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Narrativa straniera  Moderna e contemporanea (dopo il 1945) 

McEwan Ian - Cani neri

Cani neri TitoloCani neri
AutoreMcEwan Ian
Prezzo € 13,43
Prezzi in altre valute
TraduttoreBasso S.
EditoreEinaudi  (collana Supercoralli)

Attualmente non disponibile su IBS
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Descrizione
Jeremy, il protagonista, ha perso i genitori a otto anni in un incidente stradale: da allora è in cerca di sostituti che trova nelle figure di June e Barnard, i genitori della ragazza che ha sposato. Da questo momento il romanzo diventa la storia di June e Barnard. Il loro incontro, il loro amore e la fede di entrambi nell'ideale comunista. Poi la disgregazione del loro rapporto che nasce da inconciliabili modi di credere e vedere la vita. A Jeremy che vuole trovare la chiave di queste due esistenze resterà l'eterno dubitare su chi dei due ha un approccio vincente con la vita.

La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice

recensione di Rognoni, F., L'Indice 1993, n. 8

L'idillio di Bernard e June Tremaine, che si innamorano in una Londra anni quaranta, e celebrano la fine della guerra sposandosi e iscrivendosi al partito comunista, dura meno del loro viaggio di nozze. Un 'avvisaglia dell'incompatibilità futura e già nella riluttanza con cui June (che è incinta, ma non l'ha ancora detto) aiuta il marito entomologo a metter sotto vetro una libellula; poi l'incontro, su un sentiero deserto del Causse, con due enormi cani neri che alla giovane donna sembrano il Male e, nei secondi che forse preludono alla tragedia, la percezione di "un'invisibile luce colorata", non Dio, probabilmente, ma un'interiore, onnipotente benevolenza. Ce n'è abbastanza per restituire subito la tessera del partito e cercare altrove, in santa Teresa o nella "Via del Tao", il senso della vita. Bernard invece resta comunista fino all'invasione dell'Ungheria e la sua fede nel "progresso" l'aiuta a sopportare a testa alta i tradimenti e gli sberleffi della Storia, compreso un episodio di meschina intolleranza fra le macerie del muro di Berlino. I Tremaine non divorziano n‚, a quanto pare, smettono di amarsi. Ma sempre più a distanza: dopo la nascita dei figli, June si stabilisce in Francia, dove medita e scrive di mistica e di fiori, mentre Bernard rimane in Inghilterra, "impegnato": l'entomologia e la politica, una biografa di Nasser, le trasmissioni alla radio, il partito laborista...
"Tra la ragione e la spiritualità, tra la politica e lo yoga, tra chi è convinto e chi si astiene, tra la scienza e l'intuizione, Bernard e June rappresentano gli estremi, i poli gemelli di un asse malfermo sul quale la mia incertezza non trova mai pace": così l'amabilissimo Jeremy, apprestandosi a ricostruire la vita dei suoceri che, per lui orfano dall'età di otto anni e da allora consapevolmente appassionato dei genitori degli altri, rappresentano un luogo d'affetto imperturbato dalle memorie e dai ricatti dell'infanzia. Nel corso della storia, Jeremy non perde un'occasione di ricordarci la sua incertezza in quale dei due suoceri riconoscersi: una notte il dubbio rischia addirittura di farlo impazzire, e ancora a due paragrafi dalla fine, quando i Tremaine sono entrambi defunti, nel suo teatro mentale la voce di June insiste: "Senza una rivoluzione interiore, per quanto lenta, tutti i nostri grandi progetti non hanno alcun senso", e quella di Bernard subito ribatte: "Per quanto riguarda la vita interiore, mio caro ragazzo, prova a parlarne a qualcuno che abbia la pancia vuota!".
Ma è autentica questa psicomachia? Davvero Jeremy è dilaniato e non sa scegliere? Davvero questa storia è la 'Bildung' dell'umanista scettico, di colui che un giorno vedrà la ragione del mistero, e la misteriosità della ragione? L'ostinazione con cui McEwan cerca di corroborare entrambe le posizioni, bilanciando ogni sfaccettatura del comportamento di June con una, uguale e contraria, di quello di Bernard, mimando caparbiamente il dubbio e l'indecidibilità, è quasi imbarazzante. Perché June e Bernard non sono "personaggi"... o meglio, non sono personaggi che tengano la scena, che riescano a sorprendere, a cambiare o evolvere, o a far cambiare noi, così, con un gesto, una parola improvvisa. Vivono nell'affetto di Jeremy, nel suo ricordo e la sua voce: come nell'ultimo, superbo capitolo, quando le loro azioni e i loro pensieri sono trasparenti e le paure e le inquietudini splendono come la loro gioia e, ricomposti, gli inevitabili episodi già scanditi rivelano una nuova libertà.
Ma i tre capitoli centrali, che Jeremy dedica uno al suo ultimo incontro con la suocera (e perché mai, per quale smodato narcisismo June vorrebbe che il genero scrivesse la sua biografia?), uno al suo pellegrinaggio con Bernard a Berlino, e il terzo, a mo' di sintesi, all'improbabile dinamica del suo fidanzamento con Jenny Tremaine, con cui finisce a Ietto, per tre giorni, subito dopo la visita angosciosa a un campo di sterminio - i tre capitoli centrali sono troppo artificiosi, così spasmodicamente alla ricerca della simmetria, e così tesi a imbrigliare quanta più Europa nelle maglie di una storia privata in sé già abbastanza sbrindellata. Dall'astrazione che li ha entrambi generati, solo June, lei che ha incontrato i cani, riesce almeno in parte a emanciparsi, Bernard resta un coacervo d'ingenuità e arroganza, una caricatura o la cattiva fede ambulante. June sarà anche antipatica, troppo ieratica con "il [suol viso scultoreo da isola di Pasqua sotto il cappello di paglia", ma Bernard è solo patetico, e non c'è una coincidenza, non un dettaglio, a casa o in tutta Europa, che gli dia ragione: se Jeremy dovesse scegliere davvero, sarebbe una scelta obbligata.
