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Busi Aldo - Seminario sulla gioventù-Seminario sulla vecchiaia | Tutto è diverso da quello che sembra. E se l'amore negato, l'ingiustizia che accende una rabbia cocente, «tutto il dolore che abbiamo creduto di soffrire da giovani» diventano i semi di una storia da far fiorire a fuoco nella mente degli altri, l'esistenza può perfino rivelarsi un inaudito viaggio dentro e fuori dal labirinto in cui scalpita, smascherato, il minotauro dei falsi sentimenti. Qual è la verità che Arlette, Suzanne e Geneviève cercano di nascondere al giovane protagonista di questo Seminario? Quale ruolo sociale potrà ingabbiarlo mai, se fino dall'infanzia Barbino si ribella a ogni convenzione e tradisce soltanto per garantire una sincerità profonda? Luminoso e ustorio, questo è stato il primo romanzo di Aldo Busi ed è già diventato un punto di riferimento per i giovani dei molti paesi in cui è stato tradotto: un classico della letteratura più elegante, quella che sa parlare con il ritmo e il respiro della vita.
Nella presente edizione l'autore aggiunge, a sigillo, l'«interrotto e interrato» Seminario sulla vecchiaia.
Nicola Mosti (09-04-2012) Recensire Busi è difficile nella misura in cui è arduo separare il personaggio dalla sua produzione letteraria. Il Busi celebrità è certamente soggetto singolare, creativo e coraggioso. Come possiamo ad es. non apprezzare l'audacia di alcune sue prese di posizione contro l'ipocrisia morale cattolica, che tanto danno ha prodotto in questo sciagurato Paese.
All'autore bisogna poi riconoscere notevoli capacità retoriche ed un uso sapiente della lingua italiana.
D'altro canto, leggendo "Seminario sulla gioventù", non ci abbandona mai la spiacevole sensazione che l'Aldo voglia dare sfoggio di erudizione.
Inoltre, il ricorso a periodi eccessivamente farraginosi (pur se indicativi di una magistrale padronanza della sintassi) rendono spesso faticosa la lettura del testo, ulteriormente complicata dai numerosi incisi e dai frequenti rimandi cronologici.
Nondimeno, è spesso necessario il ricorso al vocabolario per fruire dei molteplici termini desueti, ma che rendono lo stile tanto "letterario".
Certo, si deve pur dire che l'analisi psicologica dei personaggi è particolarmente raffinata ed accorta e che il testo cela numerose perle narrative, ma alla fine, 400 e rotte pagine per sottolineare quanto il protagonista fosse un impenitente "bröt culatì" (parole testuali) e la comprimaria Genéviève un Genoveffo con mitologici attributi, risultano davvero troppe.
Tra l'altro, questo suo indulgere sulla questione dell'omosessualità dà l'impressione che rappresenti un neanche troppo celato meccanismo di difesa per prevenire il giudizio che io credo l'autore, nonostante l'esibita sfrontatezza, terribilmente tema.
Ma in fondo, l'esoterico titolo originale, "Il monoclìno" (che credo sia stato modificato in "Seminario sulla gioventù" su pressione dell'editore Adelphi) avrebbe meglio chiarito l'intera natura dell'opera. Perché in botanica monoclìno è il fiore ermafrodita ed in effetti l'intero romanzo fa da spola fra questo tema e la ruminazione introspettiva del protagonista. Voto: 3 / 5 |  |  |  |
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