|
|  |
Premio Campiello 1996.
| La recensione de L'Indice |

recensione di Cecovini, M., L'Indice 1996, n. 9
(recensione pubblicata per l'edizione del 1996)
Enzo Bettiza è un tipico personaggio illirico, di lucida intelligenza associata a una caparbia volontà di affermazione; qualità che, all'ombra di un'apparente fatalistica indolenza orientale di probabile derivazione materna, sottendono il coerente disegno d'una vita concepita, guidata e controllata senza nulla concedere al caso.
Illirico, o dalmata, è chi è nato o almeno provenga dall'Illiria, quella regione rivierasca adriatica che i croati hanno sempre considerata propria, i veneziani assoggettarono e organizzarono per secoli al servizio dei loro traffici mercantili, i locali per contro hanno sempre vantato, nel loro insopprimibile anelito a un'identità libera e distinta, come il paradiso terrestre loro concesso dagli dèi, librato nell'aria e pressoché disancorato dalle miserie terrene.
Cultura italica? Anche questa è una delle tante sue contraddizioni di fondo. Il celeberrimo Niccolò Tommaseo, nato a Sebenico ma divenuto il grande linguista italiano dell'Ottocento, è considerato dai croati uno dei vertici delle loro lettere, raccoglitore, fra l'altro, del tesoro dei canti popolari di quel paese.E maiTommaseo, nella sua lunghissima vita, rinnegò la madre e la lingua materna croate.
Bettiza è in una posizione non lontana da quella ora descritta, e ha una nobiltà d'espressione in lingua italiana tutta propria.Nato a Spalato, immigrò diciottenne in Italia, prima a Gorizia e a Trieste, poi a Milano, e da quel momento si considerò "in esilio", com'egli ama definirsi, un esilio ben ospitale, conviene aggiungere, se gli consentì di entrare nella carriera del giornalismo, raggiungendone rapidamente le vette prestigiose, quale corrispondente dall'Europa dei mutamenti epocali, e in particolare dal pianeta Russia (del quale è divenuto uno dei massimi esperti).A fianco di questi già di per sé lusinghieri traguardi, egli è stato anche senatore della Repubblica e quindi membro del primo parlamento europeo eletto con suffragio universale.Non è poco, ma gli si farebbe grave torto se al vertice di questa parabola non si collocasse il Bettiza scrittore, già noto per i numerosi libri precedenti, ma salito a maggior fama letteraria col suo ultimo libro, intitolato appunto Esilio, un volume di quasi cinquecento pagine, uscito nelle edizioni mondadoriane, che già avevano ospitato le ristampe di "La campagna elettorale" e del "Fantasma di Trieste", e le nuove opere "L'anno della tigre" e "I fantasmi di Mosca".
L'"Esilio" è un libro difficile da assegnare a una delle categorie convenzionali della letteratura. Autobiografia? Libro di memorie? Omaggio all'abbandonata ma indimenticabile e indimenticata terra natale? Autobiografia involontaria lo definisce lo stesso Bettiza in quell'"Epilogo" che chiude il libro ma che consiglio di leggere come primo avvio, e comunque in stretta connessione con il "Prologo". È tra questi due stipiti infatti che Bettiza apre la porta per penetrare nei momenti fondamentali della sua vita, sentiti più come luoghi dell'anima che come oggetti di cronaca o, se si preferisce, di narrazione storica, politica e sentimentale. Un libro che - riconosce Bettiza - si è sviluppato, sotto l'impeto rampollante dei ricordi, in qualcosa di diverso dai propositi iniziali, ch'erano quelli di indagare concisamente sulla guerra balcanica ancora in corso, tanto da potersi considerare il risultato di "un grimaldello con cui il presente ha forzato e saccheggiato il passato".
Autoesiliato, dunque, Bettiza dalla sua terra natale, dove l'antica tradizione veneto-illirica era venuta consumandosi sotto l'inesorabile pressione slava, ancora una volta proiettata nach Westen, nella mitica spinta ch'era già stata dei movimenti panslavisti e panserbisti. Un concetto, questo dell'autoesilio degli illirici, inteso da Bettiza come un'oscura vocazione ancestrale, a far capo addirittura all'imperatore Diocleziano, spalatino, che rinuncia al trono per "murarsi" di sua scelta nella reggia-fortezza di Spalato, ermeticamente chiusa al mondo che le brulica ai piedi.Spalato stessa diviene così il simbolo metafisico di questo straniamento che pesa sui dalmati come un'ossessione, al punto che l'Illiria è vista come un'isola, dalla quale ci si salva solo con il murarsi in casa o con l'evasione.
