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García Márquez Gabriel - Memoria delle mie puttane tristi |
"L'anno dei miei novant'anni decisi di regalarmi una notte di amore folle con un'adolescente vergine." Comincia così il nuovo romanzo di Gabriel Garcia Márquez, il libro con cui il premio Nobel colombiano torna dopo dieci anni alla narrativa. A raccontare è la voce dell'anziano protagonista, un giornalista eccentrico e solitario, che accanto a un'adolescente scopre il piacere inverosimile di contemplare il corpo nudo di una donna che dorme "senza le urgenze del desiderio o gli intralci del pudore". Scopre forse per la prima volta l'amore, quello che non ha mai cercato in tutte le donne che ha incontrato e conosciuto, trovando "l'inizio di una nuova vita a un'età in cui la maggior parte dei mortali è già morta".
| La recensione de L'Indice |

Solitudine, vecchiaia, amore, tre motivi ricorrenti nell'universo narrativo di Gabriel García Márquez, convergono nel suo ultimo lavoro, Memoria delle mie puttane tristi, l'opera con la quale il premio Nobel colombiano torna al romanzo dopo aver pubblicato la prima parte della sua autobiografia, Vivere per raccontarla (Mondadori, 2002). A dispetto del titolo, questo libro non narra una sfilza di avventure libertine, ma la storia di un uomo di novant'anni che scopre l'amore per la prima volta grazie a una prostituta adolescente che contempla sempre e solo nuda e addormentata. L'opera è un esplicito omaggio al romanzo di un altro premio Nobel, Yasunari Kawabata, La casa delle belle addormentate (1961; Mondadori, 1972), che si svolge in un inconsueto lupanare in cui uomini anziani trascorrono la notte in compagnia di giovani vergini addormentate con l'esplicito divieto di sfiorarle. Ma al di là del motivo centrale i due romanzi sono molto diversi. Se in Kawabata la visione delle vergini si fa strumento di introspezione ed elevazione spirituale, in García Márquez assume risvolti più romantici e passionali. L'anziano protagonista si innamora della adolescente e questo sentimento, per lui inedito, rivoluziona la sua vita e lo induce a ripensare alla propria esistenza. Infatti il romanzo, narrato in prima persona e ambientato in uno scenario e in un'epoca imprecisati, abbraccia due piani temporali e due discorsi: il presente del maturo innamorato col racconto del suo amore tardivo e la storia del suo passato. Il personaggio principale, che rimane anonimo, è un uomo coltissimo che ama i classici e la musica. Critico musicale e mediocre editorialista del "Diario de la Paz", dopo essere stato uno apatico professore di grammatica e latino, vive fra gli stenti nella casa che l'ha visto nascere e nella quale attende di morire circondato solo dai suoi libri e dai suoi dischi. Frequentatore di bordelli sin dall'età di dodici anni, ha sempre pagato i rapporti d'amore, anche quando le occasionali compagne non lo richiedevano: "Non sono mai andato a letto con una donna senza pagarla, e le poche che non erano del mestiere le convinsi con la ragione o con la forza a prendere il denaro sia pure per buttarlo nella spazzatura". Sul punto di sposarsi con la mai amata Ximena Ortiz, la abbandonerà sull'altare per via delle prostitute che, a suo dire, non gli hanno lasciato il tempo di accasarsi. Il suo unico rapporto duraturo è quello con Damiana, la fedele domestica che era solito sodomizzare una volta al mese sin da quando era poco più di una bambina, totalmente cieco all'amore che da decenni questa nutre nei suoi confronti. Nel giorno del suo novantesimo compleanno questo vecchio dissoluto sente risvegliare in sé istinti vitali da tempo sopiti, decide quindi di regalarsi "una notte d'amore folle con un'adolescente vergine". Si rivolge a Rosa Cabarcas, la tenutaria del postribolo più noto della città di cui era stato assiduo cliente. La donna accondiscende alla sua richiesta e alle dieci della sera gli fa trovare una bambina di quattordici anni che il protagonista battezzerà Delgadina, preferendo sino alla fine ignorarne il vero nome. Quando il vecchio entra nella camera del bordello la ragazzina, che lavora come attaccabottoni in una fabbrica per mantenere la famiglia, giace nuda e addormentata, stremata dal lavoro e sedata da un