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Mann Thomas - La montagna magica | È questo il secondo atto dell'impresa di ritraduzione della narrativa di Mann, avviata nel 2007 dal Meridiano "Romanzi" ("I Buddenbrook" e "Altezza reale"). Con il titolo "La montagna incantata", il capolavoro di Mann, uscito a Berlino nel 1924, venne tradotto in Italia nel 1932 e poi da Ervino Pocar nel 1965. Con questa pubblicazione, il romanzo di Mann - una vera e propria "opera-mondo" - ritorna in libreria in una nuova traduzione corredata da un vasto commento analitico, viatico per penetrarne la complessità anche filosofica. La traduzione di Renata Colorni - traghettatrice dell'opera di Freud presso il pubblico italiano a partire dagli anni Settanta, oltre che traduttrice di numerose e importanti opere della narrativa tedesca - grazie all'attenzione verso i suoi caratteri linguistici distintivi, restituisce al dettato manniano la sua caleidoscopica unicità. La curatela è del germanista Luca Crescenzi, che oltre al commento firma anche una introduzione che si affianca allo scritto dello studioso tedesco Michael Neumann.
| La recensione de L'Indice |
 Nel prologo a La montagna magica (traduzione di Renata Colorni), ovvero nella premessa a La montagna incantata (traduzione di Ervino Pocar), Thomas Mann si prepara a raccontare la storia di Hans Castorp, "un giovane uomo come tanti" [Colorni] ("un semplice giovanotto" [Pocar]), "in modo preciso e minuzioso" [Colorni] ("con esattezza e a fondo" [Pocar]), poiché ritiene che "sia davvero avvincente solo ciò che viene approfondito in ogni dettaglio" [Colorni] ("soltanto ciò che va in profondità riesce a divertire" [Pocar]). Al momento dell'addio, nel crogiolo della "voluttà smaniosa e maligna" [Colorni] ("febbre maligna" [Pocar]) della guerra, constateremo che è stato di parola: nessun dettaglio ci è stato risparmiato. Per questo è così importante ogni parola, ogni sfumatura, ogni salto di ritmo del testo, che ogni traduttore declina a modo suo. La nuova versione, che non si può non ammirare, non "supera", non annulla la precedente, la rende anzi più viva con la forza del confronto; e sul confronto sarà basata questa presentazione, che apprezza entrambi i testi, anche se non nasconde la preferenza per il più recente. L'eroe "non eroico" di questo grande romanzo di formazione è "una specie di foglio bianco tutto da scrivere" [Colorni] (Pocar equivoca traducendo "incerto com'era"). Saranno le esperienze vissute nel sanatorio di Davos, il contatto quotidiano con la malattia, il dolore, l'amore e la morte, la feroce tenzone tra gli irriducibili antagonisti che si contendono la sua anima, il democratico Settembrini e il reazionario Naphta, a far diventare uomo quel giovane di ventitrè anni, laureato in ingegneria; fino alla sua decisione di tuffarsi volontariamente nella "sagra di morte" del 1914. L'itinerario è scandito da alcune parole ricorrenti anche a centinaia di pagine di distanza, tracce cui Mann assegna la funzione di motivi conduttori (Leitmotive), che per la prima volta Colorni identifica con rigorosa coerenza: un risultato che basterebbe a rendere imprescindibile la nuova traduzione. Una delle prime è il "pudico rabbuiarsi" [Colorni] ("accigliamento costumato" [Pocar]) del protagonista quando ode nella stanza a fianco i rumori inconfondibili di un amplesso coniugale. Le due parole torneranno dopo più di 250 pagine di fronte all'impudicizia della radiografia toracica. Pocar manca l'appuntamento, poiché la seconda volta traduce "col viso decorosamente offuscato". Leitmotiv di tutto il romanzo è la definizione che Settembrini dà del suo giovane amico: Sorgenkind des Lebens, "riottoso figlio della vita" [Colorni]. Pocar traduce "pupillo", senza aggettivo, con grave perdita di significato. Da Leitmotive sono caratterizzati tutti i personaggi. Scharf (tagliente) è detto costantemente Naphta, l'ebreo gesuita apologeta del sangue e del terrore. Colorni traduce sempre "caustico". Pocar oscilla tra "spiccato", "affilato", "penetrante", "acuto". Nel sanatorio i sentimenti vanno tenuti a freno. Neppure a un moribondo è concesso lamentarsi con troppa foga. "Non si comporti in questo modo!" [Colorni], ammonisce il responsabile dell'istituto. "Non faccia lo stupido!" traduce un po' brutalmente Pocar. Travolto dall'amore irresistibile per una giovane signora "sciatta" e "incantevole" [Colorni] ("trascurata" e "deliziosa" [Pocar]), che gli ricorda un compagno di scuola del quale