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Busi Aldo - Un cuore di troppo | Il narratore, che sta trascorrendo un periodo di vacanza in una beauty farm, si imbatte in un giovane uomo che gli ricorda, per l'aspetto e per i modi, un altro uomo che aveva incontrato nello stesso luogo esattamente un anno prima e per il quale aveva provato un forte sentimento d'amore, tuttavia assolutamente non manifestato. Il nuovo uomo, al quale il protagonista oserà confidare quell'antica passione rimasta muta, conosce la persona che ha ispirato il sentimento e, dopo aver ascoltato il racconto...
Media Voto: 4.5 / 5Romano De Marco romdema@tin.it (03-05-2007) Fare letteratura parlando di se stessi può sembrare un esercizio di vanità e presunzione intollerabile, nonostante lo si faccia attraverso quello che, probabilmente, dal punto di vista stilistico, è il miglior italiano scritto, nel panorama degli autori contemporanei. Eppure, leggendo UN CUORE DI TROPPO si percepisce una grande onestà intelelttuale, una estrema rigorosità che scaturisce proprio dal mettersi in gioco completamente, dalla evidente volontà di fare letteratura sulla propria esperienza e i propri sentimenti semplicemente perchè sono gli unici argomenti dei quali possiamo raccontare in piena sincerità, gli unici che davvero conosciamo così a fondo da poterne fare argomento di divulgazione e comunicazione intellettuale. Busi, a tratti, cade nella trappola della propria vanità, ergendosi ad esempio e contrapponendosi con orgoglio a personaggi che incarnano una visione dell'esistenza opposta alla sua. Sono le parti meno riuscite e meno convinte del romanzo, come lo stesso autore ammette sottolineandole con espressioni tipo "che sonno...". Commovente e convincente, invece, il Busi indifeso, colpito dall'indifferenza e dalla involontaria, naturale crudeltà propria degli uomini capace di calpestare i sentimenti o la presunzione che talvolta facciamo di essi. Voto: 4 / 5 |  |  |  |
Massimo Sannelli sannelli@interfree.it (19-09-2005) Esiste una disgrazia ironica della perfezione, che in quanto perfezione non avrebbe bisogno di specchi ustori e critici: si ustionerebbe a sufficienza da sola, autocriticamente, ringraziandosi della colpa e della pena, e liberandosene. Nel suo fondo più buio, chi ama pretende solo due cose, quasi simboliche: dall’amato, che esponga se stesso in una risposta contemporaneamente fisica e metafisica, di corpo-senza-corpo e di parole senza corpo, e poi di corpo donato e di silenzio, e poi il contrario del contrario (per il religioso l’amore è divino e in Dio; per l’ateo consapevole l’amore è l’unico Dio, insieme alla Morte – Leopardi docet) – in ogni caso sempre con una responsabilità assunta con abbandono e con intelligenza; dall’amico-confidente, come Menes-Menelao, una simpatia che vada oltre la barriere della formalità o dell’informalità: un sì pieno di no, e un no avvolgente come un sì, umanamente carico, pietoso nella laicità che lo dovrebbe ispirare. Invece anche il confidente è una maschera, e in questo caso Totò docet: Menelao perché me-ne-lao le mani, Filatterio perché si protegge. Subi perché subisce: «A che mi servo se non sarò mai reale, se sono o ciò che subisco o un nome storpiato o niente?» (p. 128). Mentre il Grosso Salumaio & Piccolo Porco è tale perché non c’è, non sa, non può e non vuole (ma, per convenienza, c’è, sa, può e vuole, come faccendiere e pater familias): quando chiede un ultimo appuntamento, per la prima volta sessuale, Subi si rifiuta (p. 103), e si vendica punendosi. Ed è ovvio che il rifiuto avvenga: accettare ora sarebbe troppo schematico, troppo conforme ad uno schema di azione-reazione e do-ut-des («un fra-di-noi omertoso»: p. 40), troppo fuori tempo. L’amore è più grande di queste imperfezioni, ma ne è sempre ferito. Alla fine, nemmeno i marroni raccolti da Aldo e Menes possono assomigliarsi. La perfezione e l’imperfezione che li segnano a prima vista sono anche il criterio che li differenzia per sempre. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
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