decotto di bromuro e valeriana ingerito per vincere la paura della deflorazione precoce e prezzolata. Il vecchio si limita a guardarla e a dormirvi accanto, scopre così una sensazione nuova: "il piacere inverosimile di contemplare il corpo di una donna addormentata senza le urgenze del desiderio e gli intralci del pudore". Notte dopo notte il giornalista si reca al bordello ad ammirare Delgadina. Mentre lei è immersa nel sonno le parla, canta per lei, le legge Il piccolo principe, i Racconti di Perrault, Le mille e una notte, vestendo i panni di un singolare Pigmalione. I due non si parlano mai, solo una volta Delgadina profferisce qualche parola nel sonno e in quella occasione il protagonista, che sente nella sua voce note plebee, capisce di preferirla addormentata. La ragazzina senza nome, senza storia, senza voce si trasforma a poco a poco in un foglio bianco sul quale il protagonista crea la storia del suo primo amore. Il vecchio inizia a percepirla accanto a sé durante il giorno, la vede nella sua casa mentre imperversa un acquazzone tropicale, la immagina nelle diverse tappe della sua vita, la cambia a seconda del suo umore, modificandole il colore degli occhi o l'abbigliamento a suo piacimento. Mentre la Delgadina evocata nella fantasie diurne a poco a poco si fa più reale della piccola prostituta che ritrova ogni notte nel bordello, il maturo intellettuale capisce di amarla. La scoperta dell'amore diventa un momento di comprensione di sé e cambia la sua visione dell'esistenza. Si rende conto che l'attaccamento al passato, al ricordo della madre italiana, garibaldina e poliglotta, a una scansione preordinata della vita, al "rigore ozioso" che l'ha retta e per il quale ha sempre rinunciato all'amore, non "era il premio di una mente in ordine, ma tutto il contrario, un intero sistema di simulazione inventato da me per nascondere il disordine della mia natura". Gli incontri notturni e la fantasie diurne, la realtà e l'immaginazione fuse insieme come in un romanzo, dissolvono la simulazione e lo restituiscono alla vita. I suoi gusti musicali e letterari entrano in crisi, la sua scrittura, mummificata da decenni, si vivifica, scritti come lettere d'amore i suoi articoli diventano popolarissimi mentre il vecchio sperimenta un processo di ringiovanimento. Si sente un ragazzo che vorrebbe mettersi alla testa di una manifestazione studentesca per gridare il suo amore, che cavalca una bicicletta destinata a Delgadina cantando a squarciagola per le vie della città, che soffre un dolore adolescenziale, come lui stesso lo definisce, quando, in seguito all'omicidio di un importante banchiere avvenuto nel postribolo, perde le tracce della ragazzine per un mese: "Avevo sempre creduto che morire d'amore non fosse altro che una licenza poetica. (…) constatai che non solo era possibile morire, ma che io stesso, vecchio e senza nessuno, stavo morendo d'amore. Però mi resi pure conto che era valida la verità contraria: non avrei cambiato con nulla al mondo le delizie della mia sofferenza. Avevo perso oltre quindici anni cercando di tradurre i canti di Leopardi, e solo quel pomeriggio li sentii in profondità: Oimé, se quest'è amore, com'ei travaglia". La riapertura del bordello e il ritorno di Delgadina gli restituiranno la sua quiete: scoprirà di essere riamato dalla piccola prostituta e con lei si sveglierà un anno dopo averla conosciuta, all'alba del suo novantunesimo compleanno. La vita nuova lo induce a stendere le proprie memorie per dar conto della sua rinascita "a un'età in cui la maggior parte dei mortali è giù morta" e per "digerire la verità" del suo passato. Il racconto prende le mosse da un registro in cui per tre decenni ha scrupolosamente annotato il considerevole numero dei suoi amori mercenari, i nomi delle amanti occasionali, lo stile e le circostanze di ogni rapporto: "Una volta pensai che quei calcoli di letti sarebbero stati un buon supporto per una relazione delle miserie della mia vita traviata e il titolo mi cascò dal cielo: Memoria delle mie puttane tristi". Il registro costituisce l'emblema più chiaro della sterilità della sua esistenza solitaria, della sua "vita sprecata" e, soprattutto, della scissione fra natura e cultura che caratterizza il