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Anno edizione: 2008
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L’ennesimo affascinante romanzo di Richard Powers comincia con la migrazione stagionale delle gru che, in rotta per il Canada, si posano su un fiume del Nebraska. E proprio su una strada che costeggia il fiume Platte dove sguazzano le gru, il giovane Mark Schluter ha un grave incidente con il suo camion. La sorella Karin, che vive in un altro stato americano, accorre al suo capezzale, ma ecco che Mark non la riconosce, o meglio crede che sia una sosia della sorella, a cui somiglia punto per punto, e inoltre si convince di essere vittima di un misterioso complotto. Allora Karin si rivolge al neurologo Gerald Weber, il quale individua nel delirio di Mark la sindrome di Capgras, ma non sa come curarla... Powers, che sempre ingloba una scienza nella trama dei suoi romanzi, qui si sofferma sul funzionamento dei fenomeni neurologici che producono l’insieme chiamato “io”, in altre parole s’interessa al problema dell’individualità (con un bel senso della formula, dice che “il cervello costituisce la rete idraulica necessaria agli spettacolari giochi d’acqua della mente”). E il suo vocabolario, che già include migliaia di parole attinte ai linguaggi di varie discipline scientifiche, si arricchisce di altre centinaia di parole. Ciò è, a mio parere, uno dei grandi meriti di questo scrittore impegnativo, anche se obbliga i lettori (o almeno alcuni) alla faticosa diligenza di consultare di continuo il dizionario. Pur giudicando affascinante questo romanzo (dal quale non è assente un discorso ecologista), mi è parso che si appesantisse in dirittura d’arrivo, cercando di chiudere le tante porte aperte, per cui lo colloco un po’ al di sotto del “Sussurro del mondo” e di “Smarrimento”.
Il premio Pulitzer Richard Powers è autore anche in questo caso di un libro profondo, che fa riflettere sui meccanismi della mente, della costruzione dei ricordi e sull'identità individuale. Il libro ha una trama affascinante non eccessivamente complicata che lo rende avvincente. La scrittura, asciutta ma densa, conferisce ai personaggi credibilità e spessore.
Un romanzo difficile da commentare che senza dubbio definirei impegnativo. La trama in sé non è complessa e i personaggi sono pochi, ma l'autore scava a fondo in ognuno di loro, in alcuni punti forse troppo a fondo, e la lettura diventa pesante. Consiglierei il romanzo a chi cerca una lettura introspettiva con spunti di riflessione sulle reazioni che gli esseri umani sviluppano per reagire alle sorprese della vita, sia personali come l'incidente di Mark che sociali come l'11 settembre. Lo sconsiglierei invece a chi cerca una lettura rilassante con una trama fluida e scorrevole. Le quasi 600 pagina alternano momenti pedanti che scendono troppo nei tecnicismi medici, descrizioni poetiche della natura e coinvolgenti storie di persone con un pizzico di mistero che ci spinge a continuare la lettura per capire cosa realmente è accaduto.
Recensioni
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Susan Faludi, nel suo Il sesso del terrore, riporta questo aneddoto: durante le settimane che seguirono l'attacco terroristico al World Trade Center si presentarono all'ospedale di Manhattan cinque magre adolescenti che non riuscivano a "ingoiare". Erano convinte che a seguito della distruzione delle torri si fossero depositate nelle loro gole delle cellule o dei resti umani, e questa convinzione infondata, come risultava dalle analisi impediva loro di mangiare. Le ragazze, scrive Faludi, "esprimevano istericamente ciò che tutti noi provavamo, ossia che la notizia era troppo dura da mandare giù": ciò che quel sintomo manifestava, in altri termini, era l'incapacità di "digerire" la catastrofe, di imporle un senso, e quindi anche di costruire intorno a essa una narrazione. Nonostante l'11 settembre sia l'oggetto di una serie ormai infinita di romanzi, memoir, film e serie televisive (per non parlare delle narrazioni ufficiali del potere, del governo o dei terroristi stessi), resta un qualcosa il cui senso sfugge, un disastro impossibile da integrare in una narrazione che lo riscatti dal trauma. Insomma: anche se l'11/9 è ormai un vero e proprio genere letterario, quando non direttamente un logo, un topos immediatamente riconoscibile e spendibile sul mercato dell'intrattenimento o della politica (penso ai film catastrofici o alla campagna per le primarie di Rudy Giuliani che aveva inglobato le torri gemelle fin nel simbolo sui volantini), rimane una lesione tutt'altro che superata.
