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Quilici Folco - La dogana del vento | Una valle prealpina, aprile 1945: Guido, quindicenne, e sua madre sono rifugiati a Villa Alta, sotto l'imponente maniero della Dogana del Vento. Lì, al rugginoso cancello di Villa Alta, si presenta Pjotr, di poco più vecchio di lui. È un cosacco. Tra le tante vicende drammatiche che si incrociarono negli anni del Secondo conflitto mondiale, poco nota ancora oggi è quella dei circa ventimila cosacchi che, fieramente antibolscevichi, combatterono volontari accanto ai tedeschi e agli italiani. All'approssimarsi della fine del conflitto, i cosacchi cercarono un accordo con i vincitori ma furono rimpatriati e, condannati per tradimento, finirono davanti ai plotoni d'esecuzione o nei gulag siberiani. Con la fine delle ostilità Guido perde le tracce di Pjotr, ed è tormentato dal sospetto che, insieme ai suoi, abbia fatto una fine crudele... Passano gli anni, quando d'improvviso una strana coincidenza riaccende in Guido il desiderio di conoscere la vera sorte dell'amico perduto: di una giovane promessa del calcio italiano i giornali scrivono che è figlio di un cosacco fuggiasco. Guido si mette sulle tracce di Erminia, la donna che anni prima ha amato un cosacco al punto da concepire un figlio con lui. Il rapporto che stabilisce con lei è alimentato dal legame di entrambi con quel cosacco di cui si sono perse le tracce. E proprio facendo i conti con il passato Guido ed Erminia potranno aprirsi a un futuro carico di sorprese...
Media Voto: 3 / 5enrico (06-11-2011) Fino a metà libro avevo liquidato il racconto come un fastidioso romanzo balneare, poi quando le vicende si sono spostate più incisivamente sui cosacchi, la mia attenzione è cambiata per il manifestarsi di situazioni a me totalemnete sconosciute, tant'è che la curiosità mi ha indotto a fare delle ricerche approfondite ed a nutrirmi così di nuove conoscenze.
Quante cose i vincitori di tutte le guerre nascondono all'opinione pubblica?
Ho avuto l'ennesima conferma che in guerra non ci sono buoni e cattivi ma solo e soltanto cattivi e quelli che vincono e scrivono la storia sono più cattivi degli altri. Voto: 3 / 5 |  |  |  |
Massimo (10-07-2011) il nobile tentativo di verità storica, seppur romanzato, è stato vanificato da quanto interpretato dai due protagonisti (Guido ed Erminia, a discapito di un Pjotr che avrebbe meritato ben altro interesse). Il libro, per me, è molto lontano dalla capacità che Quilici ha mostrato in alcuni dei suoi ottimi romanzi.
iNarrativamente, il testo non esprime la commozione che dovrebbe e anche lo spirito di avventura. Solo Helga riesce a farlo. Già in Libeccio avevo notato la mancanza di quegli ingredienti così straordinariamente descritti, per esempio, in Cielo verde, Cacciatori di navi o I serpenti di Melqart. Voto: 2 / 5 |  |  |  |
EnricoP (22-06-2011) Come sempre Folco Quilici riesce, con parole semplici, a fotografare luoghi e tempi oramai perduti. Con questo romanzo ci fa riscoprire la drammatica vicenda delle truppe cosacche che durante il secondo conflitto mondiale combatterono in Italia al fianco dei nazisti ma che, a differenza di quest'ultimi, non riuscirono a salvarsi dopo la Liberazione. Il racconto si districa tra sentimenti e fatti drammatici (che lo stesso autore ha vissuto) e lascia il desiderio di informarsi ulteriormente su una vicenda ancora troppo trascurata dai libri di storia. Voto: 4 / 5 |  |  |  |
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