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Tremonti Giulio - La paura e la speranza. Europa: la crisi globale che si avvicina...

La paura e la speranza. Europa: la crisi globale che si avvicina e la via per superarla TitoloLa paura e la speranza. Europa: la crisi globale che si avvicina e la via per superarla
AutoreTremonti Giulio
Prezzo
Sconto 20%
€ 12,80
(Prezzo di copertina € 16,00 Risparmio € 3,20)
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Dati2008, 111 p., rilegato
EditoreMondadori  (collana Frecce)

Nella promozione Mondadori e Oscar Mondadori fino al 28 maggio

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Descrizione
Abbiamo i cellulari ma non abbiamo più i bambini. In un mondo rovesciato, oggi il superfluo costa meno del necessario. Vai a Londra con 20 euro, ma per fare la spesa al supermercato te ne servono almeno 40. Sale il costo della vita, dal pane alle bollette; stiamo consumando le risorse del pianeta; e dal mondo non vengono segnali di pace. Giulio Tremonti ha compreso ciò che sta emergendo nella consapevolezza comune: la globalizzazione, tanto celebrata, ha un lato oscuro, fatto di disoccupazione e bassi salari, crisi finanziaria, rischi ambientali, pericolose tensioni internazionali. E, per l'Europa in cui viviamo, di un doppio declino: cadono sia i numeri della popolazione, sia i numeri della produzione. Tremonti racconta le cause della situazione attuale, i passi falsi della politica e le spietate dinamiche della finanza internazionale, delineando i contorni della crisi globale di cui ogni giorno vediamo singoli episodi. Ma cerca anche di indicare una strada percorribile per superare questo momento e vincere la paura. La pianta della speranza non può nascere solo sul terreno dell'economia, ma su quello della morale e dei principi. Si tratta di rifondare la politica europea a partire da sette parole d'ordine: valori, famiglia e identità; autorità; ordine; responsabilità; federalismo. E in tutti questi campi bisogna ritornare alle radici dell'identità europea, in un percorso che va nella direzione opposta e contraria rispetto al '68 e ai suoi errori.

La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice
Tra i diversi esponenti delle classi dirigenti italiane, forse solo Giulio Tremonti sa sottolineare con la dovuta enfasi la crisi del processo di globalizzazione e la gravità dei suoi possibili esiti: ed è questo a conferire forza al suo ultimo lavoro. La paura e la speranza. Europa: la crisi globale che si avvicina e la via per superarla, (Mondadori, Milano, 2008) infatti, entra in sintonia col sentire comune proprio perché nomina, e quindi a modo suo esorcizza, anche la paura, mentre la sinistra sembra troppo spesso eludere le inquietudini invece di affrontarle. Certo, la formula dell'esorcismo di Tremonti è classicamente populista, ma almeno è qualcosa; mentre, per dirla con lo stesso autore, "sul mercatismo, la parte maggiore della sinistra – la parte governista – tace e dunque acconsente". Quando, aggiungiamo, non insiste con lo zelo del neofita nel liberismo tecnocratico che ha contribuito all'esito del 14 aprile. Il libro di Tremonti si presenta a prima vista come un rifacimento del precedente Rischi fatali. Ma alle considerazioni spesso "tecniche" di quel lavoro si aggiunge qui un pathos che, tra denunce del mercatismo e del consumismo, riabilitazione della politica contro l'economia, affermazione dei valori che quella politica dovrebbero sorreggere, costruisce efficacemente il vero contenuto politico del testo, mostrando quanto la destra di governo sia capace di fiutare l'aria che tira. La formula è populista, si diceva: e robustamente tale. Anzi, è un vero e proprio manifesto per una risposta di destra a quella crisi la cui entità sembra del tutto sfuggire a Veltroni. Come in ogni populismo che si rispetti, il "male" viene dall'esterno: non dalle dinamiche endogene di un capitale che ha frantumato il lavoro, ma da una affrettata mondializzazione del mercato, e soprattutto, dalla concorrenza cinese. E, come in ogni populismo, ci sono parole dure contro una parte del capitale, ossia contro le "megabanche" la cui irresponsabilità ha generato l'attuale crisi finanziaria; mentre non si spende nemmeno una parola sull'irresponsabilità di tutte le grandi imprese (anche di