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Parks Tim - Insegnaci la quiete | "Nel momento in cui i medici avevano rinunciato a curarmi - e io a farmi curare da loro -, proprio quando mi vedevo già imprigionato in una condizione di vita contrassegnata dal dolore cronico, c'è stato qualcuno che mi ha proposto un modo bizzarro per venirne fuori: 'Impara a stare fermo e a respirare', è stato il consiglio". Afflitto da una malattia invalidante che nessuno riesce a spiegare o alleviare, Tim Parks comincia a esplorare il misterioso e affascinante rapporto che lega la mente al corpo. È aperto a ogni soluzione, ma non sospetta che gli esercizi di respirazione - e la meditazione - possano fornire le risposte ai suoi interrogativi e una insperata via d'uscita per lui, istintivamente scettico verso qualsiasi teoria esoterica o new age. Da questa rinnovata consapevolezza si avvia non soltanto un istruttivo e a tratti esilarante percorso alla ricerca degli effetti della malattia sul proprio lavoro e su quello degli altri scrittori, ma anche una riflessione stimolante sul ruolo che hanno lo sport e l'arte nel modellare il nostro atteggiamento verso la salute, una meditazione sull'identità e la dimensione spirituale. Senza dimenticare che quello della malattia è lo sfondo esistenziale di tutti gli esseri umani (o quasi), Parks ci insegna a fidarci anzitutto di quello che "dice" il nostro corpo, mostrandoci con intelligenza e ironia che è proprio questa l'unica strada che conduce all'armonia e al benessere.
| La recensione de L'Indice |
 Un intellettuale si confronta con il proprio corpo. Abituato a dividersi fra casa e studio a Verona, le aule dove insegna, convegni internazionali, Tim Parks, scrittore di successo, traduttore e collaboratore di autorevoli testate, scopre che ha anche un corpo, venuto al mondo alle 23 del 19 dicembre 1954 in una famiglia inglese esasperatamente evangelica. Un corpo che da anni protesta per essere trattato come altrettanto hardware da lasciare alle spalle quando si accende il Pc o da sforzare quando ci si butta nel jogging o nel canottaggio. Parks rivela di convivere da sempre con disturbi e dolori inenarrabili alla schiena, all'addome, urinari, e come perfino un vecchietto gli ha detto una volta per strada: "Sta' un po' dritto, giovanotto". Insegnaci la quiete, odissea autobiografica composta con arte di romanziere-saggista, racconta con minuzia, senza risparmiarci nulla, le indagini cui Parks si sottopone, le conversazioni con i medici, le ricerche in rete sui misteri della prostata. Dagli studi lussuosi di Harley Street agli ambulatori italiani, il risultato è sempre lo stesso: negativo. Non c'è spiegazione organica per il penoso disagio dell'intellettuale, mentre intorno a lui moglie figlie e amici continuano la loro vita, e anche lui vive come se tutto fosse a posto. Finche può. Disperato, Parks trova in rete un libro californiano di autoterapia, Un mal di testa nell'addome, e comincia a praticare il "rilassamento paradossale", cura secondo gli autori per disturbi diffusi. Da qui, il nostro scettico procede per un ritiro buddhista in Valtellina, e infine per una sessione in Toscana con un vecchio guru americano simpaticone. Pur rimanendo del tutto indifferente alle filosofie che stanno a monte di queste pratiche, ci si getta con la stessa intensità con cui evidentemente fa ogni cosa nella vita, solo che questa volta si tratta di non riferire a se stesso il progetto, ma appunto di lasciarsi andare e magari "imparare la quiete" (il titolo originale, deriva da un verso di Eliot, assai più concreto: Teach Us To Sit Still, insegnaci a star fermi.) Parks è bravissimo a evocare il flusso continuo di pensieri e proteste con cui tutti, e in particolare coloro che di parole vivono, rispondono, trasformano e in qualche modo cancellano ogni esperienza. Il risultato è spesso umoristico: "Se riuscivo, per tre secondi, a ricondurre la mia attenzione sulla sensazione del respiro, lontano dalle parole, subito esplodeva un urlo di autocongratulazione, seguito dalla sobria riflessione di quanto fosse fuori luogo l'esultanza, poi da un'altra riflessione, che tale affermazione espressa a parole non faceva altro che complicare il problema, poi da un'altra ancora che tali pertinenti riflessioni mi stavano derubando dell'esperienza che ero venuto a cercare fin lassù
". E così via nella girandola inarrestabile da cui si vorrebbe uscire, e Parks a tratti vi riesce e riesce a raccontarlo. La sua schiena si raddrizza, i dolori si ritraggono. È un nuovo sant'Antonio nel deserto. Insegnaci la quiete è ricco di riflessioni sui malati letterati, da Giacomo Leopardi a D.H. Lawrence, Robert Walser, Thomas Hardy, Samuel Beckett
amici-nemici da evocare ed esorcizzare. È il racconto ben condotto e generoso di una vita che diventa scrittura e insieme vorrebbe cancellarsi. Misteriosamente, una mattina del suo primo ritiro, il cinico Parks si ritrova in lacrime, mentre tutti i protagonisti, amici, familiari, sfilano sotto i suoi occhi. E i nostri. Massimo Bacigalupo |
Mirko (07-02-2011) Per certi versi un libro insolito. E probabilmente proprio in questo si trova la sua originalità. Non si tratta nè di un decalogo, nè di una dimostrazione di "cosa è bene o meglio" fare quando ci si trova in una dimensione in cui ad un nostro malessere psico-fisico la medicina tradizionale balbetta o prova ad indovinare. Il libro è ben scritto ed al suo autore va riconosciuta un'indubbia onestà intellettuale.
Un libro in cui si riflette, si sorride e si tenta di dare qualche risposta ad un malessere dell'anima e del corpo che può colpire chiunque. Voto: 4 / 5 |  |  |  |
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