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Narrativa straniera  Classica (prima del 1945) 

Melville Herman - Moby Dick o La balena

Moby Dick o La balena TitoloMoby Dick o La balena
AutoreMelville Herman
Prezzo
Sconto 15%
€ 18,70
(Prezzo di copertina € 22,00 Risparmio € 3,30)
Prezzi in altre valute
Dati2010, L-938 p., brossura
CuratoreNatale G.
EditoreUTET  (collana Letterature)

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Descrizione
"Moby-Dick" (1851) di Melville venne pubblicato in Inghilterra e negli Stati Uniti in due versioni notevolmente diverse. Tra revisioni editoriali e autoriali, le varianti superano complessivamente il migliaio. Non solo. La versione inglese, a causa dei tagli censori, conta circa duemila parole in meno rispetto a quella americana. Ciò nonostante, si è sempre voluto presentare Moby-Dick come un testo unitario, fondendo indebitamente i testi delle due versioni. Questa nuova traduzione, basata sulla recente e per molti versi rivoluzionaria edizione Longman (2007), offre al lettore italiano una versione restaurata del capolavoro melvilliano, distinguendo il testo americano da quello inglese. L'amplissimo apparato di note, oltre a illustrare in modo dettagliato le differenze più significative fra le due versioni, chiarisce in modo esauriente tutta la gamma di allusioni storiche, riferimenti geografici, citazioni bibliche, termini nautici, dissertazioni scientifiche e virtuosismi linguistici che hanno finora ostacolato una piena fruizione del romanzo.

La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice
"Tradurre Moby Dick è mettersi al corrente con i tempi", scriveva Cesare Pavese nel 1932. E davvero il bianco, terribile leviatano fu la bestia inattesa che aprì uno dei grandi varchi nelle chiuse mura della nostra cittadella italica autoassediata, per metterla di fronte alla sfida violenta della cultura dell'America. Benvenuta ogni nuova, seria traduzione che porti nuovo vento. Su quella bestia Pavese poi conficcò la sua idea di mito; e nel libro lesse una sorta di "poema sacro", pregno di simbolismo. L'alterna fortuna e la storia critica italiana su Moby-Dick (ora con il corretto trattino) hanno costituito i capitoli essenziali della sua ricezione presso un popolo, il nostro, che a distanza di appena undici anni (tanto passa dalla "quarantana" all'uscita del capolavoro melvilliano, 1851) aveva prodotto un romanzo che è quanto di più antipodale si possa concepire a quell'altezza letteraria dove le opere diventano emblemi di una nazione; e sempre che con Carlo Dossi si creda che i Promessi sposi rimangano ancora la "pietra di paragone d'ogni romanzo" che un italiano legga.
Nell'importante, acribico, freddamente appassionato lavoro di Giuseppe Natale (traduttore e teorico della traduzione negli Stati Uniti), niente di tali questioni. Natale dà una salutare sferzata alle generazioni di lettori nostrani e immette il testo dentro la tradizione anglosassone, sfruttando a pieno, con capacità di sintesi, la montagna di studi filologici e variantistici apparsi oltremanica e oltreoceano. Ce lo restituisce con un ricco apparato di brevi note (quella generale al testo e le più di mille glosse ai capitoli), da cui possiamo ricostruire la mirabolante enciclopedia che rollava nella testa di Melville. A proposito delle varianti: basti ricordare che l'edizione inglese (The Whale; or, Moby Dick, Londra 1851, contemporanea a quella americana, Moby-Dick; or, The Whale, New York 1851) presenta manipolazioni esterne arbitrarie, censure (dettate da riserve puritane e cautele politiche) e addirittura – a causa di un ritardo nella navigazione transoceanica delle bozze – l'omissione dell'intero Epilogo; per cui molti lettori inglesi intesero in buona fede che anche Ismaele fosse morto, e che dunque il romanzo fosse perlomeno incongruo.
Nulla o quasi poi delle questioni del mito, del male, della teodicea, della democrazia americana su baleniere, almeno come l'hanno declinata i lettori italiani (e non solo) via via che si sono succedute le nove traduzioni, da quella del 1932 di Pavese in poi (quella presente dovrebbe essere la decima), viene toccato da Natale. Nella breve e serrata Prefazione, a partire da un incipit ormai leggendario anche perché sancisce fin da subito la scelta fatale sia dell'autore (un'epica alla prima persona: "Call me Ishmael") sia del traduttore (Pavese: "Chiamatemi Ismaele"; Ruggero Bianchi: "Ishmael – chiamatemi così"; Natale, ancor più didascalico: "Chiamatemi pure Ismaele"), punta dritto sullo sviluppo della dimensione autobiografica, da Typee a White Jacket, per cogliere poi una doppia identità (quella di Ismaele e quella di Achab) dentro la soggettività che si agita sulla scena di Moby-Dick. Dall'"avventurosa sagra autobiografica" dei primi romanzi al libro "malavagio" ed enciclopedia del mondo, dove ogni elemento si sovraccarica di simbolico, fino alla fine, fino al naufragio, all'afasia di Achab annegato e alla parola narrante di Ismaele (altra pietra di paragone: la storia delle traduzioni di "And I only am escaped alone to tell thee"). E dell'opera mondo danno conto anche le accurate glosse che si valgono degli studi storici, letterari, geografici e – per i termini marinareschi italiani – di una serie di ben tredici dizionari tecnici tra Ottocento e primi del Novecento, che certo hanno giovato molto al sempre difficile acquisto di precisione nautica (Pavese, fra tanti errori, fece miracoli); e che deriva, alla fine delle fini, da un gap di cultura nautica tra due nazioni che perdura ancora oggi.
A parte alcune note superflue o imprecise (tutti sappiamo dov'è capo Horn), a parte il solito "babordo" (che è un francesismo inascoltabile per orecchie nostrane, se non nella fiction salgariana e nei film), a parte questioncelle minori, la riproposizione tra virgolette di stralci delle definizioni dei vocabolari marinari ottocenteschi (in testa il grande Guglielmotti, un abate) rischia di essere schematica e spesso incomprensibile se non accompagnata da una spiegazione "alla buona", che servirebbe per comprendere la figura retorica, la metafora, il simbolo di cui Melville carica ogni manovra. Quanti (perdonabili) errori fece Pavese. Ma alcune pagine "filosofiche" (cap. XXXVI) restano insuperate e forse insuperabili. Così come la sua geniale intuizione dei tempi verbali. Per esempio, proprio nell'Epilogo: "Il dramma è finito. Perché allora qualcuno si fa avanti? Perché uno è sopravvissuto alla distruzione" (Pavese); "Perché uno sopravvisse al naufragio" (Natale). Attenzione: "è sopravvissuto" (presente scenico + passato) è decisivo per spiegare il fatto essenziale che Melville si era "dimenticato" per pagine e pagine di Ismaele e lo aveva descritto alla terza persona, fondendolo con gli altri personaggi. Mentre qui, nel finale, l'io si riappropria della narrazione. Sì, perché il problema irrisolto è: com'è stato possibile un tale miracolo di genere epico classico nel pieno del mondo moderno dominato dall'io?
Giorgio Bertone

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