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Frabotta Biancamaria - Da mani mortali | Con il passare del tempo e dei libri, la poesia di Biancamaria Frabotta tende a farsi sempre più umanamente saggia e pacata, sempre più amica e aperta. Lo si vede nella solida compostezza della pronuncia, nella capacità matura di saper conciliare il proprio sentimento dell'esistere con lo sguardo critico della ragione. "Da mani mortali" è un'opera in cui la poesia si confronta sensibilmente con la realtà naturale anche minima del mondo immediatamente circostante, con il pulsare e il crescere delle molteplici vite della campagna, di un semplice orto o di un giardino, sotto il "grande disordine del cielo". Un'opera che si confronta, passo su passo, con la misteriosa intelligenza della natura e dei suoi vari abitatori: vegetazione e animali di una vita che si manifesta nell'infinito articolarsi infinitesimale dei suoi ritmi e delle sue complesse variazioni stagionali, dei suoi aromi e della sua musica discreta. Mentre intorno si allarga l'ombra di un'ambigua apparenza indecifrabile che accoglie nelle sue mutazioni le tracce non sempre benefiche dell'opera umana, talvolta irretendola nel sogno di un dio stupito dalla "felice combinazione" del creato, quasi un adolescente solitario e immalinconito dalla diffidenza delle sue creature mortali.
alida airaghi (17-02-2012) In quest'ultimo libro,Biancamaria Frabotta sembra prendere le distanze da quello che è stato finora il suo procedere poetico,finalizzato soprattutto alla ricerca e alla sperimentazione linguistica-talvolta anche provocatoria-comunque sempre innovativa,e di non facile interpretazione.Qui la complessità dello stile e l'oscurità formale si sciolgono in una discorsività più piana e comunicativa,benché il dettato dei versi non si possa definire "semplice". Ma è il contenuto,il messaggio,che ora balza in primo piano,più che il gioco e il collaudo sulla lingua:un interesse più partecipe a ciò che ci circonda,alla natura,agli uomini,alle cose.Ed è proprio nella prima sezione del volume che la poetessa tocca il vertice più alto della sua scrittura,in questo rapporto riscoperto con la vegetazione,osservata con ammirato stupore,quasi con religiosa contemplazione e solidarietà:"udire il mormorio della terra che dorme/quando sibila la sofferenza delle piante./Potessi,ospite impensierita,dal pietrisco salvare la salvia../accorrere dove il ramerino implora una sponda..".Allora la missione del poeta diventa quella di guardare la vita dal basso,collaborando con la misteriosa divinità positiva che protegge l'innocenza delle sue creature ("Il fieno/dorme senza diffidenza"),opponendosi all'artificiosità cittadina e metropolitana,alla freddezza delle sue convenzioni.Ed è alla voce dei poeti ("acquattati nel pelo del mondo..//scovarli,stanarli/dai loro nascondigli/i pochi (troppo pochi!)poeti") che Biancamaria Frabotta demanda il compito di uno sguardo più puro sull'esistente:li nomina,li ringrazia,i suoi amici poeti,se ne circonda nelle pagine e nella vita.Personale e politico si intrecciano:cronache cittadine e storia ufficiale,siccità naturali e terremoti distruttivi,citazioni omeriche e ritratti severi del mondo intellettuale e politico,versi d'occasione e poemetti-testimonianze,con l'unico rischio che al lettore vengano presentati troppi stimoli,troppe emozioni da rielaborare. Voto: 4 / 5 |  |  |  |
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