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Franzinelli Mimmo; Magnani Marco - Beneduce. Il finanziere di Mussolini

Beneduce. Il finanziere di Mussolini TitoloBeneduce. Il finanziere di Mussolini
AutoreFranzinelli Mimmo; Magnani Marco
Prezzo
Sconto 15%
€ 17,00
(Prezzo di copertina € 20,00 Risparmio € 3,00)
Prezzi in altre valute
Dati2009, 329 p., rilegato
EditoreMondadori  (collana Le scie)

Nella promozione Mondadori e Oscar Mondadori fino al 28 maggio

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Descrizione
Durante il fascismo lo Stato acquisì un ruolo attivo nell'economia, che divenne a pieno titolo un sistema di economia mista, finalizzato primariamente al sostegno dello sviluppo industriale e alla salvaguardia della stabilità finanziaria. Il modello che allora prese forma è rimasto sostanzialmente intatto fino agli anni '90. Artefice e protagonista assoluto di questo sistema è Alberto Beneduce. Nell'immediato dopoguerra è deputato social-riformista e nel 1921-22 ministro del Lavoro nel penultimo governo dell'Italia liberale. Nel frattempo presiede il Consorzio di credito per le opere pubbliche. Dopo la marcia su Roma Beneduce è alla guida dei più importanti istituti economico-finanziari, dall'Istituto di credito per le opere di pubblica utilità alla Bastogi, ed è negoziatore internazionale nella battaglia per "quota 90" su diretto mandato del duce. Nel 1933, al culmine della grande crisi che scuote l'Europa, Beneduce è chiamato da Mussolini alla presidenza di un nuovo ente pubblico, l'IRI, che acquisisce il patrimonio industriale fino ad allora controllato dalle grandi banche appena liquidate. Fra il 1939 e il 1940 Beneduce, in precarie condizioni di salute, abbandona gradualmente le sue cariche. Muore poco prima della liberazione di Roma, ma il sistema di economia mista da lui creato, metà privato e metà pubblico, sopravviverà al fascismo e fornirà un impulso determinante al decollo economico del secondo dopoguerra.

La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice
Opportunista e transfuga politico. Abile e fedele uomo di stato. Economista visionario e innovatore. Sono solo alcune delle definizioni con cui si può provare a descrivere la personalità di Alberto Beneduce. Definizioni assai diverse fra loro, ognuna capace tuttavia di dare parziale conto di colui che – e così si aggiunge all'elenco un'altra chiave di lettura prosopografica – fu il grand commis di Mussolini.
Non c'è storico né politologo che non sia convinto di saperne abbastanza su Beneduce. In realtà, la conoscenza in merito a questo "figlio del Sud", nato a Caserta nel 1877, è circoscritta alle sue più note opere di ingegneria finanziaria. Il libro di Mimmo Franzinelli e Marco Magnani (non a caso uno storico politico il primo, uno storico economico il secondo) rende giustizia alla densa biografia dell'uomo che gettò i binari lungo i quali sarebbe corso il rapporto fra operatore pubblico e industria italiana dal primo dopoguerra allo scadere, quasi, del Novecento.
Beneduce è il demiurgo dello stato imprenditore, modello vituperato – et pour cause – nell'ultimo segmento della sua parabola storica, però in grado negli anni trenta di trarre in salvo il sistema industriale e creditizio dallo tsunami scatenato, già prima del crollo borsistico americano, dalla scellerata "fratellanza siamese" tra le banche miste e le maggiori aziende del paese. Un modello, quello dello stato imprenditore, che, al netto di deprecabili fuoripista, promosse il miracolo economico del 1950-63. Un modello dove proprietà pubblica e gestione privatistica si contemperavano sotto la guida, nel secondo dopoguerra, di tecnocrati cresciuti a fianco dello stesso Beneduce, e che da questi avevano ereditato il "senso della missione", indispensabile per amministrare con buon equilibrio un potere vertiginosamente ampio.
Fin qui, il già noto. L'originalità dello studio di Franzinelli e Magnani sta nell'avere tratteggiato un ritratto in cui l'impegno in campo economico-finanziario si incrocia con il credo ideologico e la partecipazione politica. Il grande rilievo attribuito alla fonte epistolare, pur utilizzata talvolta con eccessiva prodigalità, permette inoltre di estendere l'esplorazione fino a comprendervi anche quella sfera privata (nei casi in cui essa ha un rilievo pubblico) che né la produzione a stampa, né le carte ministeriali possono indagare.
In questo libro, il "tre" si impone come numero-chiave. Tanti, infatti, sono i piani di analisi: le relazioni interpersonali, l'attività politica e quella professionale. E la tripartizione si ripete in corrispondenza a ciascun piano. Muovendo dal primo livello di indagine, tre sono gli incontri che segnano la vita di Beneduce: quello con Francesco Saverio Nitti, conosciuto in gioventù e di cui egli seguì le orme fino al primo dopoguerra; quello con Bonaldo Stringher, governatore della Banca d'Italia e suo mentore negli anni venti; quello con Mussolini.
Tre sono anche le stagioni politiche di Beneduce: repubblicano e massone in gioventù (un'affiliazione, quest'ultima, che mantenne sino alla messa al bando delle società segrete da parte del fascismo); social-riformista dall'inizio del Novecento (eletto deputato nelle file dell'Unione socialista italiana nel 1919, più tardi divenne ministro del Lavoro nel gabinetto Bonomi); infine, fascista dell'ultima ora.
Un discorso analogo vale per l'attività svolta come "servitore dello stato". Gli impieghi presso la Direzione centrale di statistica e il Commissariato dell'emigrazione precedono gli anni trascorsi all'Ina e all'Opera nazionale combattenti, di cui occupò i massimi uffici durante il conflitto mondiale. Nel dopoguerra videro la luce il Crediop (1919) e l'Icipu (1924), istituti di cui fu ideatore e organizzatore (i due primi "enti Beneduce"), sorti rispettivamente per ridurre la disoccupazione postbellica attraverso il finanziamento delle opere pubbliche e per sostenere l'industria elettrica. L'acme della sua carriera, coinciso con la fondazione e la presidenza dell'Iri (1933), giunse dunque al termine di un percorso molto articolato, nel quale tuttavia gli autori riescono a distinguere un fattore di lungo periodo, e perciò unificante, nello sforzo teso a dipanare gli intrecci fra le banche miste e la grande industria nazionale.
La straordinaria concentrazione di cariche economiche di cui, a metà degli anni trenta, Beneduce fu il terminale, non ha pari nella storia italiana. Nel luglio 1936 un ictus lo costrinse a defilarsi dalla scena pubblica. Il mantenimento per qualche tempo ancora della presidenza della Bastogi, la nomina a senatore voluta da Mussolini nel 1939 e quella tessera del fascio presa un anno dopo (con colpevole ritardo, secondo i sansepolcristi) sono i cascami di un tessuto esistenziale roso dalla malattia e poi definitivamente strappato dalla morte, che lo colse nel buen retiro della sua villa sulla Cassia poche settimane prima della liberazione di Roma.
Roberto Giulianelli

I vostri commenti
Gianni (13-07-2010)
L'argomento è molto interessante, purtroppo questo libro non è scritto in modo scorrevole, peccato.
Voto: 1 / 5

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