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Doctorow Edgar L. - La marcia | Il 23 dicembre 1864 il generale William Tecumseh Sherman scriveva ad Abraham Lincoln una lettera in cui definiva la città di Savannah, in Georgia, il suo "regalo di Natale". Mai Natale era stato più sanguinoso. La caduta di Savannah infatti era l'estremo frutto della campagna nota con il nome di "marcia al mare" iniziata da Atlanta, messa a ferro e fuoco nel novembre dello stesso anno. "La marcia" è il racconto di quelle sessanta miglia di violenza e di quei sessantamila veterani dell'Unione agli ordini di un uomo la cui tenacia spesso diventa crudeltà. Intorno alle operazioni militari Doctorow dipinge un affresco di una civiltà in fuga: schiavisti, schiavi, uomini, donne, ricchi e poveri, accomunati dalla furia di una guerra civile che cerca la sua epica e trova solo sangue e distruzione.
| La recensione de L'Indice |
 Nel 1864, durante la guerra di Secessione americana, migliaia di soldati e di schiavi liberati, condotti dal generale Sherman, avanzano sulla Georgia e sulle Caroline, lasciandosi alle spalle oltre seicentomila vittime. Questi i dati storici, ai quali Doctorow intreccia le vite di numerosi personaggi, dando voce alle loro paure, alle loro riflessioni, alla volontà di comprendere. La marcia è infatti sia un romanzo storico, rigorosamente documentato, sia una fiction storica in cui gli attori non "recitano" entro lo sfondo della distruzione bellica, ma vivono e sentono intensamente ogni ferita che si apre nelle loro coscienze. Nel romanzo assistiamo alla continua compenetrazione di storia singola e sociale, individualità e universalità, dati storici circoscritti e coscienze che assurgono a simbolo eterno di un'umanità pregna di sentimenti sovraspaziali e sovratemporali. La marcia è anche metafora della condizione di sradicamento dell'individuo moderno, di una coscienza che non può che abitare un mondo eternamente fluttuante, così come afferma un personaggio: "Vedo la fermezza non nelle case radicate ma nelle cose che non hanno radici, in ciò che è itinerante". Il tema del viaggio, in tutte le sue accezioni, diventa uno dei nuclei tematici più importanti, e uno dei motivi ricorrenti che assicurano continuità semantica alla narrazione corale, nella quale ogni personaggio vive e "percorre" la propria storia e la storia del suo paese. Il generale Sherman, impavido e insieme codardo, la "negretta" Pearl, che avanza travestita da tamburino, il dottor Wrede, uomo di scienza che deve arrendersi ai limiti della ragione, e il presidente Lincoln, il quale incarna nella sua lancinante tristezza finale, tutte le "ferite" della guerra: ogni personaggio è un frammento del vasto mosaico storico, e viene paragonato dallo stesso autore a una "cellula", unità infinitesimale che costituisce i tessuti di un individuo, per farlo poi diventare tassello dell'esercito e dello stato. La marcia e l'esercito diventano dunque un corpo unico e mostruoso, efficacemente descritto come una "bestia" che avanza lentamente e inesorabilmente, dilatandosi e contraendosi come un verme, e fagocitando tutto ciò che incontra. Tali movimenti, di espansione e contrazione, ci riportano al ritmo di ispirazione ed espirazione, e a quello di sistole e diastole, alla base della preservazione biologica umana: la marcia diventa anche metafora del flusso temporale della vita, ineluttabilmente diretto verso il suo epilogo. Il ritmo della marcia appare a tratti accelerato, come nei momenti di annebbiamento, e decelerato, come nei momenti di acuta percezione, capaci di dilatare il tempo e fornire a Doctorow terreno fertile per i momenti più suggestivi di penetrante poesia. Il romanzo procede per capitoli brevi che riproducono effimere illuminazioni e, allo stesso tempo, l'organizzazione sintattica si avvale di frasi cortissime e di altre più elaborate, rispecchiando lo stesso movimento sincopato della "bestia" marciante. Rilevante è anche l'alternanza di narrazione onnisciente e discorso indiretto libero, nelle cui oscillazioni si fonda il dubbio e la mancanza di certezze dei personaggi. Il generale Sherman, ad esempio, riflette sul concetto di morte, in un momento epifanico tra i più intensi del romanzo: "L'unica ragione per temere la morte è che essa non rappresenti una vera, insensibile fine della coscienza". Forte è il richiamo ai temi esistenzialisti di assurdità e incapacità di comprensione, così come fortemente delineati sono gli echi della parabola nietzschiana del corso circolare e infinitamente ripetuto dell'esistenza. Ogni azione dei personaggi esprime infatti la volontà di andare avanti e di costruirsi un sentimento di speranza, nonostante l'orrore, incomprensibile e assurdo, che caratterizza le loro vite. E che caratterizza tutte le vite che, come quelle, sono divorate, fisicamente o moralmente, dalla "bestia" belligerante. Federico Sabatini |
Libetta libetta@hotmail.com (18-04-2007) Se davanti a questo libro capita di pensare di non esservi pronti, di non amare il genere o di non averne nessuna voglia allora è prima il caso d'innamorarsi della singolarità di Doctorow nel riproporre la Storia intrecciata alle sue, di come molte immagini da lui risultino meravigliosamente truci e torve ed ammantate di premonizione mista a consapevolezza di brutture già commesse, del modo di trasmettere affascinata apprensione per i personaggi, cominciando da Ragtime e passando per Acquedotto ny (ed eventualmente Billy Bathgate ed Il lago delle strolaghe) ed allora, con bramosia, non si vedrà l'ora di leggerlo. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
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