protagonista, che attraverso il denaro ha eretto fra sé e i sentimenti, fra sé e gli altri una barriera volta ad assicurargli mantenimento del suo (dis)ordine razionale, l'illusione di un controllo totale sulla propria vita. L'amore per Delgadina porta in primo piano la sua natura fino allora soffocata: "Grazie a lei affrontai per la prima volta il mio essere naturale mentre trascorrevo i miei novanta anni". Memoria delle mie puttane tristi è, sì, come è stato scritto, una riflessione sull'età, una testimonianza della scissione fra il corpo che decade e lo spirito che non si piega all'avanzare degli anni. Memoria delle mie puttani tristi è, sì, una celebrazione dell'amore, delle sue potenzialità creatrici e trasformatrici, ma è anche e principalmente un monito a non castrare il proprio lato naturale, nell'utopia, molto moderna, di escludere il caso dalla propria esistenza. Il prezzo, sembra dire García Márquez, è il vuoto, una vita arida alla fine della quale non si ha "nulla da lasciare ai sopravissuti"; il rischio sono cent'anni di solitudine. L'accettazione del suo essere naturale salva il giornalista dalla catastrofe a cui sono destinati i personaggi del suo capolavoro del 1967. Diversamente da questi, "stirpi condannate a cent'anni di solitudine" senza "una seconda opportunità sulla terra", al vecchio − che conclude le sue memorie con la consapevolezza di vivere finalmente nella "vita reale (…) e condannato a morire di buon amore nell'agonia felice di un giorno qualsiasi dopo i (…) cent'anni" − è concessa un'ultima possibilità al tramonto della sua esistenza terrena. Dopo L'amore ai tempi del colera (1985; Mondadori, 1986), lo scrittore colombiano dimostra ancora una volta che non solo gli amori infelici sono degni di essere romanzati. In Memoria della mie puttane tristi, a differenza di quanto accade nel romanzo precedente, in cui evita di trattate l'adulterio facendo morire il marito della protagonista, si confronta con un tema scomodo già affrontato da scrittori quali Vladimir Nabokov in Lolita (1955, Mondadori, 1959) e Philip Roth in L'animale morente (2001, Einaudi, 2002). Márquez lo fa nel modo che gli è proprio da sempre: racconta la sua storia senza esprimere giudizi, lasciando che gli avvenimenti parlino da sé; dispiega il suo sguardo sul mondo e lo restituisce al lettore arricchito dalla sua immaginazione e dalla sua arte per rivelare la dimensioni più recondite e complesse della realtà e dell'essere umano, i suoi cinismi, i suoi egoismi, i suoi desideri più riprovevoli e quanto di abietto ma anche di bello ne può scaturire. La violenza insita nel destino della piccola prostituta, a parere di molti non sufficientemente rimarcata e censurata, emerge nitidamente dai particolari, dalla sua "pelle ruvida e malandata", dai suoi "indumenti da povera", dal suo lavoro massacrante, dalla sua immensa paura per il sacrificio, sedata da una tisana di valeriana. L'ingiustizia sociale è resa dai soli tre anni previsti per sanzionare lo sfruttamento sessuale dei minori, tre anni amnistiati a priori se, come Rosa Cabarcas, si gestisce un postribolo che è "l'arcadia dell'autorità locale" e se, come nel mondo rappresentato nel romanzo, esiste una stampa disposta a coprire con la menzogna qualunque scandalo. Per narrare questa storia di soprusi e di passione García Márquez ricorre allo stile terso che caratterizza i suoi migliori romanzi brevi e la sua scrittura giornalistica. Abbandonato ogni residuo di realismo magico, lo scrittore si attiene alla realtà naturale che ricrea con una prosa in cui spiccano un lessico ricco e preciso e un'aggettivazione spesso sorprendente e poetica. Caratteristiche che la traduzione italiana restituisce pienamente. |
Recensioni 1 - 20 di 102 recensioni presenti. Media Voto: 3.21 / 5Carlo carlotapella@virgilio.it (30-07-2008) non do voto 1 al libro solo perchè lo stile di Marquez è sempre unico ma per il resto lasciamo perdere............ Voto: 2 / 5 |
RG (23-05-2008) Meraviglioso..è il solo commento che si può fare a quest'autore che parla d'Amore..Non è solo la storia di un vecchio di novant'anni..è anche l'invito a nn rendersi schiavi della materialità dei gesti e delle emozioni, per non arrivare vecchi e soli e scoprirsi vuoti..
