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Montesano Giuseppe - A capofitto | "A capofitto" racconta le strampalate vicende di Gombro, un picaro moderno, un poeta ambizioso e un po' inetto il cui destino sembra inesorabilmente segnato da un'irrefrenabile caduta verso il basso corporeo: la pancia, il sesso e il cibo. Procedendo per accumoli ed eccessi, il racconto ha il potere di capovolgere tutto, di rendere risibile il sacro e doloroso il comico. Un libro scritto, come dice lo stesso autore, "cercando un'impossibile convivenza tra Cèline e Campanile, fra i Mistici e i cartoni animati".
Media Voto: 2.75 / 5Giovanni Esposito (03-04-2004) d'accordo con chi mi ha preceduto. Anche se mi sembra che questo romanzo sia stato realizzato in realtà prima dell'amato "corpo di Napoli"... e la cosa si nota dato che diversi aspetti del romanzo erano qui in germe. Voto: 2 / 5 |  |  |  |
Mirko (01-12-2002) La recensione di M. Russo (ma che insegna all'Università?) è certamente esatta dal punto di vista storico e filologico. Però io non sono un professore di lettere moderne e leggo per puro diletto. In questo senso sono maggiormente d'accordo con la lettrice, anche io sono rimasto abbastanza deluso dopo il Corpo di Napoli. Scrivi un altro romanzo Montesano! Voto: 2 / 5 |  |  |  |
Manuela (26-11-2002) Rispetto al libro precedente, questo appare molto confuso nei tempi e nella narrazione. L'autore trova ispirazione nei classici ma non riesce a riprodurre nessuna atmosfera emozionale, vivida. Voto: 2 / 5 |  |  |  |
Massimo Russo massimo.russo@katamail.com (07-06-2001) La differenza tra Giuseppe Montesano e i suoi colleghi coetanei sta nel fatto che leggendo molti dei secondi (quelli vantati per innovatori della lingua) si ha chiara la sensazione di una scarsa cultura.
Dopo aver letto “Nel corpo di Napoli” (secondo romanzo del talentuoso scrittore napoletano), si rimane un attimo disorientati nel leggere questo primo “A capofitto”, ripresentato, dopo essere uscito nel 1996 con la piccola editrice Sottotraccia, negli Oscar Mondadori, in una veste molto bella e nuova degli Oscar che Montesano ha inaugurato lo scorso anno proprio con la ristampa di “Nel corpo di Napoli”.
“A capofitto” è meno sistematico dell’altro, è più istintivo e “sciolto”, forse meno leggibile per chi non ha confidenza non con la fantasia altrui ma con la propria. Eppure è un testo, per certi versi, preferibile all’altro, proprio perché si avverte come l’Autore lasci fluire il suo immenso estro e “l’accumulo” di letture che Montesano instancabilmente e “famelicamente”, come dice qualcuno, fa (lui stesso cita Quevedo, Gombrowicz, Céline e Campanile, ma facilmente si rintracciano Orwell, de Cervantes e tanti altri, nonché “il pescato” nelle antiche maschere comiche).
Ci si presenta così il mondo caro allo scrittore, in cui l’eccesso è la regola e dove le funzioni basilari dell’uomo-macchina la fanno da padrone e vincono su qualsiasi altra necessità. Ecco che il sesso, il defecare (leggi in senso lato come “liberarsi”), e mangiare sono le uniche e sole cose che hanno un significato e per le quali può avere un senso agire e dove altri istinti, diremmo ideali, sono inevitabilmente destinati a soccombere. Come “Nel corpo di Napoli”, anche in “A capofitto”, l’Autore traccia il suo personale apologo, senza moralismi, obliquamente, facendo in modo che alla fine della lettura rimanga in ognuno di noi la necessità di capire di più e, forse, di far Voto: 5 / 5 |  |  |  |
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