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Sontag Susan - L' amante del vulcano | Nella Napoli di fine '700, metropoli sontuosa e miserabile, tre inglesi danno vita a uno sconcertante triangolo amoroso. Ne è protagonista Emma, una giovane di umili condizioni ma dalla straordinaria bellezza, che sconvolgerà la vita del flemmatico scienziato Sir William Fleming e del baldanzoso ammiraglio Nelson.
| La recensione de L'Indice |

recensione di Amoruso, V., L'Indice 1995, n. 7
recensione pubblicata per l'edizione del 1995
Alla sua terza prova, Susan Sontag ha scritto con "L'amante del vulcano" il suo romanzo più ambizioso e più risolto, quello nel quale un'ammirevole felicità narrativa (che l'eccellente traduzione di Dilonardo pienamente asseconda) appare fusa con la passione intellettuale che, da sempre, è così inconfondibilmente sua e la rende unica nella cultura americana di questi anni.
Del resto, in questo e soltanto in questo, la scelta del 'romance' - specificata nel sottotitolo inglese - come genere nella cui struttura imbrigliare la complessità dell'invenzione narrativa, deve qualcosa a una tradizione specificamente americana. Come è noto, in due modi, in inglese, viene designato il nostro "romanzo", e fra di essi, fra 'romance' e 'novel', corre una differenziazione e anche un'antitesi. In estrema sintesi: il 'novel' definisce una dimensione più propriamente storica e realistica in senso europeo, mentre il 'romance' è chiamato a rappresentare una struttura narrativa più ibrida e aperta, nella direzione dell'immaginario e del fantastico, in cui acquista voce, forza, e soprattutto preminenza il coinvolgimento della voce autoriale nell'oggettività della storia e al di là del "rispecchiamento" realistico.
È, ovviamente, la lezione di Hawthorne, ma nel suo senso più innovatore e meno vulgato: perché il 'romance' non trasforma n‚ in capriccio n‚ in mero pretesto narrativo la verità storica, ma l'apre nel senso della profondità, reinventa e dà voce ai silenzi, agli sfondi possibili e inesplorati, a tutto ciò che giace sotto, fuori, o ai margini degli inerti dati dell'evento, della linearità del certo. Il 'romance', insomma, racchiude strutturalmente in se la 'fabula' e quello che può apparire - e non è - il suo contrario, la dimensione saggistica e la riflessione etica. Per questo, pur nella sua forte determinazione storica, il 'romance' è qui felicemente usato dalla Sontag come una forma eminentemente sperimentale, contaminata e, vorrei dire, modernista.
Ho precisato questo per sgombrare il campo da un'obiezione già sollevata da qualche impropria recensione americana, all'apparire del romanzo, nel 1992: e cioè l'eccesso di sofisticazione culturale, il cerebralismo e l'artificiosità di una struttura narrativa quasi sempre in stridente, e raggelante, dissidio con il "tutto tondo" della storia e dei personaggi, con la qualità corposamente realistica, fin melodrammatica, dell'intreccio.
Nulla di tutto questo, anzi il suo esatto contrario: la verità della storia, le sue convulsioni e i rivolgimenti, lo splendore o la miseria delle vicende, le passioni dei personaggi - l'incendio, l'abbandono, il generoso entusiasmo e lo sperpero delle loro vite - sono paradossalmente tanto più vivi e veri quanto più "finti" o "falsi", osservati, cioè, nella forma e nell'acribia di una insistita e scelta ottica straniante, per entro una dimensione teatrale e persino operistica, quasi che tutto - storia e personaggi - dicesse, a un tempo, la propria verità e la recita della medesima.
Non a caso, è il Vesuvio l'immagine dominante del romanzo: realtà fisica e simbolica che incombe su tutto, nel fuoco che cova o erutta, nel silenzio o nell'accesa meraviglia dei suoi furori. Natura vitalmente inquieta e inquietante, il Vesuvio è, per usare una splendida evocazione che ne diede Emily Dickinson, "un terremoto quieto": è bellezza, imprevedibilità, è soprattutto l'indistruttibile centro di una verità e del suo mistero. È l'enigmatica cifra del reale che, per definizione, può essere captata solo nella forma di una contemplazione appassionata, da uno sguardo ravvicinato e distante e dunque da una passione che sia totale, e cioè vigile ed esteticamente assoluta.
