una scelta di scritti e discorsi parlamentari di Burke, tutti inediti in Italia e quasi tutti in versione integrale. Per il loro contesto culturale e per le diverse circostanze che li hanno occasionati, i testi illustrano anche una variegata gamma di generi espositivi, tra cui spiccano alcuni dei più begli esempi settecenteschi di eloquenza parlamentare. Nel complesso questi testi documentano l'evoluzione del pensiero politico di Burke attraverso tre decenni – dagli anni Settanta agli anni Novanta del XVIII secolo – e nei tre contesti più significativi della politica imperiale britannica dell'epoca: la crisi americana, l'amministrazione dell'India e la relazione con l'Irlanda. Ne emerge una riflessione politica cresciuta in rapporto ravvicinato con l'attività legislativa e dominata da alcuni temi guida: la questione della libertà e della rappresentanza, l'impegno per la progressiva rimozione delle discriminazioni a danno dei cattolici irlandesi e l'appassionata denuncia del malgoverno britannico in India.

La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice
I testi burkiani presenti in questo volume sono stati per la prima volta tradotti sulla base dell'edizione Clarendon Press dei Writings & Speeches. Burke viene spesso riduttivamente studiato in Italia solo come il più eminente pensatore controrivoluzionario anglosassone, per alcuni prossimo al Romanticismo. Fu invece non solo uno studioso, ma un politico whig di grande rilievo e originalità, attivo in Parlamento dal 1766 al 1795. Dichiarandosi del tutto privo "di ogni ombra di influenza politica, sia naturale che acquisita", riteneva che il potere legislativo non dovesse forzare l'inclinazione pubblica, ma interpretarla.
Ebbe a conoscere assai bene le realtà americane, indiane, irlandesi (era nativo di Dublino), che riuscì a osservare dall'alto, nota in queste pagine Daniele Francesconi, con una "visione politica stereoscopica". Giulio Abbattista rileva a sua volta come, fin dall'Account of the European Settlements in America (1757), Burke volgesse costantemente il suo sguardo oltre gli angusti confini nazionali; e come, fermo restando che solo con Emancipate your colonies, pubblicato da Bentham nel 1793, si sarebbe promossa in Gran Bretagna la dismissione stessa dell'impero, nelle condizioni specifiche del XVIII secolo quella di Burke fosse "una aperta, coerente, insistita perorazione a favore dell'esercizio illuminato e liberale dell'autorità politica su varie e profondamente diversificate realtà soggette (…) attraverso l'introduzione di sistema, regole, controllo, tutela, responsabilità"; stando all'espressione dello stesso Burke, un vero e proprio progetto per governare "a large Empire upon a plan of freedom". Egli negava infatti che l'impero potesse mantenersi con le baionette, essendo il potere tirannico incapace, in quanto tale, di far fruttare i propri affari. Al contrario, Burke elogiava gli americani, sia per l'industriosità (in un memorabile Discorso sulla mozione di conciliazione con le colonie americane, tenuto pochi mesi dopo il Congresso continentale di Filadelfia del settembre 1774), sia per la volontà di conseguire un'istruzione e coltivare uno spirito di libertà, che li induceva a fiutare infallibilmente l'avvicinarsi della tirannia "in qualsiasi brezza infetta". Andava perciò riconosciuto loro il diritto di partecipare alla vita istituzionale britannica.
Difensore dei principi della legge naturale, ma anche deciso a non contribuire allo sfibrarsi della libertà facendone un'idea astratta, nemico della "morale geografica", che sempre spinge, diceva, a ritenere accettabile il sopruso, purché commesso nelle colonie a danno degli autoctoni, l'autore delle capitali Reflections on the Revolution in France (1790) trovava intollerabile che la Compagnia delle Indie orientali, da impresa prevalentemente commerciale, fosse divenuta per l'India uno strumento di governo tirannico devastante come le armate tartare, sorta di imperium in imperio; e che il sistema di iniquità proliferante nelle colonie rischiasse di appestare irrimediabilmente i costumi politici della madrepatria, come si legge nella Lettera agli sceriffi di Bristol (la città che più volte lo mandò in parlamento). Ben più fecondo gli sembrava il rispetto delle comunità coloniali in vista del perseguimento di fini universali, tramite precisi compromessi operativi. Ciò doveva valere anche per la tratta degli schiavi nelle Americhe, che in una Bozza di Codice Nero (anni ottanta) Burke esortava almeno a regolamentare, poiché gli pareva ormai troppo radicata per poter essere abolita, o per gli ebrei, difesi nella Mozione sui fatti di St. Eustatius.
Brillava, nel suo approccio ai temi politici contemporanei, un forte senso del concreto. Nei discorsi sullo stato delle colonie in America, sia che appoggiasse l'opposizione rockinghamita, criticando l'abrogazione del dazio sul tè nel 1774 e denunciando la follia che, a suo dire, costringeva gli americani a mantenersi in uno stato di "servitù commerciale e libertà civile"; sia che promuovesse il riconoscimento britannico di assemblee rivolte all'autogoverno, deplorando l'intenzione del primo ministro lord North di limitare i traffici in varie zone d'America, Burke, che immaginava il buon impero come un aggregato di stati concordi sotto un leader comune, giudicò sempre un grave errore "l'immaginare che l'umanità segua nella pratica un principio speculativo", come facevano i "metafisici" e gli essenzialisti dell'epoca, perdendo, a suo avviso, la preziosa facoltà di riconoscere le differenze fra le cose.
Il cammino della storia dovette inevitabilmente spiazzarlo, instillando una sottile vena pessimistica nelle pagine dei discorsi e delle lettere, fitte di rimandi dotti e lucide argomentazioni. Fu così che perse ogni fiducia nel futuro. "Mi mancano le parole", ebbe a dire un giorno, dopo anni di lotta serrata ai massimi livelli istituzionali. "Non riesco ad andare avanti. All'orizzonte c'è solo caos". Daniele Rocca
 

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