Adoro Marquez..Vi consiglio di leggere "dell'amore e di altri demoni"..anche qst meraviglioso!! Voto: 5 / 5 |
antonella (15-05-2008) noiosissimo , senza senso non si capisce dove vuole arrivare e cosa voglia dire , ma se vogliamo dirla tutta anche "l'amore ai tempi del colera" è stato al pari pesante da leggere per cui devo intuire che anche le altre sue fatiche saranno sicuramente di una noia mortale, l'unica nota positiva di quest'ultimo è che è breve e nonostante tutto per leggere 141 pagine ci ho messo la bellezza di 5 giorni quando per contro riesco a leggere 400 pagine in 2 giorni quando il libro merita. Voto: 1 / 5 |
saverio ciccimarra s.ciccimarra@katamail.com (21-04-2008) A me è piaciuto! Non è un romanzo, ma un lungo racconto da leggere in un paio di ore dopo una giornata di lavoro per rilassarsi un po'. La storia è dolce, nulla di eccezionale, ma neppure da buttare. Voto: 5 / 5 |
AG (10-09-2007) La storia di un pedofilo novantenne che non ha mai avuto un gatto (niente di più). Racconto troppo lungo, almeno 130 pagine di troppo (!). Il carattere poi è troppo piccolo, non si legge con il libro dall'altra parte della stanza. Il prezzo, solo 10 centesimi di euro a pagina.
Se l'avesse scritto chiunque altro a parte Marquez o Hemingway nessuno l'avrebbe pubblicato. Anche il Papa sarebbe insorto. Ma l'ha scritto Marquez e va tutto bene, anche i vecchi pedofili. Non urta assolutamente la mia sensibilità, ma mi stupisce che nessuno abbia da eccepire. Ma forse non ho capito nulla io, che allo stesso prezzo ho comprato "il circolo Pickwick" (1300 pagine. 1 centesimo a pagina!) e "I miserabili" (1100 pagine!). Sono proprio contento. Libro assolutamente inutile. La letteratura mondiale non è cambiata dopo la sua pubblicazione (CAPOLAVORO?????). Voto 2 solo perchè è comunque ben scritto, ma si può vivere senza leggerlo, sicuro.
Voto: 2 / 5 |
Gabriele gabryfontana@hotmail.it (31-07-2007) Non ho ancora letto nient'altro di questo autore. Non farò confronti nè paragoni. "Memoria delle mie puttane tristi" è un racconto sull'amore e sulla vecchiaia, scritto in prima persona da un autore che di anni alle spalle ne ha abbastanza da potersi permettere certe piccole verità. Un libro da divorare in un giorno, la narrazione è semplice e scorrevole ma ricca di stile; una storia fresca e di una dolcezza disarmante. Consigliatissimo. Voto: 4 / 5 |
alessandra (30-03-2007) ma come puo' non piacere uesto libro? Sono senza parole, non perchè il mio giudizio conti qualcosa, ma perchè questo non è un libro, ma una poesia d'amore,l'amore assoluto, quello che cerchiamo per una vita intera in un'altra persona ma che in verità risede solo dentro ognuno di noi. Voto: 5 / 5 |
Carlo (24-01-2007) E' stupefacente e bellissimo leggere i commenti a quest'opera. C'è chi si prende la briga di scrivere una recensione talmente negativa che ti fa sospettare che sia opera di un analfabeta che si finge lettore. Niente dierei è più urgente che leggere questo piccolo, infinito racconto d'amore assoluto. Voto: 5 / 5 |
claudia (15-11-2006) la consueta leggiadria della briosa scrittura di un maestro per dispiegare un'insolita vicenda in cui, come sempre accade in Marquez, l'amore assume le forme più disparate e anticonvenzionali per esprimersi e trionfare. Un'autentica poesia e una immensa celebrazione dell'amore che coglie l'uomo nei momenti più inattesi, trasformandolo, plasmandolo anche quando ha novant'anni e il suo percorso di vita sembra ormai giunto al capolinea. La scoperta tardiva dell'amore si traduce inesorabilmente in un empito vitale sorprendente e in una inesauribile brama di vita in grado di ridare nuova tempra all'individuo che ne fa esperienza. Spiace per chi non l'ha compreso, ma in tempi aridi d'amore e scevri di fantasia come quelli che viviamo, prtroppo, c'era da aspettarselo Voto: 5 / 5 |
ada (29-10-2006) Ho letto questo libro perchè ne ho sentito parlare tanto e mi incuriosiva il titolo. Ho voluto dare a Màrquez un'altra possibilità dato che il famoso "Cent'anni di solitudine" mi ha profondamente annoiato. Il risultato è stato soddisfacente: questo libro è un inno alla vita, una sorta di finestra sulle avventure in cui si può incorrere durante la propria esistenza. In alcuni momenti l'immensa solitudine del protagonista, la sua voglia di rivivere nonostante l'età emozioni forti mi ha trasmesso un'insolita dolcezza verso gli anziani. Voto: 5 / 5 |
yamamoto (10-10-2006) Ho capito tutto, ho rivissuto buona parte della mia vita. Il disordine è alla base di queste pulsioni irrefrenabili che l'autore ha magnificamente trasmensso al lettore. Molti increduli penseranno ad una follia letteraria. E' la verità di una vita incontrollata e dominata dagli istinti. Voto: 5 / 5 |
jenielle (17-09-2006) Questo libro l'ho letto per caso,incuriosita dal titolo e dal grande autore .