I miti sono infranti, dice Bettiza, ma è ancora all'insegna del mito che i serbi combattono oggi, non contro i croati, come generalmente si crede, ma contro i balcanici islamizzati, i traditori di sempre, gli infedeli sacrileghi, gli "alieni per antonomasia". Da ciò il nuovo razzismo serbo, che giustifica oggi la sinistra tradizione serba della "pulizia etnica" con la non meno sinistra pretesa della "pulizia culturale". Il mito serbo: di avere cioè costituito l'antemurale che avrebbe salvato l'Europa dall'invasione ottomana.
Sono stato per cinque anni a fianco di Bettiza, membri entrambi del gruppo liberale e democratico delparlamento europeo.Pensavo allora - e continuo a pensare - che per lui la politica attiva sia stata soltanto l'occasione di nuove esperienze, da aggiungere a quelle già accumulate nell'osservazione dei fatti del mondo.Bettiza è un eccellente politologo, ma non, a mio parere, di sua natura un politician.Prevale sempre in lui il gusto dell'indagine, la curiosità delle situazioni intricate, l'allure dello scrittore.Sull'invito all'azione prevalgono insomma le molteplici suggestioni del pensiero.
Non è triestino, ma è vissuto a Trieste, ne parla il dialetto, ha scritto su questa città il romanzo "Il fantasma di Trieste" e il saggio "Mito e realtà di Trieste".Con onore, dunque, Trieste può considerarlo membro non precario della propria complessa comunità, che parla italiano (ma non solo italiano), pensa europeo, nutre accanto all'amore per l'Italia incancellabili nostalgie mitteleuropee.
|
6 recensioni presenti. Media Voto: 4.66 / 5francisbrun (17-09-2010) Uno dei libri piu'belli che ho letto. Narrazione magistrale. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
alberto castrini albertocastrini@hotmail.com (08-02-2009) Questo bel libro di Enzo Bettiza è difficilmente catalogabile: autobiografia, storia e amore delle radici.
Racconta, infatti, non solo la sua giovinezza ma, specialmente attraverso questa, la storia della costa dalmata dagli inizi del novecento.
Esilio è una di quelle opere che, meglio di tanti testi storici, spiega un territorio e le sue vicende attraverso gli occhi attenti di chi ha vissuto.
Quest’affresco vi permette di capire meglio l’alternarsi delle popolazioni e le vicissitudini che hanno visto succedersi: illirici, romani, slavi, veneziani e croati, producendo quel miscuglio di razze, genti e culture che formavano parte dell’impero austro-ungarico e della Jugoslavia poi, per precipitare nelle recenti tragedie delle pulizie etniche.
Le quasi cinquecento pagine sono suddivise in capitoli/argomenti che spaziano dalla cucina, alla guerra e agli affetti con quella vena di nostalgia di chi ha perso il legame con la propria terra e si sente in esilio non solo perché lontano ma perché orfano di un mondo che non esiste e non esisterà più.
Il capitolo sulla guerra è un capolavoro, un testo da meditare attentamente per i suoi giudizi sulla stupidità criminale di chi legge la realtà solo attraverso la miopia del patriottismo etnocentrico, della monocultura, dello sciovinismo e conseguentemente propone il rifiuto di ogni semplificazione culturale.
Come sempre nel caso di Bettiza, nonostante la mole del testo, le pagine scorrono piacevolmente grazie al suo stile veloce e coinvolgente.
Voto: 4 / 5 |  |  |  |
Leone (01-09-2008) Lo lessi qualche anno fa e lo ricordo come un libro con una qualità letteraria (nel senso migliore del termine) magistrale, una narrazione veramente imperdibile, una lingua esemplare. Ricchissimo di spunti e notizie affascinanti, forse perché tratti da un mondo singolare che oggi è scomparso. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Marco Fresu marco.fresumf@libero.it (31-07-2008) Il più bel libro che abbia letto da molti anni a questa parte. Straordinaria descrizione di un mondo che non esiste più: un esempio di alta letteratura. Leggetelo. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Daniele Castelnuovo-Tedesco, Firenze (02-08-2005) Bellissimo itinerario umano attraverso mondi che non esistono più (Impero austro-ungarico, Jugoslavia) passando tra ricordi, amarezze, speranze, ideali, unioni e distacchi, famiglia, cultura ed un 'letterario', coloratissimo, divertentissimo ed imperdibile capitolo dedicato alla cucina della Dalmazia e delle sue diverse componenti filtrate da tutte quelle culture che gravitavano su quella regione, quasi una filologia gastronomica. Certamente il miglior Bettiza, probabilmente una delle migliori autobiografie del '900 italiano, forse uno dei migliori libri mai letti. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
riccardo riccardo@sicap.it (04-02-2004) Bettiza è capace di trasportare in una Jugoslavia che non esiste più. Grandissima la descrizione di come cambi il panorama dalla costa, più occidentale, all'entroterra, giocato tra bazar e moschee. Voto: 4 / 5 |  |  |  |
|
 | I più venduti di Bettiza Enzo |
| Chi sceglie questo libro legge anche |
|
|