La verità è che, nella sua essenza, "Cani neri" non appartiene al genere medievale della psicomachia, neppure nella sua versione scettica, conradiana - quella del narratore-eroe che a ogni parola include la gloria e la miseria di un Kurtz o di un Lord Jim - , ma al genere più antico del dibattito fra vita di città (o di corte) e vita di campagna. "Cani neri" è una pastorale: i suoi abitanti cosmopoliti (anche Jenny, l'europarlamentare!), tutti ritornano alla 'bergerie' di June, i suoi demoni, i cani neri, sopravvivono "razziando le greggi", e anche la Morte che, come insegna Panofsky, si muove impalpabile in Arcadia, ha qui una sua dolcezza saggia e malinconica, è discreta e quasi eterea. Chi conosce gli altri libri di Ian McEwan, sa quanto sia nuova e sorprendente questa leggerezza". In "Cani neri" si ritrovano tanti motivi cari al quarantacinquenne scrittore inglese, dalla superiorità sempre accordata alle donne, alla preoccupazione per i bambini e gli innocenti, all'ossessione per lo sguardo e l'immagine emblematica. Ma il cadavere, quello sepolto in cantina nel "Giardino di cemento" (1978), quello sulla terrazza, in una pozza di sangue, in "Cortesie per gli ospiti" (1981), il corpo di Charles Drake, portato a spalle in "Bambini nel tempo" (1987) e quello di Otto, a pezzi in due valigie in "Lettera a Berlino" (1990) .. dov'è il cadavere in "Cani neri"?
L'insistenza con cui, nel romanzo, si ritorna sull'enigma della "prima volta" di Bernard e June, che è posticcio e non interessa più neanche gli interessati, fa sospettare che lo stesso McEwan non si renda conto che, rinunciando alla tangibilità del cadavere - letteralmente: al peso del corpo morto - , deve rinunciare anche all'erotismo morboso, preferibilmente incestuoso, di cui di solito è maestro. "Cani neri" è un libro più "sano" di quanto forse voglia il suo stesso autore, un libro dove anche una frasetta tipica (per McEwan) e innocente come "Sentii il mio sesso ritrarsi dentro sua figlia" (p. 62), è indecorosa e suona falsa. D'altro canto, la stancante dispersione di spunti erotici e di insinuazioni va poi a vantaggio della splendida scena dei "cani", essi sì orrendamente carichi di energia sessuale, ma descritti con ritmo così serrato che, per pagine, Ia loro mostruosità oscena mantiene un'atavica, feroce purezza. l "cani neri" sono l'invenzione più possente del romanzo e, probabilmente, di tutta l'opera di McEwan: i turbamenti privati, la tensione metafisica, lo sdegno civile, le offese della Storia, tutti i percorsi di un libro troppo generoso, si incontrano e si cristallizzano nella loro presenza. Nei "cani" si concentra, vivissimo, il peso del cadavere, e in loro il dubbio ritrova pienamente la sua necessaria insolvibilità: è il Male che si incarna nella Storia, o la Storia che lo crea e lo emana?
Dunque "Cani neri" non è un capolavoro: è troppo diseguale, non possiede la claustrofobica esattezza del "Giardino di cemento" n‚ la meticolosità affabile di "Lettera a Berlino", non sa decidersi fra circolarità e linearità, fra narrazione e apologo; i suoi protagonisti sono troppo astratti, non hanno quasi mai "calore umano". Però contiene, senza dubbio, le pagine più belle di McEwan. Mi riferisco, oltre che all'ultimo capitolo, all'arioso e struggegente "Preambolo", quando i Tremaine non sono ancora in scena e Jeremy racconta la sua adolescenza in una casa scombinata, fra la sorella bella e pazza, il sadico cognato e Sally, la nipotina vittima di una solitudine immedicabile, e rievoca le sere trascorse dai genitori altrui, i vari Langley, Nugent, Silversmith, le coppie di quarantenni colti che Toby, Joe e gli altri amici suoi coetanei fuggono soffocati e a lui, l'orfano libero, paiono così civili e aprono scorci sconfinati. Qui primi amori e ultimi riti e cortesie per gli ospiti, qui tutto il mondo di McEwan è trasfigurato in una dolorosa età dell'oro, un'elegia che fa sembrare anche la desolazione incantata. È un mondo che è dissolto dopo poche pagine; ma resta poi per tutto il libro, nell'aria, come un presentimento o una memoria quasi mai nominata. Sally non riappare, ma quando squilla il telefono, potrebbe sempre essere lei. Toby e Joe non tornano; ma Berlino ora è fitta di bande violente di giovinastri. Né tornano più i Langley che, senza affettazione, leggevano "Proust o Tucidide o Heine, naturalmente in lingua originale"; ma Danielle Bertrand, la donna misteriosa che gli uomini della Gestapo (o peggio) hanno violentato, e nella quale silenziosamente June si identifica - Madame Bertrand "era un tipo un po' altezzoso, che passava le sue giornate in cucina, circondata da un mare di libri"...
Almeno da quando, con "Bambini nel tempo" (1987), ha abbandonato le forme brevi della novella e la 'short story', McEwan è in cerca di personaggi veri, "a tutto tondo", imprevedibili, con storie più complesse delle occasioni del loro racconto. Non ha ancora saputo trovarli: ma del gioco delle suggestioni e degli echi e delle tacite sovrimpressioni, dell'arte difficile della risonanza, l'autore di "Cani neri" è già più che un virtuoso.

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