Lo considero un particolare inno alla vita e a tutte le sue sfaccettature.
Mi è parso un capolavoro letterario semplice ma profondo.
Molto veritiera la descrizione del rincorrere l'amore ,le sensazioni e le emozioni che non hanno epoche ,eta' spazio ,ne' tempo!
L'amore al vertice di ogni esistenza è descritto in maniera semplice e fluida cosi' come spesso viene vissuto nella realta'.
Libro discreto. Voto: 3 / 5 |
Sara (08-09-2006) Ho letto qualche recensione in cui si definiva questo libro "il capolavoro di Garcìa Màrquez"..... andiamo bene allora!Sono ben felice di non aver speso altri soldi per quelli precedenti, calcolando che questo è davvero scandaloso!se potessi darei meno di 1/5, un N.C. potrebbe bastare... Voto: 1 / 5 |
anonima (30-08-2006) Il capolavoro di Garcìa Màrquez! Come si può non innamorarsi dell'amore leggendo queste sue splendide pagine? Voto: 5 / 5 |
Elisabetta Atzeni betty_atzeni@hotmail.it (06-07-2006) Ho appena finito di leggere quello che ha più il sapore di un saggio breve su vizi e virtù di una lunga vita vissuta, che di un romanzo stile gabo. la verità è che mi ha lasciato l'amaro in bocca. Questo sussulto amoroso che esplode a novant'anni è vero ci affascina ma rattrista allo stesso tempo. Per chi conosce le contraddizioni ideali di gabo forse questo non stupisce, ma è una storia che mi porta troppo lontano dalla realtà. forse dovrò rileggerlo? Voto: 3 / 5 |
Assunta lolly21@supereva.it (27-05-2006) ...la prima lettura, mi ha lasciato un vuoto profondo, un senso di sfiducia, come se l'uomo e la donna fossero rimasi nudi. Non potevo arrendermi, doveva esserci qualcosa che non capivo. L'ho riletto, e poi ancora una volta. Ed ho capito, "non è mai troppo tardi per amare" per provare ad amare, per scoprire d'aver sbagliato, per poterci credere ancora, ancora una volta. Nel quotidiano egoismo.. mi piace pensare che l'amore non è un invenzione poetica. Mi piace pensare come Garzia scrive nel suo libro, che si può sempre amare ed essere amati. Voto: 5 / 5 |
Giulia (24-05-2006) Non mi è piaciuto. è un libro che va bene per un'ora di intrattenimento ma non dice nulla di sè. Praticamente un flop. Voto: 2 / 5 |
paolo grugni paolo.grugni@fastwebnet.it (09-04-2006) Marquez, prima di pubblicare questo libro, avrebbe dovuto rendersi conto che il suo straordinario percorso narrativo era arrivato alla fine. Se ne è reso conto dopo, ma oramai il danno era fatto. E questo rimarrà non solo il suo punto più basso, ma un libro indegno del suo talento. Voto: 1 / 5 |
Gerardo Di Filippo ilpoetadegliangeli@hotmail.it (01-04-2006) un libro molto delicato, senza pretese. si legge tutto d'un fiato, è ben scritto e in alcune parti l'emozione tocca vertici importanti. la vecchiaia è solo uno stato mentale, che meraviglia scoprire l'amore vero a 90 anni. Voto: 4 / 5 |
Massimo (03-03-2006) Onori a un grande, come sempre e comunque. Libro particolare: il senso della vecchiaia e della morte elaborato con originalità e squisita delicatezza, ma anche con un’introspezione che – alla fine - lascia un po’ perplesso il lettore. Voto: 3 / 5 |
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