La vicenda raccontata di Faludi mi ha fatto tornare in mente l'ultimo romanzo di DeLillo, L'uomo che cade (il cui tema è, non a caso, l'impossibilità di narrare l'11 settembre), in cui riveste un ruolo centrale proprio l'immagine disturbante e piuttosto macabra della "scheggia biologica", un piccolo grumo di cellule del corpo del kamikaze che può andarsi a incistare nel corpo delle vittime sopravvissute. Nel romanzo di DeLillo questa sorta di contagio (più fantasmatico che reale) avveniva proprio nel "ground zero" del disastro, nel momento dell'impatto dell'aereo sul grattacielo, e segnava emotivamente il protagonista tanto da renderlo irriconoscibile ai suoi cari. Un qualcosa non dissimile dall'Invasione degli ultracorpi, quell'allegoria fantascientifica che in ogni epoca della storia americana recente è servita per dare un (ultra)corpo riconoscibile alle paure del corpo sociale: i comunisti negli anni cinquanta, il terrorismo oggi.
Ricordo ora questi episodi perché con i traumi e il loro eventuale superamento, il corpo e gli ultracorpi, il modo in cui la mente costruisce e disfa le storie, ha a che fare anche il nuovo, splendido romanzo di Richard Powers, Il fabbricante di eco. Non con l'11 settembre, come si vedrà: non direttamente almeno, dato che di fatto questo è il romanzo (insieme al citato DeLillo, più di DeLillo) che più di tutti riesce a fare i conti con l'evento e con ciò che ha rappresentato.
Mark Schluter è "il tipico americano ventenne nato in uno qualsiasi degli immensi Stati vuoti", birra, pick-up truccati, estenuanti sessioni a World of Warcraft. Un "redneck", come si chiama lo stereotipo del giovane maschio bianco di campagna, scarsamente scolarizzato, di basso livello socioeconomico e politicamente conservatore: un "burino stellestrisce" si potrebbe dire se non fosse un fenomeno così vasto e complesso da aver dato vita a una vera e propria cultura. Il cuore del paese. O almeno così spera chi ha scelto Sarah Palin che di quella cultura è espressione come candidata vicepresidente per i repubblicani. Comunque tutto si può dire di Mark tranne che non sappia guidare: allora perché una sera d'inverno del 2002 alla radio le news dall'Afghanistan in mezzo al nulla di una strada dritta come un rasoio, perde il controllo del mezzo e ha un incidente quasi da perderci la vita? La risposta a questa domanda è il mistero che, sottotraccia, si dipana per tutto il romanzo e la cui soluzione giungerà con un inaspettato colpo di scena. Non è certo questa vaga suspense a tenere desta l'attenzione del lettore (che comunque è messa a dura prova: non è un romanzo facile o indulgente). Mark sopravvive, ma il danno che riporta è neurologico: da quando esce dal coma si rifiuta di riconoscere sua sorella Karin, l'accusa di essere un sosia, un replicante (come i "baccelloni" degli Ultracorpi), pedina di un più vasto complotto atto a sostituire le persone a lui care con dei freddi simulacri. "Non so nemmeno da dove salti fuori", dice alla sorella, "per quanto ne so potrebbero averti paracadutato qui quei maledetti terroristi arabi, le forze speciali".