quelle "non speculative") che ormai, come ha dimostrato Guido Rossi, si fanno beffe anche formalmente dei loro stessi azionisti. E non può mancare il richiamo al demos, non già come soggetto dinamico di conflitto e di diritti, ma come "una visione strutturata e stabilizzata della società", come comunità fondata sull'appartenenza territoriale e sulla sicurezza che questa conferisce. Infine, la politica che dovrebbe contrapporsi allo strapotere dell'economia (in realtà a quello delle banche e di parte della finanza, lasciando libere le altre imprese) deve essere un vero potere, non troppo limitato dagli scrupoli del costituzionalismo, fondato su valori, famiglia, identità, autorità, ordine, responsabilità, federalismo (il puntiglioso elenco è dell'autore), capace di dare all'Europa un vero ruolo mondiale (icastiche ed efficaci le pagine dedicate all' "indecisionismo" comunitario) e di farla divenire davvero una fortezza contro merci e genti straniere. Un' Europa che rivendichi le proprie radici cristiano-giudaiche contro quegli "altri" che possiamo accettare solo se diventano immediatamente "come noi", se "rinunciano alla loro identità": giacché è solo opponendosi agli "altri" che la comunità si costituisce. Come si vede, il nostro non si è affatto convertito all'"altermondialismo". Come si vede (quando sapremo capirlo fino in fondo?) esiste anche una critica di destra alla globalizzazione: può funzionare e può occupare una parte rilevante del "nostro" spazio. Sono tesi alle quali molto si può controbattere sul piano argomentativo: ad esempio la contraddizione fra la critica al consumismo e la coalizione con il consumismo in persona. Una contraddizione che fa stridere i valori spesso raccogliticci evocati da Tremonti con il banale libertinaggio ostentato da un'intera classe dirigente; doppie e triple morali che insegnano che ai valori più severamente proclamati possono corrispondere i comportamenti più carnevaleschi: vera fonte (altro che "relativismo del '68", ovviamente aborrito in queste pagine) del nichilismo del nostro cattolicissimo paese. Qui però non serve polemizzare, ma capire. Capire la debolezza e la forza del discorso di Tremonti. La debolezza (oltre che nel riferimento protezionista a frazioni spesso arretrate del capitalismo nostrano) sta nel fatto che un progetto che vuole regole nel mercato mondiale, ma deregolamentazione per le imprese europee, che vede la società come un'insieme di "imprese che domandano decisioni e bisognosi che domandano assistenza", che affida questa caritatevole assistenza praticamente al solo volontariato, può incontrare serie difficoltà egemoniche. Al che si aggiunge una palese contraddizione tra l'esaltazione dei territori e l'odio contro la "democrazia del '68", la democrazia dal basso, permanente, quella "dei sindacati universali e dei comitati territoriali": contraddizione che ci indica in un diverso rapporto coi territori e coi loro interni conflitti una via per insidiare, e proprio dall'interno, lo strapotere leghista-tremontiano. Ma non minori, anzi, sono le ragioni della forza. Prima di tutto il discorso comunitarista si basa, come ben sappiamo, su corpose realtà territoriali. E quel discorso può contare, per diffondersi ulteriormente, su un set di strumenti che va dalle televisioni, al partito-azienda, al più tradizionale partito di massa (la Lega), mentre la sinistra non può contare sulle prime e sul secondo, ed oscilla tra parodie del terzo ed incerte sperimentazioni di qualcos'altro. Inoltre la retorica populista è capace di trasformare tutte le smentite in ulteriori conferme della propria "verità": dato che il male viene dall'esterno, ogni aggravamento della situazione può al nemico esterno essere continuamente riaddebitato, assolvendo da ogni colpa gli avversari di casa propria. Infine, la paura. Risorsa quasi inesauribile di consenso. I nuovi "democratici" si dividono tra chi la cavalca e chi la ignora. La sinistra – ahimè – extraparlamentare, ha finora cercato di "ridurla", dimostrando ragionevolmente che l' "altro" non è una minaccia. Si tratta forse, almeno e solo in questo, di imparare da Tremonti: alla paura va dato un nome, ricostruendo, se non l'immagine di un nemico, quanto meno quella di un avversario. E si dovrà quindi riproporre con efficacia la lotta di classe (il segnale dato dagli operai del Nord è stato limpido, al riguardo), ma anche (visto che le identità politiche relativamente stabili non si costruiscono solo o soprattutto in relazione alla posizione lavorativa) una lotta dei territori contro il capitalismo selvaggio, interno o esterno che sia. Territori che, nel conflitto, possono costruire quella comunità fondata sulla libera associazione e sulla partecipazione democratica che Tremonti tanto disprezza perché vi vede, e a ragione, la più pericolosa insidia all'egemonia (localizzata e per questo fortissima) della destra. Un'ultima questione. La politica che Tremonti propone di sovraordinare all'economia non ci piace. È soprattutto forza, è decisionismo programmaticamente contrario alla democrazia di base. Propone un interventismo economico europeo i cui unici contenuti certi sono i dazi e le sanzioni contro il "nemico esterno" dagli occhi a mandorla. Parla di limiti severi all'immigrazione e di completa libertà per le imprese. Ipotizza un asse privilegiato Europa-USA e lavora per un conflitto tra blocchi dal quale anche un uomo come Henry Kissinger ha recentemente messo in guardia ( "Tre rivoluzioni, un nuovo ordine", La Stampa, 14.4.08). Non ci piace, ma è una politica, è la presa d'atto che la crisi incombente non si fronteggia con la retorica mercatista nella quale la sinistra liberista insiste e contro la quale la sinistra antiliberista non sembra avere ricette, anche perché troppo ha scordato della sua propensione all'intervento nelle strutture di produzione e distribuzione. Se vogliamo risalire dal baratro del 14 aprile, cominciamo col non lasciare all'avversario la critica efficace del mercatismo selvaggio, che noi abbiamo inaugurato molto prima, e molto meglio.   Paolo Ferrero  

I vostri commenti
19 recensioni presenti.  Media Voto: 2.89 / 5

Roberto Lo Duca (17-12-2011)
La prima parte ha una forza devastante. L'autore individua come cause dell'attuale crisi da una parte la globalizzazione, entrata in Europa troppo velocemente e senza che essa stessa ponesse dei mezzi che frenassero la concorrenza sleale dei Paesi emergenti, Cina in primis, dall'altra le banche, con la loro tendenza a sbarazzarsi del rischio distribuendolo a soggetti terzi e con la creazione di una quantità di complessi strumenti finanziari come hedge funds, derivati e così via. Nella seconda parte perde un po' la sua forza iniziale, è più macchinoso, comincia a moralizzare, si concentra sulla crisi dei valori e sulla debolezza politica europea, proponendo poi alla fine una serie di misure atte a difendere il nostro mercato dall'attacco commerciale proveniente da zone extra UE e a ridarci un'identità politica europea. Lo consiglio a tutti.
Voto: 4 / 5
Angela (20-10-2009)
banale e prolisso libro infarcito di demagogia. Pessimo, confusionario come il suo autore. Volete leggere saggi illuminanti sull'economia attuale? leggete qualcosa di Stiglitz!
Voto: 1 / 5
Thecinic (06-10-2009)
E' sorprendente come certa politica, incapace di indicare una qualche linea di sviluppo per il Paese, riesca sempre a trovare un capro espiatorio per disorientare gli elettori. Un'accozzaglia di demagogia, un libro subdolo e populista. L'autore ha la straordinaria capacità di dare sempre la colpa di problemi italiani a "qualcun altro". Provate a leggere "la crisi" di Alesina e Giavazzi. Io tra le righe la considero una risposta alle idee del ministro.
Voto: 1 / 5
giorgio nobby raganelli gnr451@gmail.com (20-09-2009)
E' un ottimo libro che, anziche' seminare paure gratuite e lasciare disordine in testa, riesce a tracciare delle linee guida per chi quest'ordine lo sta cercando. E' inoltre da sottolineare con favore l'aver dedicato l'intera seconda parte alle concrete azioni che possono ancora essere intraprese. Il libro contiene delle profonde analisi che innalzano l'autore al rango di grande uomo pubblico. Un piccolo importante libro, un inizio per chi vuole capire ed agire.
Voto: 5 / 5
Emilio Piccoli (07-03-2009)
dal punto di vista analitico il contenuto è molto, molto superficiale e confuso. L'autore mescola un po' di tutto e ci serve un minestrone insipido. Un libro utile solo a confondere le idee per chi sta cercando di capire le cause che muovono il mondo. Da leggere solo per documentarsi sul disordine di idee dell'Autore.
