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CAMPO, SILVINA, Viaggio dimenticato
OCAMPO, SILVINA, La penna magica
OCAMPO, SILVINA, E così via
recensione di Campra, R., L'Indice 1990, n. 3
L'opera dell'argentina Silvina Ocampo viene spesso offuscata da molteplici riflessi: quello della sorella Victoria Ocampo, fondatrice della prestigiosa rivista "Sur"; del marito, lo scrittore Bioy Casares; dell'amico Borges... E così come si suol parlare di Bioy Casares a partire da Borges, è facile cadere nella tentazione di parlare di Silvina Ocampo a partire da questi due nomi consacrati della letteratura fantastica rioplatense. Tanto più che le storie di questi tre libri si possono ascrivere senza dubbi al genere fantastico, o almeno a alcune delle sue varietà meno ovvie: sono storie di improvvise trasformazioni, di scomparse inspiegabili, di fantasmi impertinenti, di vendette nascoste e impercettibili terrori. Un altro riflesso forse ingannevole nasce dal tono educatamente na'f nel quale queste storie si presentano, una specie di atmosfera lieve e familiare, che ci rassicura finché diventa troppo tardi: allora siamo prigionieri, e scopriamo che non si trattava di innocenza bensì di perversione, una perversione così sottilmente celata che il fatto stesso di identificarla equivale a una confessione di complicità da parte nostra.
Una delle forme di questo mascheramento è la brevità dei racconti, più che racconti situazioni, e talvolta neanche questo, appena un cenno allo smaliziato lettore di storie fantastiche come "Il cappello metamorfico", in "E così via", un lettore capace di collocare la narrazione in un sistema quello degli 'oggetti magici', e di prevederne così gli sviluppi, e infine di farne a meno. Accettazione dell'inenarrabilità del mondo? Volontà di frammentazione da parte del narratore? Una specie di pigrizia? Oppure un voler affidare al lettore non solo la costruzione di un senso, ma anche la supposizione dei fatti? Si sentirà attratto da questi libri chi subisce il fascino dell'incompiuto, dell'aperto, dell'indecifrabile: sono storie che apparentemente non sfociano da nessuna parte, se non nel fatto stesso di essere raccontate.
Per questo mi sembra che l'illustrazione di copertina di "Viaggio dimenticato" - un particolare di "The girl at the fence" di H. Schierfbeck - riassuma con efficacia l'atmosfera generale di queste tre raccolte. Il colore offre soltanto sottili variazioni di grigio, le linee tracciano soltanto diagonali senza alcun punto di appoggio: né per il davanzale, né per l'adolescente che vi si appoggia nell'attesa cieca di qualcosa oltre la cornice, qualcosa di invisibile o forse di inesistente. Anche certi temi presenti in "Viaggio dimenticato" annunciano delle ossessioni che si riveleranno singolarmente pertinaci; ad esempio l'incomunicabilità tra il mondo degli adulti e quello dell'infanzia, che può arrivare all'odio e all'assassinio. In "soffitto di lucernari" i vetri colorati di un lucernario sfumano il gesto criminale di un adulto che possiamo supporre esasperato dai giochi di una bambina. In "L'albero inciso", "La penna magica", è invece un bambino a uccidere il nonno pugnalandolo al cuore, per una causa parimenti futile: il nonno l'aveva castigato. Ma sono queste le motivazioni vere, o non piuttosto quei cuori trafitti che un giorno sono apparsi incisi negli alberi?
Così lo schema dell'azione si sviluppa spesso a partire da situazioni banali, ma che smettono di essere banali per le loro cause, le loro conseguenze, e soprattutto per il brivido di certezza che percorre i fatti; la sicurezza che tutto debba essere così, che è bene sia così: non esistono colpevolezze. E per questo, la prevedibile inquietudine che queste storie provocano è un problema che riguarda essenzialmente il lettore, giacché i personaggi scivolano con serena indifferenza sull'orrore o sull'incomprensibilità.
In queste linee costanti, certe insistenze e certe sfumature definiscono il registro particolare di ogni raccolta. In "Viaggio dimenticato", è l'acuto senso dell'irreparabile che accompagna ogni gesto: innamorarsi di una passeggera quando si è conducente di un tram (come avviene in "La casa dei tram"), oppure prevedere un naufragio nel quale la perdita più dolorosa, imprevedibile, sarà quella di una sconosciuta (come nel bellissimo "Il passaporto perduto"): tutto 'finisce male', per un malinteso, una scoperta tardiva, una speranza senza ragione.
I racconti di "La penna magica" oscillano tra una volontà scientifica di trasformazione della realtà e la rivelazione dell'orrore del quotidiano che si esprime in occasioni innocenti come la festa di compleanno di un bambino che i genitori hanno lasciato solo, e cui le invitate negano i regali ("Le invitate"). Un cameriere, per continuare a servire fedelmente i suoi clienti - e a sbeffeggiarli - ritorna dall'aldilà ("1l sinistro dell'Ecuador"). Una storia d'amore può non essere altro che un preludio al cannibalismo ("La parrucca")...
"E cosi via" suggerisce altre più disincantate esplorazioni della realtà. In "Le conversazioni", un rapporto di amicizia tra due uomini viene troncato dalla morte di uno di loro, ma continua attraverso la relazione amorosa con la sorella dello scomparso, che accetta, consapevole e malinconica il suo ruolo di doppio. Da Andersen a Oscar Wilde, abbiamo letto molte storie d'amore tra un uomo e una sirena, ma nessuna così scarna e desolata come quella che dà il titolo al libro: in essa non sappiamo cosa succederà, percepiamo solo un'atmosfera carica di disastro, che è poi quella della vita.
Così, se in alcuni casi questi libri possono provocare l'insoddisfazione dell'incompiutezza, l'universo di contorni sfuggenti che essi disegnano può anche risultare attraente come un abisso. Ciò che inquieta nei racconti di Silvina Ocampo è soprattutto quell'astuzia del linguaggio che consiste nel dire meno di ciò che narratore, personaggi e persino noi lettori sappiamo, o supponiamo. Si percepisce in questi racconti come un retrogusto che non riusciamo a identificare, e che ci spinge a provare ancora, a inseguire una conoscenza che risulterà alla fine sicuramente mortale. Di essi si può dire ciò che, in "Viaggio dimenticato", si dice di un personaggio di "Il vestito verde oliva": che sono trasparenti come quelle carte che lasciano vedere tutto ciò che avvolgono, "ma all'interno di quelle trasparenze c'erano delicatissimi strati di mistero".
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