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Chiara Piero - Il cappotto di astrakan |
Media Voto: 4.25 / 5Riccardo riccardo@mabuse.it (30-04-2010) L'ho scoperto solo adesso, pur conoscendo - ovviamente - Piero Chiara. L'ho divorato in una mattina. Magnifico stile di scrittura.. capacità di coinvolgimento massima nei confronti del lettore, bella storia. Un piccolo grande capolavoro davvero! E noi tutti.. facciamo questa sorta di autocritica và, che ci lambicchiamo spesso con la inutile.. e verbosa.. retorica.. e vuota narrativa contemporanea...
Viva Piero Chiara!!! Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Silvia (11-06-2007) Sono assolutamente d'accordo con baton: Piero Chiara ha uno stile perfetto, equilibrato, cristallino, sempre appropriato. Bisognerebbe leggerlo a scuola. L'autore con le sue opere e in particolare con questa ci dimostra come si possa raccontare e scrivere una bella storia senza bisogno di ampollosità e di manierismi gratuiti. Molti scrittori contemporanei avrebbero molto da imparare! Voto: 5 / 5 |  |  |  |
baton baton@email.it (09-12-2006) Grandissimo scrittore "minore" il nostro Chiara; romanzo italiano di ambientazione francese, non solo nei luoghi. Non una parola di più, non una di meno; una lezione per tutta la nuova generazione di desolanti e desolati scrittori. Voto: 3 / 5 |  |  |  |
Bartolomeo Di Monaco bartolomeo.dimonaco@tin.it (21-09-2003) Bella scrittura, quella di Chiara, con la quale ci si trova a nostro agio; ci si siede comodamente e si prende a leggere come se, smarriti e affamati, fossimo serviti, finalmente e a sazietà, del buon cibo agognato. Ma la scrittura di Chiara è così affabulatoria, cordiale, che noi avremmo ugualmente l’impressione di trovarci seduti su di un soffice divano anche se lo stessimo leggendo, questo libro, spenzolanti dal ramo di un albero.
A Gallarate ci passava l’Orient-Express nientemeno, bastava salirci e si scendeva alla gare de Lyon, ossia a Parigi. Siamo negli anni ’50, la guerra era appena terminata e Parigi veniva considerata ancora la capitale del mondo, dove, se non si riusciva a fare fortuna, ci si arricchiva “di una cognizione del mondo e di un’esperienza che non si poteva fare altrove.”
È così che il nostro protagonista, sul finire dell’aprile 1950, all’età di 39 anni, sale su quel treno “con la valigia sopra la rete e un bel cappello in testa, libero e padrone di fermarmi in qualunque posto o di passar via” e mette i suoi piedi a terra proprio nella “Ville lumière”, dove era già stato, un po’ rocambolescamente, vent’anni prima, e dove trova alloggio conveniente presso la vedova Lenormand “sui sessantacinque anni, grassa e un po’ elefantesca nei movimenti”, la quale gli cede una camera che doveva essere stata abitata da qualcuno o da qualcuna amante dei libri e dell’arte (saprà poi che era il figlio dell’anziana vedova, Maurice), ma ora vi è sistemato da padrone Domitien, un gatto soriano di circa dieci anni con il pelo ancora lucido e la coda superba, il quale non intende affatto rinunciare al suo posto fisso sulla sedia che sta proprio davanti alla scrivania. Dunque, conoscere Parigi e forse anche conquistarla non sarà affatto cosa facile, visto il risultato delle schermaglie con Domitien, che alla fine l’ha vinta e il protagonista deve rassegnarsi a condividere la cameretta con lui.
Valentine, la ragazza nuda che scorge dietro le tapparelle di una finestra in place Sainte-Sulpice, è la prima carezza Voto: 4 / 5 |  |  |  |
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