Voto: 1 / 5
luca lucavoight@yahoo.ca (19-01-2009)
Ottimo....un quadro lucido e realista dell'economia di oggi e delle prospettive possibili...non sarà che i detrattori fanno parte di quella ancora nutrita squadra che fa dell'antiberlusconismo lo sport nazionale più praticato ?
Voto: 5 / 5
ALESSIO ALESSANDRI (07-12-2008)
Un libro che dice in parte cose vere, ma scontate e banali. E che serve a distrarre l' attenzione da molti altri problemi. Ci spiega che il male viene sempre da fuori, da cause esterne. Che i problemi dell' Italia non dipendono anche da noi, da una società corporativa e asfittica che il nostro si è ben guardato anche solo di sfiorare. Tutti i problemi sono colpa oggi dei cinesi, oggi della speculazione ("la peste del XXI secolo), oggi della globalizzazione, delle banche e dei petrolieri etc.. E' un' operazione mediatica e culturale per distrarre l' attenzione e poter dire "non è mai colpa mia". La dimostrazione che un eccellente commercialista, anzi fiscalista, non è necessariamente un buon economista
Voto: 2 / 5
Luca Angeli (03-08-2008)
Si puo' essere d'accordo o meno sulla reale esistenza della crisi e delle soluzioni possibili. Sarebbe interessante far leggere il libro in questione senza sapere che è stato scritto da Tremonti. Singolare è la ricorrente stroncatura unanime della seconda parte fatta dai detrattori, non potendo negare l'evidenza della prima. Purtroppo, volenti o nolenti,economia e società, economia ed etica, economia e fede religiosa, economia e cruda realtà umana sono inscindibili (forse perchè tutto è economia come diceva il vecchio Marx che non si definiva per primo un marxista). L'idea che l'economia sia una scienza solitaria avulsa dalla sfera psicologica e sociale...separata dall'intimità come vorrebbero i detrattori delle speranze tremontiane è solo un anelito del cuore destinato a rimanere tale
Voto: 4 / 5
Diego da Brescia (10-07-2008)
E' una importante lettura per chi segue, anche superficialmente come me, la politica e l'economia. Complicato in alcuni passaggi. Ho preferito la seconda parte, quella costruttiva e di proposta. Sono orgoglioso di avere un Ministro che cerca di fare il suo mestiere con idee nuove, coraggiose, studiate e originali...
Voto: 5 / 5
Antonio (27-06-2008)
Non posso dire di essere un economista ma nemmeno sono proprio digiuno della materia. Fatto sta che avendo letto il libro cui si fa spesso riferimento nei vari salotti televisivi (Porta a Porta, Matrix, Ballarò, Primo Piano) mi è capitato di dover leggere e rileggere anche quattro-cinque volte alcuni concetti espressi dal nostro Ministro, così contorti che comprenderli (se mai ci si riesca) è complicatissimo. Sull'analisi delle questioni sollevate da Tremonti "IN SPECIE" sul "MERCATISMO" non concordo nella maniera più categorica atteso che il contesto economico in cui viviamo non permette, senza pagarne carissime conseguenze, di tornare indietro fuggendo dalla globalizzazione. Anamnesi, diagnosi e terapia di Tremonti scontano palesemente la provenienza e la formazione politica di riferimento del Ministro.
Voto: 1 / 5
longjohnsilver (10-06-2008)
Abile e subdolo: vuole mettere paura, e rischia di riuscirci, almeno con chi è così gonzo da poter pensare che la globalizzazione sia stata accelerata dai Prodi (e quindi è altrettato gonzo da pensare che possa essere fermata dai Calderoli)
Voto: 1 / 5
Anna (14-05-2008)
In questo libro Tremonti si fa portavoce di una posizione molto forte e sotto alcuni punti di vista innovativa. Ho apprezzato molto l'analisi iniziale anche se le continue accuse verso il "mercatismo" mi sembrano eccessive. A mio avviso il capitolo sulla "sperenza" è un pò troppo semplicistico e poco dettagliato rispetto all'analisi sull'attuale situazione economica e sociale fatta all'inizio del libro. E' un libro che consiglierei a tutti gli studenti di economia politica (soprattutto agli studenti CLEMIT Bocconi) perchè evidenzia l'alter ego delle teorie economiche tanto studiate ed elogiate sui banchi universitari.
