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Maraini Dacia; Maraini Fosco - Il gioco dell'universo. Dialoghi immaginari tra un...

Il gioco dell'universo. Dialoghi immaginari tra un padre e una figlia TitoloIl gioco dell'universo. Dialoghi immaginari tra un padre e una figlia
AutoreMaraini Dacia; Maraini Fosco
Prezzo
Remainder  
- 55%
€ 7,65
(Prezzo di copertina € 17,00 Risparmio € 9,35)
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Dati2007, 191 p., rilegato
EditoreMondadori  (collana Scrittori italiani e stranieri)

Normalmente disponibile per la spedizione entro 5 giorni lavorativi

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Descrizione
Leggendo, riflettendo sui taccuini di Fosco Maraini - grandi pagine a quadretti ricoperte da una grafia minuta e serena - Dacia ricostruisce la personalità del padre: "Come cominciare un tuffo dentro questi taccuini paterni, che sono così vivi e ironici, che raccontano di sé parlando d'altro? Pullulano di osservazioni sul linguaggio, sulla storia, sulle religioni, sui costumi. Sono disseminati di poesie, di diari, di progetti narrativi mai portati a termine. Segno che la narrazione in lui era sempre latente, ma non arrivava al compimento."

La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice

Una sorta di autobiografia a due? Che cos'è davvero questo Il gioco dell'universo. Dialoghi immaginari tra un padre e una figlia?. Il padre è Fosco Maraini. La figlia è Dacia. Fosco è il grande viaggiatore nell'Oriente che ci ha dato Segreto Tibet (1951) e Ore giapponesi (1957). Dacia, la scrittrice pluripremiata di La lunga vita di Marianna Ucrìa (1990, stesso anno della morte del suo compagno Alberto Moravia). Se dentro ogni recensore sta rintanato come un felino un lettore appassionato, qui il lettore ripensa nel tempo di un fulmine i libri di Fosco come quelli più liberi ed entusiasti che viaggiatore italiano ci abbia donato nel Novecento. (Non a caso, in un paese di non-viaggiatori, è stato riconosciuto solo tardi). Quelli di Dacia tra i più fortunati nella loro fedeltà al politicamente corretto, al conformismo delle varie stagioni, fin dai tempi della rinuncia a uno stile in nome di un femminismo ideologico dichiarato: "Una donna che scrive poesie e sa di / essere donna, non può che tenersi attaccata / stretta ai contenuti perché la sofisticazione / delle forme è una cosa che riguarda il potere" (Donne mie, 1974). Per cui verrebbe a lui, il lettore acquattato, da dire, da gridare: "Giù le mani da Fosco".
Ma di fronte a questi appunti inediti di un padre ormai morto (2003) recuperati dalla figlia e da lei commentati, spezzandoli brano a brano, l'impressione violenta di una "vampirizzazione" del padre va subito accantonata per tornare al primum categorico: leggiamo. E non importa che gli appunti dei quadernetti di Fosco siano stati sforbiciati e raccolti senza molti scrupoli filologici, senza le date esaustive e con l'inserimento tutto personale di brani di altre opere edite, del padre e proprie. Non si tratta di un'edizione completa, ma, appunto, di un dialogo immaginario. Prendiamolo così, in prima battuta. E prendiamo al volo la voce di Fosco quando racconta dei suoi viaggi su e giù per i monti himalayani, quando divide in maniera non poco naif il mondo in "esocosmo" ed "endocosmo", quando riflette sulle religioni e spiega perché il cristianesimo non è accettabile (appuntando semplicemente: "a) rivelazione puntuale, b) peccato originale, battesimo e grazia, c) effetti pratici"). Insomma, là dove la sua curiosità onnivora, la sua passione di studioso-pellegrino laico gli fa sfiorare la storia delle religioni, l'etnologia, l'antropologia, lo studio dell'arte orientale e tante altre discipline, tutte alberganti sotto l'insegna del più sorridente, scanzonato, temerario alto dilettantismo, a tratti marchiato da un certo genio sintetico.
