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O'Hara Frank - Lunch poems |
| La recensione de L'Indice |

O'Hara, Frank, Lunch Poems, Mondadori , 1999 Ferdani, Roberto (a cura di), Un poeta e due pittori a New York negli anni '50, Centro per l'Arte Contemporanea di Palazzo Rocca, 1999
scheda di Harvey, I. L'Indice del 1999, n. 09
Con Lunch Poems il lettore italiano è invitato a lasciare dietro di sé la road kerouakiana per camminare, accanto a un curatore del MOMA, lungo le streets e avenues di New York, magari sorseggiando un nettare di papaya, con un libro di Reverdy in tasca. Frank O'Hara partecipò, insieme a John Ashbery e altri, alla fertile e fortunata stagione letterario-artistica newyorkese degli anni cinquanta-sessanta, recentemente distillata in una piccola mostra su O'Hara e due pittori suoi amici (Bluhm e Goldberg). Insieme strette (come i jeans del suo eroe James Dean) e larghe (come la sottana di Marilyn Monroe; le date non chiariscono chi, tra Wilder o O'Hara, abbia avuto per primo l'intuizione visiva della gonna che svolazza sopra le grate del subway), le sue poesie seguono l'istinto ("you just go on your nerve") di un gay loquace, habitué del famoso Cedar Bar, cattedrale dell'espressionismo astratto, e degli atelier dei vari Pollock, Kline, De Kooning ecc. Capace di scrivere tre poesie su un foglio e poi perderlo, O'Hara possedeva "la grazia di vivere nel modo più vario possibile" e, con poesie spiritose e aperte, attingeva alla profondità attraverso la superficie. La voce, nella sua poesia, non è soggettiva, non offre una prospettiva, ma è invece recuperata come "voci" spontanee eppure dissonanti che realizzano un disegno totale, una strategia poetica che assomiglia all'"action painting". Autore di un finto manifesto ("Personism") e inventore di un personalissimo sottogenere di poesia ("I do this, I do that"), O'Hara era sensibile a tutti i movimenti artistici. Fra questi, chiaramente, c'era il jazz. Peccato che anche nella celebre poesia sulla morte di Billie Holiday (The Day Lady Died, che non sarebbe "Quel dì morì Lady Day") le molte pecche della traduzione (testo a fronte) si manifestino. La fluidità e immediatezza naturale del linguaggio è spesso compromessa da un italiano impacciato.
Ian Harvey
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Maurizio (19-01-2012) Poesie per la vita di ogni giorno. Ogni fatto e' buono per comporne una. Un po' come l'antica Tafelmusik prebachiana, musica da pranzo. Ti prendono per lo stile aperto, colloquiale, difficile da rendere in italiano che e' lingua diversa dal fluido angloamericano dell'Autore. Ogni struttura non e' codificata, ma libera e connessa alla logica dell'atto creativo della pittura astratta e dell'Action Painting che O'Hara tanto amava. Il sottofondo ideale per il pittore mancato e il musicista mancato. Sono di un'altra epoca - e si sente - ma tanto vicine al lettore. Mi spiace che il volume non abbia avuto grande fortuna.
Aiutano ad inquadrare l'Autore, la sua opera e la sua epoca la bella introduzione di John Ashbery e la postfazione del traduttore, Paolo Fabrizio Iacuzzi. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
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