Tale è lo sguardo, la passione, dell'"amante del vulcano", Sir William Hamilton, il Cavaliere, ambasciatore inglese nella Napoli del Settecento, prossima a essere sconvolta dalla breve primavera della sua rivoluzione repubblicana. Curioso, devoto dilettante dell'osservazione scientifica e naturalistica, il Cavaliere è un collezionista di ogni cosa bella, pregiata e no, accumula tesori e anticaglie e tutto della sua immensa collezione ama con eguale, accumulativo senso del possesso. Eppure, in questa ingorda accumulazione, c'è qualcosa di non mai pago, qualcosa che squieta come un'indifferenza, un'incompiutezza che smaglia ogni pienezza e perfezione. Il Cavaliere la rintraccia nell'infinita caccia agli oggetti, ma in qualche modo essa è in lui, una radice del suo distacco, è nella tiepidezza dei suoi sentimenti, del suo collocarsi sempre in una posizione che lo defili, che garantisca la sua egoistica quiete e l'appagamento pieno dei suoi piaceri indiretti, soprattutto i suoi soli veri abbandoni, la propria collezione e l'esplorazione del vulcano. Finché nella sua vita, inviatagli come un dono, s'affaccia Emma, una popolana inglese di dubbia fama, ma vitale, bellissima, sensuale, con un naturale, ammaliante talento d'attrice e poi, in fatale successione, l'eroe per antonomasia, l'ammiraglio Nelson che si unisce a loro, in un intrigo amoroso indissolubile che avvolgerà le loro vite, passerà, indenne fra le tempeste e le ferocie della rivoluzione e della sua repressione, fino alla fine "in minore", alla fuoriuscita in forma monca, delusa, in qualche modo vana e incompiuta, dal palcoscenico della storia.
Sempre, nel pieno fiorire delle passioni, così come nella china discendente dei loro finali, la Sontag ha collocato i suoi tre protagonisti come su di una ribalta, li ha esposti alla luce di un palcoscenico, intensa, minutamente abbagliante nel dettaglio, eppure impietosa e denudante nella sua misteriosa totalità, rivelandone fino in fondo l'autenticità nell'errore, l'umana verità nella maniera.
La fascinazione che imparzialmente attira la Sontag verso ognuno di loro trova la sua massima espressione in quello straordinario tour de force stilistico ed espressivo, che è il finale che si diparte dalla morte del Cavaliere, dal suo monologo e da quelli conclusivi di quattro voci femminili: la storia è come ripercorsa all'indietro, ma è anche eco che si prolunga, che trova un suo provvisorio sigillo in un'altra verità, anch'essa sempre aperta, protesa fin dentro il presente, eppure sempre inconclusa, inquieta.
È a questo punto, infatti, che la voce autoriale - che è poi quella stessa del libro e della sua scrittura - si dissolve e compenetra nella trama stessa dei personaggi e a questo modo si ricongiunge al prologo del romanzo, dove, in prima persona, nell'incipit l'io narrante dà avvio alla propria avventura nel passato, attraverso il presente di quell'ingresso nel mercato delle pulci di New York, nell'irresistibile attrazione che spinge chi scrive a una ricerca all'apparenza senza oggetto, nel trovarobato della realtà, in ciò che è abbandonato, scartato, posto ai margini, ma che tuttavia può rivelarsi, forse, prezioso come un "disguido del possibile".
Il viaggio della Sontag è così tutt'uno con quello dei propri personaggi, ma è soprattutto maggiormente affine a quello del Cavaliere, a una modalità del suo sguardo. È attraverso di lui che risuona la nota più accorata, e più profondamente personale, di tutto il romanzo. Il collezionista appassionato e scetticamente razionale possiede infatti più di ogni altro quello che a me pare il vero "fuoco" della narrazione, e cioè passione e malinconia, un'attitudine alla scepsi lucidamente inquieta, sempre curiosa, mai appagata. Alla sua, però, io credo vada aggiunta la voce finale della rivoluzionaria Eleonora de Fonseca Pimentel, figura in margine nel pieno dell'intreccio, chiamata a sigillare in conclusione la storia, emergendo come l'improvviso in primo piano dal suo margine d'ombra. E lei che aggiunge un timbro essenziale della voce autoriale, il complemento necessario allo sguardo del Cavaliere: la sua, infatti, è la voce che traduce il fascino e l'ombra irrisolta d'ogni storia, sua è quella sottolineatura risentita - altrettanto appassionata e altrettanto autobiografica - della testimonianza e del dissidio.
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Media Voto: 3 / 5sonia rendina (28-11-2008) Mi è piaciuto davvero molto...Lo consiglio a chi ama le storie non moderne,con i re e le regine,le carrozze e le mode del tempo...agli amanti di Napoli e ai napoletani stessi...per i collezionisti di qualsiasi oggetto l'autrice si dilunga parecchio,anche sul Vesuvio stesso.La vita di corte alla Reggia di Caserta,i viaggi sulla nave,tutto ci riporta al periodo storico,che è lo stesso della rivoluzione francese.Provare per credere...forse vale la pena di leggere qualche altro libro della Sontag! Voto: 5 / 5 |  |  |  |
ale (23-09-2008) Questo romanzo è stato davvero pesante e appena ho cominciato a leggere ho pregato perche finisse subito nonostante alcune parti interessati(ma pochissime)è il romanzo piu denigratorio contro la storia borbonica e quel pezzettino d'austria venuto a napoli...Non posso dire scarso nn lo merita ma sicuramente è stato molto ma molto noioso. Voto: 1 / 5 |  |  |  |
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