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Pacifico Francesco - Storia della mia purezza | Piero Rosini è giovane, ha spalle ampie da campione, una moglie bella e innamorata, un padre ricco, una sorella pronta a traghettarlo nell'universo mondano dei salotti letterari. Ma nulla in lui sembra portare traccia di tanta spensierata fortuna borghese. Piero Rosini è un cattolico neoconvertito, fervente fino all'intransigenza. Il suo corpo ha preso la piega curva e molliccia di chi è pronto a mortificare la carne pur di elevare lo spirito, i suoi discorsi sono pieni di zelo. Frequenta le giovani famiglie della parrocchia, abita in un nuovo quartiere sul Grande Raccordo Anulare, lavora alla casa editrice Non Possumus per pochi soldi e per maggiore gloria della fede. Eroe della rinuncia e dell'astinenza sessuale, nulla sembra poterlo distogliere dalla retta via. Ma sarà sufficiente una serata in un pub per far crollare le certezze di Piero. Gli basterà veder ballare la cognata Ada per non togliersi più dalla testa il suo seno verginale. Così, mentre il suo passato sepolto lotta per tornare in superficie, mentre sul lavoro si trova sempre più alle strette a causa di un saggio paradossalmente polemico contro Giovanni Paolo II, mentre sua moglie gli offre un amore sempre più fraterno, Piero fugge. Scappa a Parigi, la città di ogni vizio, dove la morale si perde nelle lunghe discussioni nei caffè, dove le ragazze ti prendono per mano e ti fanno salire a casa loro.
| La recensione de L'Indice |
 Del religioso, nei romanzi italiani contemporanei, si parla troppo poco o sempre troppo obliquamente, visto che per affrontare la questione della tabe cattolica bisogna avere un coraggio da incoscienti. O da esordienti, o semi-esordienti, com'è il caso di Francesco Pacifico e del suo Storia della mia purezza. Il pubblico potenziale di questo libro è, di fatto, la nazione intera, o almeno quelli di noi quasi tutti che si sono trovati di fronte al problema di come liberarsi di un'educazione cattolica decisamente opprimente. Le cose, qui, sono molto complicate, però: c'è un protagonista impelagato in un matrimonio vischioso e pressoché bianco, in una Roma paludosa in cui sembra non si possa fare altro che essere ricacciati nei vincoli della propria classe sociale e della propria formazione; c'è una casa editrice ultracattolica, ci sono le tentazioni della carne e, soprattutto, c'è una necessità di purezza che sembra nient'altro che un bisogno di andare nella direzione opposta alla corrente in cui tutti (gli intellettuali romani?) nuotano. Difendersi dalla laicità, dunque, per difendere il proprio anticonformismo. Viene in mente un titolo bellissimo dell'antropologa Mary Douglas, Purezza e pericolo, in cui è evidente come la difesa dei limiti e il rifiuto della contaminazioni siano indispensabili alla strutturazione dell'identità collettiva. È a questo livello che acquista senso la presenza, preponderante nella seconda parte del romanzo, di due personaggi che agli occhi del protagonista incarnano gli ebrei e l'ebraismo, e nella fattispecie ciò che esso ha rappresentato nel Novecento: la capacità degli ebrei di corrodere i confini e di bruciare i limiti con la loro intelligenza corrosiva. Piero Rosini (protagonista) e Francesco Pacifico (narratore) sono affascinati dallo spirito ebraico, nonostante questo con il suo portato di wit, i suoi scrittori ebrei, i suoi comici si manifesti con tutta evidenza come una minaccia al piccolo mondo cattolico che il protagonista ha faticosamente costruito. Questo spiega anche, a livello più narratologico, la differenza di tono e di tenuta tra la prima e la seconda parte del romanzo: nella prima coincidono come un guanto protagonista e narratore, e il racconto si muove su un terreno conosciuto (cattolico), mentre, mano a mano che Rosini viene schizzato via dal suo ambiente d'origine e si sposta verso una felicità sconosciuta (ebraica), personaggio e narratore prendono a divergere irrimediabilmente. È il regno della contraddizione, il passaggio alla confusione, alla dialettica. L'ingresso all'età adulta, insomma. E come in tutti i romanzi di formazione del Novecento, è una crescita al contrario quella a cui assistiamo: una formazione bloccata, una porta che non si apre, visto che il narratore non concede al protagonista la possibilità di accedere a una dimensione adulta, sessulamente compiuta. Anzi, preferisce farlo morire piuttosto che fargli fare del buon sesso con la donna che gli piace. Ancora Mary Douglas: "È proprio della nostra condizione il fatto che la purezza per cui tanto lottiamo e ci sacrifichiamo si riveli essere dura e morta come pietra, una volta che l'abbiamo raggiunta". Marilena Renda |
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