Soffre della sindrome di Capgras, che "lo induce a credere che i propri cari siano stati sostituiti da robot, doppi o alieni che sembrano veri. Tutti gli altri vengono identificati correttamente. Il viso della persona cara trova risposta nella memoria, ma non nei sentimenti": manca la conferma emotiva al riconoscimento razionale e così la mente si inventa assurde spiegazione per colmare questa lacuna, per riparare all'assenza di un feed emotivo. "La logica si affida ai sentimenti", spiega il dottor Weber venuto dalla West Coast ad aiutare Karin. Weber è un neuropsichiatra che scrive testi divulgativi di grande successo (palesemente ispirato a Oliver Sacks e Vilayanur Ramachandran: in particolare quest'ultimo è autore di Che cosa sappiamo della mente, Mondadori, 2004, che sulla sindrome di Capgras si sofferma a lungo), affranto dal timore di sfruttare le vicende dei malati, i casi clinici che racconta, per farne storie, narrazioni a uso e consumo del pubblico (
la storia dell'uomo che scambiò sua moglie per una teiera: a chi allude è chiaro). Un personaggio molto umano, molto problematico, che sembra farsi carico delle stesse ansie del romanziere verso i suoi personaggi. Terzo protagonista, e forse più importante, è proprio Karin, sorella affettuosa e insicura (e, certo, essere disconosciuti dal proprio fratello non aiuta a coltivare fiducia in se stessi).
La trama si dipana lentamente (c'entra qualcosa la speculazione edilizia sul vicino parco naturale) e si conclude con la presunta guarigione di Mark, che viene ambiguamente a coincidere con l'inizio dell'operazione Iraqi Freedom.
Il fabbricante di eco è il perfetto esemplare del romanzo di idee. Mai mi era capitato di sottolineare tanto e così spesso un testo di finzione, di incontrare quasi a ogni pagina un'idea, un concetto, una riflessione, una scoperta. E non certo cose da poco: neuroscienza, natura del linguaggio, evoluzione, etologia, le forze misteriose e inumane che attraversano il tempo, la coscienza e gli ecosistemi. Ogni tanto questa mole di ambizioni e nozioni rischia di inceppare il ritmo della narrazione, e in effetti, da un punto di vista letterario, Il fabbricante è artisticamente meno riuscito del precedente Il tempo di una canzone (Mondadori, 2006; cfr. "L'Indice", 2007, n. 7). Eppure anche qui non solo si respira a pieni polmoni l'aria della grande letteratura (una gioia conosciuta con pochi altri scrittori oggi), ma si ritrova anche quella che forse è la cifra peculiare di Richard Powers: piegare conquiste intellettuali altissime (nei precedenti romanzi: la cibernetica, la teoria dei giochi, la fisica teorica) in un unico, coerente virtuoso e personalissimo disegno e, soprattutto, in una narrazione empatica, fortemente emotiva, a tratti quasi elegiaca. Come se fosse proprio questa empatia, questa emotività (sempre controllata, asciutta) a indicare una via di guarigione, a colmare quel gap tra identificazione razionale e riconoscimento emotivo che la sindrome di Capgras denuncia. Come a dire che questo è un romanzo sul trauma ma soprattutto sul sopravvivere al trauma e in qualche modo superarlo. Sul ripiegamento su di sé, sulla propria casa, la propria comunità: la grande ossessione della cultura statunitense degli ultimi otto anni. Sulla reazione violenta e paranoica all'aggressione che porta a respingere chi ci sta accanto, a indicarlo come nemico, a odiarlo. Sul trovare alieno il proprio stesso corpo, una massa sconosciuta e perturbante che non accettiamo più come nostra. Ma anche sulla guarigione, sulla convalescenza (lunga, dolorosa) e sul nostro modo di raccontare le storie, di costruire narrazioni e sistemi simbolici.
A un certo punto il dottor Weber, guardando sua figlia davanti a un videogioco, le chiede: "'In che senso è meglio del vero ping-pong?' La stessa domanda ossessionava il suo lavoro. Cosa aveva la specie umana per voler salvare il simbolo e sbarazzarsi di ciò che rappresentava?". Chiedersi perché il simbolo vince sul reale al punto che l'umano non può fare a meno di esso per definirsi tale, e delle narrazioni che dal simbolo sono rese possibili, è il modo migliore per digerire quel collasso del simbolico che è stato, e continua a essere, l'11 settembre. Francesco Guglieri
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