Dacia insiste sul carattere storicizzante delle indagini paterne. Mentre l'indole stessa di Fosco lo inclina a cogliere non già la storia, semmai le storie, parziali e circoscritte, quasi narrazioni intorno a un evento, a una vicenda, a un momento artistico. Lontano da ogni forma di storicismo, Fosco in realtà è un ardito della comparatistica affabulata. Restano indelebili le pagine sull'amore dei giapponesi per l'alba, di contro al culto degli occidentali per il tramonto, come il confronto tra il giardino all'italiana (Villa Medici a Castello) e il giardino nipponico (di Kinkaku-Ji, Kyoto). Del resto, una delle pagine più pazze e più pungenti di Segreto Tibet (non la dimentico, anche se non è riportata da Dacia Maraini) è tutta dedicata al paragone tra il sorriso della Gioconda e il sorriso del Budda. Piuttosto che dagli strani e interessanti rapporti con il grande orientalista Giuseppe Tucci, che si portò dietro il giovanissimo Fosco nelle sue spedizioni (con che ruolo davvero? allievo? fotografo? factotum? Tucci ne dice pochissimo), Dacia è attirata dalla libertà sessuale del padre, che con la moglie Topazia Alliata aveva stabilito un rapporto libero ("presessantottesco", lo definisce Dacia). E in Oriente si comportava come un "dongiovanni inguaribile".
No. Né Sessantotto, né dongiovannismo. Che tra l'altro presuppongono la civiltà borghese. Figlio di Yoi, viaggiatrice e scrittrice inglese, e di Antonio Maraini, scultore, Fosco entra a buon diritto nella schiera di spiriti liberi e un poco dandistici (anche con le sue poesie nonsensistiche: La gnosi delle fàrfole, qui saccheggiate) di cui il mondo anglosassone non è così avaro come l'Italia. Inutile criticarne moralisticamente e piccoloborghesemente i comportamenti intimi (oltretutto difficili da ricostruire; e leciti da immaginare in questa sede?). Inutile prendere addirittura le difese delle donne da lui eventualmente amate e trascurate in tempi remoti, come fa Dacia. Farlo significa ridurre culturalmente uno dei pochi personaggi intriso di cultura italiana (toscana), e insieme di cultura europea, che possediamo. Uno della razza dei Mallory, dei Durrell (Gerald), dei Chatwin, dei Robert Byron. Applicare a lui secchi schemini veterofemministi significa, oltre che snaturare il suo pensiero a ogni commento del testo, finire per ricondurlo alla misura di un ben noto, da noi, provincialismo.
Significa, tra l'altro, sciupare il senso della carica culturalmente liberatoria che per tipi come Fosco ebbe l'alpinismo. Non capire quanta parte occupò nella sua vita: oltretutto Gasherbrum IV, del 1961 (ristampato opportunamente da Vivalda nel 1996), è una pagina splendida persino "politicamente". La conquista di una difficile montagna snobisticamente inferiore di pochi metri ai mitici ottomila da parte di Riccardo Cassin, Mauri, Bonatti, con Fosco organizzatore e interprete, fu la risposta, nel 1955, alla gloriosissima ma semifascistoide conquista del K2 da parte di Ardito Desio & C., l'anno prima; ma Dacia pare ignorarlo. Un alpinismo praticato con understatement e la consapevolezza che quota cinquemila in Himalaya è quasi vita normale. Dacia si arrovella anche qui, mal comprende la mancanza di note trionfali a proposito di una gita ai cinquemila metri, e poi altrove si lagna delle salite con le pelli di foca compiute con il padre. È che alla radice di questa sfida e confronto (e, a questo punto diciamolo, non-dialogo) fra padre e figlia c'è un nodo irrisolto. Irrisolto dalla seconda: accettare post mortem il "dolcissimo padre", come lo chiama qui a ogni pagina (ma in Bagheria, 1993, tono e giudizio sono ben altri, dentro un ritratto spezzettato e geloso di un padre che affascina la figlia e l'abbandona; pur esso un libro diaristico letterariamente irrisolto: per gli stessi motivi?), e costruire sulle sue spalle un "destino" comune, una vocazione per li rami di scrittura e di viaggi? Insomma, costruirsi un pedigree a posteriori? Oppure dichiarare tutta la propria difficoltà ad accettare un tal padre, se non un'ambigua ostilità, su cui costruire per antitesi la propria via, o almeno un ultimo libretto?
Solo nelle ultime righe viene fuori, netta ed esplicita, "la memoria costretta a lavorare controvoglia". Insomma le carte buttate di colpo, e finalmente, in aria. Benedetta sincerità. "Controvoglia" tutto il volumetto? (Perché allora affrontare l'impresa? Solo per un contratto editoriale? Non si capisce bene neppure dall'intervista Mio padre Fosco eterno Peter Pan, "la Repubblica", 20 febbraio 2007). Il dialogo mancato si rivela allora un libro mancato. Ma quanto simbolico. Simbolico di due Italie, completamente diverse, se non opposte. Un bravo Plutarco dei nostri tempi o un romanziere avrebbe il suo pane. Titolo: "L'Italia in due vite parallele", sottotitolo: "Un'occasione perduta".
  Giorgio Bertone

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