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Cerami Vincenzo - La lepre | "La storia, o meglio, la favola, di Cerami è semplice, lineare: in un lebbrosario, secondo una legge promulgata in Francia e dall'autore estesa all'Italia, viene rinchiusa una giovane prostituta, Bianca Maria, affetta dalla nuova peste dell'epoca, la sifilide. Secondo la sentenza emessa dai giudici che l'hanno condannata alla reclusione perpetua, Bianca Maria 'è molto pericolosa'. In realtà, Bianca Maria è una vittima, diciamo così, dell'amore. La scrittura di Cerami non ha nulla di dialettale. Ciò non toglie che si avverta continuamente come il sottofondo rude e sapido di una voce evocatrice, di un luogo preciso, cioè Roma o meglio quella parte del Lazio, ai tempi degli Stati della Chiesa, selvaggia e disabitata, che confina con la più gentile e prospera Campania. La scrittura della 'Lepre' aderisce a quei paesaggi di briganti e di malaria come un abito cucito addosso al corpo che se ne riveste. Ma bisogna dire, a questo punto, che la sifilitica e lebbrosa Bianca Maria e, in misura minore, il suo amante, il protofisico Tommaso, non sono 'figure di paesaggio' ma personaggi drammatici e commoventi anche perché emblematici non soltanto del manzoniano Seicento ma soprattutto, sia pure in maniera indiretta, del nostro tempo." Alberto Moravia
Lady Libro (11-07-2011) Ho preso questo romanzo breve in bibilioteca (e meno male! Se lo avessi acquistato in libreria avrei certamente buttato dei soldi): le prime pagine non mi avevano per niente coinvolta o entusiasmata e, nel corso della lettura, avevo pensato più volte di chiudere questo libro per non riaprirlo mai più ma, da brava e appassionata lettrice, non l'ho fatto, anche perchè volevo sapere come finisse la storia e magari il finale avrebbe riscattato almeno un po' la bruttezza delle prime pagine.
Scelta clamorosamente sbagliata! A parte che il finale è pessimo e deludente al massimo, prima di tutto non mi è piaciuto lo stile piatto e scialbo di Vincenzo Cerami: ha usato un linguaggio simile a quello degli scrittori ottocenteschi (ad esempio come Alessandro Manzoni e Victor Hugo) che non ha fatto altro che appesantire la storia con tutte quelle digressioni, interventi del narratore e citazioni in latino e non da opere medievali, lasciando piccolissimi spazi per lo sviluppo cronologico e narrativo dell'intera vicenda, nonchè per annoiare il lettore in ogni pagina e parola e procurargli pesanti effetti di sonnolenza e sbadigli continui.
A mio parere ha adoperato questa scelta soltanto per far colpo e per impressionare il lettore (cosa che, almeno in me, non è successa) senza credere davvero in ciò che stava scrivendo.
Poi non ho potuto fare a meno di percepire un'intensa freddezza in tutti quanti i personaggi presenti: le loro emozioni sono appena accennate ed essi si limitano soltanto a far tutto senza provare alcunchè.
Meno male che il romanzo aveva solo 178 pagine e che l'ho letto in pochissimo tempo... Voto: 1 / 5 |  |  |  |
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