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Mussapi Roberto - La stoffa dell'ombra e delle cose | Autore che predilige l'ampio fiato di una narrazione in versi capace di recuperare una tradizione e imporre una dimensione mitica di situazioni e personaggi, Mussapi conferma anche in questa sua nuova opera la piena disposizione a un canto a tutto tondo, estraneo a ogni chiusura intellettualistica o ermetizzante. La pagina, per Mussapi, è qualcosa di simile a una scena teatrale, sulla quale si muovono figure diverse capaci di imporre una loro voce, nell'avventura di realtà ed esistenza di cui sono testimoni.
| La recensione de L'Indice |
 Oltretempo terreno. Sulla vetta della torre antica, un passero solitario "solo a cantare a piena voce la fine / dei corpi che si abbracciano in furia e sudore". La prima delle ventinove poesie (alcune di forma e sostanza poematica, in primis La veneziana, con quei suoi 213 versi lunghi o lunghissimi) nelle quali Mussapi ha tramato la raccoltaprefigura insieme gli assi cosmico-immaginifici e l'orizzonte metapoetico in cui si inscrive la parte più cospicua del suo nuovo libro. Sotto il segno di una divorante passione della conoscenza nasce e vive da sempre la poesia di Mussapi, fra i maggiori protagonisti in Italia di quel "rinascimento" mitico che conosce la memoria come il luogo di custodia e di perenne rigenerazione del senso. Ma qui, in questa raccolta a lungo sedimentata, in questo libro che vede la luce a ben dieci anni dalla pubblicazione di La polvere e il fuoco (1997), l'ultima raccolta mussapiana prima del poema Antartide (2000), il poeta sembra aver raggiunto il centro della sua ispirazione, ritmata entro caratteristiche movenze narrative dalle improvvise accensioni visionarie. Dei vari nomi che si possono ricordare intorno a questo libro così intrigante (e, c'è da scommettere, così "irritante" per alcuni), oltre, naturalmente, a quello di Yeats, giova accogliere soprattutto quello di Keats, il poeta della ricerca del "finer tone" capace di restituire al linguaggio la qualità del semplice intensificato. Dopo aver dato voce, in incipit, nientedimeno che al passero di Lesbia, una specie di alter ego romanizzato dell'uccello bizantino di Yeats, nelle due prime sezioni il poeta-camaleonte lascia la parola all'inumano (all'ippocampo, alla rosa senza spine, al gufo, all'olivo, a una farfalla) e al post-umano (a un morto spesso a un morto per acqua , o all'anima di un morto, o all'anima di un vivo che materializza i suoi morti per mosse verbali in cui vanno sempre di nuovo affinandosi strumenti di appercezione metafisica). Quasi che per poter contemplare l'enigma del proprio destino in prima persona, come avviene nella terza e ultima parte del libro, che può essere letta come un vero e proprio autodafé dello psicologico, fosse necessario l'acquisto di una veggenza ulteriore, china sull'esistenza dal non-luogo di una dismisura ontologica. Massimo Morasso |
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