Voto: 3 / 5
Rob (12-05-2008)
Se la competenza si vede dal mattino (e dalla notte tempestosa dei 4 anni passati) il titolare di via XX settembre dovrebbe fare l'allenatore del Milan; in compenso il buon senso di Ancellotti basterebbe per surclassare le arrampicate sui vetri della banalità economica del genio di Sondrio.
E' il petrolio che costa troppo (che sarà pure vero) o è forse l'incapacità italiana di trasformare in prodotti innovativi l'oro nero?
E' la globalizzazione o è l'imprenditoria italiana d'elite, impegnata a costruire scatole cinesi per spostare i capitali dai piccoli azionisti ai magnati, ma incapace di concepire un qualsiasi piano industriale, a costituire un cancro italico?
Sono le banche italiane o è lo sherpa del Tibet ad arricchirsi alla faccia dei consumatori italiani, vendendo qua è la bond cacioffi?
Sono le mafie italiche o i cotonifici del Delhi a sotterrare il mezzogiorno italiano nel sottosviluppo atavico?

Ma perchè il capelluto piduista, compiaciuto delle capacità di questo grande scrittore di fantascienza, non assume il valente ministro nelle sue aziende, preservandoci, per un volta, da cotanta competenza? PS sono molto deluso dalla mancanza di r moscia all'interno del volume
Voto: 1 / 5
Nico (12-05-2008)
Sincretismo da quattro soldi. Stucchevole scopiazzatura di testi classici reinterpretati in chiave padan-nazionalista. Quest'uomo teme la Storia, lo sviluppo dei mercati, lo sviluppo dell'economia postmoderna e propone ricette deliranti per fronteggiare tematiche che non riesce a comprendere.Un misto di saccenteria e senso di superiorità secondo soltanto alla propensione al plagio e alla confusione teorica. Chi sostiene che l'analisi è lucida e completa probabilmente dovrebbe rileggere (o meglio, leggere) i veri classici del pensiero economico e poi fare l'impietoso confronto. Da evitare assolutamente, solo un ammiratore dell'autore può sopportare una lettura del genere.
Voto: 1 / 5
dad (08-05-2008)
Analisi impeccabile da parte di Tremonti, che molti anni segue il fenomeno; ottime anche se sono lontane le soluzioni proposte: ovvero il ritrovamento di un'identità europea e, di conseguenza, un modello che coincide a mio avviso con gli "Stati Uniti di Europa";un'entità che pur riconoscendo l'autonomia di ogni singolo stato, parla e decide con una sola voce.
Voto: 5 / 5
Nicola (10-04-2008)
Il libro si merita 8 per la prima parte sull'analisi e 3 per le disarmanti(ed a mio avviso deliranti) soluzioni.
Voto: 2 / 5
daniele (09-04-2008)
Sorprendente!
Voto: 5 / 5
Raffaele (09-04-2008)
La prima parte è una lucida analisi dei problemi legati a questo selvaggio modello di globalizzazione ed è secondo me molto interessante. Poi quando si giunge al COME risolvere il problema secondo me alcune soluzioni sono deliranti..ad esempio quando si augura un ritorno alle origini giudaico cristiane dell'europa o quando ritira fuori la barzelletta dei dazi da imporre a paesi extraeuropei di (leghista memoria)..ma per favore..
Voto: 3 / 5
Carlo (02-04-2008)
Lucido, secco, costantemente interessante. Questo saggio è frutto di un'analisi fatta da un uomo con idee forti, con valori forti. Un grande economista italiano ma non solo: un uomo come Giulio Tremonti, un grande protagonista. Da leggere in una serata densa di emozioni e di risvolti sbalorditivi, il libro, diviso in 2 parti (la paura e la speranza), riflette ideali di un liberale disgustato dal mercatismo che ha portato alla deriva non solo dei valori, ma della nostra stessa coscienza di Occidentali, i quali dovrebbero svegliarsi per difendere questa Roccaforte d'Europa, troppo debole per reggere l'urto dell'Est. Interessante anche per lettori di sinistra. Balsamo per lettori di destra.
Voto: 5 / 5

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