fu tacitamente innamorato, Hans però non cerca affatto di dissimularlo. Tanto più che non è il solo; un altro ospite la guarda "con una timidezza e un'insistenza paragonabili a quelle di un cane" [Colorni] ("con una timorosa invadenza che toccava la servilità" [Pocar]). Fin dai primi incontri Settembrini, paladino della vita e della ragione, insiste perché il giovane ingegnere si sottragga al fascino perverso della montagna, cioè della malattia e della morte. Ma Hans trova "irragionevole" [Colorni] ("contro il buon senso" [Pocar]) il suo invito a tornare a valle. Allora Settembrini sbotta: "I miei rispetti alla ragione" [Colorni] ("M'inchino al buon senso" [Pocar]). L'ironia è il Leitmotiv stilistico del romanzo. La resistenza a quel fascino perverso è il perno etico della vicenda e l'argomento del capitolo centrale, in cui il protagonista si smarrisce in una tempesta di neve. Dopo la primavera-estate d'alta montagna, "chiarità, asciuttezza, serenità e ruvida grazia" [Colorni] ("aria limpida, secca, serena, tutta grazia acerba" [Pocar]), è sceso l'inverno. Per la prima volta Hans, che ha comprato di nascosto un paio di sci e si allena in segreto a usarli, rischia la vita. "Sparivano i contorni delle cime, si dileguavano tra le nebbie e i vapori. Diafane superfici nevose che si susseguivano e si sovrapponevano guidavano lo sguardo verso una realtà priva di consistenza" [Colorni] ("La sagoma delle vette scomparve, svanì nella nebbia e nel fumo. Campi di neve sotto quella luce sbiadita, susseguentisi, sormontantisi, guidavano l'occhio verso l'irreale" [Pocar]). Dal pericolo mortale nasce, dopo un lungo sogno, una consapevolezza che è la chiave del romanzo: "La diserzione della morte è nella vita
Non intendo concedere alla morte il dominio sui miei pensieri" [Colorni]. Pocar aveva scritto "sconsideratezza" dove Colorni ha "diserzione": cambia solo una parola, ma decisiva. Nessuna conquista spirituale è però definitiva. Hans fa ritorno al sanatorio, va a cena. "Ciò che aveva sognato stava ormai svanendo. E ciò che aveva pensato, già quella sera stessa, cominciava a non capirlo più tanto bene" [Colorni] ("non gli appariva del tutto chiaro" [Pocar]). L'ironia manniana non perdona. Poteva essere la conclusione. Mancano invece più di 300 pagine dense di colpi di scena: decessi, suicidi, la ricomparsa del grande amore. Ma accanto a lei compare un nuovo personaggio, un uomo ricco, non più giovane, che invita tutti gli ospiti del sanatorio a far bisboccia con lui e "dirige il baccanale con i gesti raffinati delle sue dita appuntite come lance" [Colorni] ("con i suoi gesti lanceolati" traduce incomprensibilmente Pocar: quell'uomo ha semplicemente le unghie appuntite). Peeperkorn, uno dei personaggi più riusciti di Mann, è un rivale "soverchiante" [Colorni] ("schiacciante" [Pocar]). Ma con malinconica grandezza d'animo Hans domina la propria gelosia e accetta l'amicizia che gli offre il grande uomo, una controfigura di Dioniso, che giudica "la sconfitta del sentimento dinnanzi alla vita" la sola "inadeguatezza al cui cospetto non c'è perdono" [Colorni] ("insufficienza per la quale non c'è grazia" [Pocar]). Alla sua forza vitale, che non lo salverà da una fine tragica, Hans nulla può opporre. "Che mai avrebbe potuto fare con la sua voce acerba?" [Colorni] ("Che c'entrava ora la sua povera voce?" [Pocar]). Unica salvezza è riconoscerne la superiorità. E dopo i suoi anni di apprendistato sulla montagna Hans ci riesce. Non sveleremo ai lettori che si accostino per la prima volta alla Montagna magica il penultimo colpo di scena. Veniamo all'ultimo. Hans ha troncato ogni rapporto con le "terre basse", è parte della montagna e non intende abbandonarla, a dispetto dei generosi sforzi di Settembrini. Ma un evento più grande di lui, non previsto benché prevedibile, lo travolge insieme a tutta la sua generazione. Hans Castorp, uomo fatto, fa precipitosamente le valigie e corre ad arruolarsi. Da quel 1° agosto del 1907 sono passati più di sette anni. Nella pagina di congedo non c'è più ironia, soltanto commozione. "Il prodotto di una scienza abbrutita, caricato con quanto di peggio si possa immaginare, sfreccia obliquamente e si pianta sul fondo del terreno a trenta passi da lui". Morirà, sopravvivrà? Mann non lo sa e non vuole saperlo. Lo abbandona così, nell'incertezza. "Addio Hans Castorp, sincero e riottoso figlio della vita! La tua storia è finita". Andrea Casalegno |
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