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Letteratura: storia e critica   Storia e critica  Studi generali 

Vittorini Elio - Letteratura arte società. Articoli e interventi 1926-1937

Letteratura arte società. Articoli e interventi 1926-1937 TitoloLetteratura arte società. Articoli e interventi 1926-1937
AutoreVittorini Elio
Prezzo € 72,30
Prezzi in altre valute
Dati1997, 1192 p.
EditoreEinaudi  (collana Opere di Elio Vittorini)

Attualmente non disponibile su IBS
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Descrizione
Dieci anni di lavoro, quasi quattrocento interventi, oltre mille pagine: questo volume documenta puntualmente gli anni di formazione di Vittorini, raccogliendo la sua intera produzione pubblicistica su quotidiani, periodici, riviste. Il giovanissimo Vittorini, approdato a Firenze, non si occupa soltanto di letteratura, ma anche di cinema, di arte, di politica culturale, di costume. Già alla fine degli anni '20 sente la necessità di fare i conti con gli autori e le letture che più hanno contato per la sua formazione, come Stendhal, Svevo, Proust.

La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice

recensione di Esposito, E., L'Indice 1998, n. 1

Parlare di questa imponente raccolta di articoli e interventi di Elio Vittorini vuol dire anzitutto rendere omaggio al lavoro di Raffaella Rodondi, che ne è stata non solo curatrice, ma propriamente, e sia pure in senso lato, "autrice". Vittorini infatti, come avverte l'introduzione, "non avrebbe mai pubblicato, in vita, un'opera come questa", ed è solo la paziente ricerca della Rodondi che ci permette oggi di leggere queste pagine, arricchite da puntuali e circostanziate note di commento.
A giustificazione di Vittorini, e ferme restando le considerazioni che farò in seguito, bisogna dire che di un'"opera" non si tratta: perché non si fonda su un progetto meditato, e nemmeno su un disegno qualsiasi, ma è piuttosto documento di sollecitazioni, curiosità, occasioni, coincidenze; e forse soprattutto dei doveri che il quotidiano impegno di uno scrittore in erba e pubblicista per necessità doveva assolvere non solo per dare voce alle sue convinzioni vuoi critico-estetiche vuoi civili e politiche, ma anche per far quadrare il bilancio mensile.
Non si spiega altrimenti, infatti, non tanto la molteplicità e varietà di questi interventi, ma propriamente il carattere di troppi di essi, legati all'occasione spicciola e municipale e alla cronaca più minuta, a fatti e personaggi destinati a essere dimenticati dal lettore con l'uscita del nuovo numero del giornale. Il quale giornale è in primo luogo, per la costanza della collaborazione e la quantità di interventi (circa la metà di quelli qui raccolti), ma anche per l'ovvia attenzione che esso determina nel pubblico e nel dibattito d'oggi, "Il Bargello", organo della Federazione provinciale di Firenze, "una tra le più impegnate e faziose" - come fa osservare la Rodondi - dell'Italia fascista.
Sono distinguibili in questa collaborazione, secondo la curatrice, ""grosso modo "tre fasi, corrispondenti ad altrettanti livelli di coscienza di Vittorini nei riguardi del fascismo al potere. Per i primi anni, all'incirca fino all'autunno 1934, il contributo è di natura prevalentemente letteraria" e permette di delineare "l'immagine di un giovane scrittore 'naturalmente' fascista, fiducioso al massimo nell'essenza rivoluzionaria (anticapitalista e antiborghese) del regime". Tra il '34 e il '35 l'affiorare delle "prime, larvate perplessità sul regime" e la necessità di chiarire la propria posizione porta a un "forte incremento dei testi a valenza ideologico-politica"; Vittorini tende a superare le contraddizioni identificando il fascismo con la lotta allo "spirito borghese" e a individuare nel corporativismo la strada per una "più alta giustizia sociale". Infine il '36 e lo scoppio della guerra civile in Spagna; è qui che si definiscono quelle posizioni di contrasto con il regime che, annota Rodondi, "in sede di ricostruzione paradigmatica della propria vicenda lo scrittore tenderà sbrigativamente a retrodatare", ed è qui che la collaborazione al "Bargello", diventata ideologicamente problematica, continua per ragioni di sussistenza e si maschera sotto pseudonimi e dietro tematiche universalistiche e di carattere morale, puntando sull'aspirazione "a una libera e continua ricerca, non più vincolata a forze o parole d'ordine precostituite".
Il volume si presenta dunque come efficace contributo per la ricostruzione della biografia intellettuale di Vittorini, che proprio per questo manipolo di anni manca ancora di tessere importanti, e segnatamente della corrispondenza con Enrico Falqui, uno dei principali interlocutori del giovane scrittore: corrispondenza che Raffaella Rodondi ha tuttavia potuto consultare e adeguatamente utilizzare per le sue annotazioni. Inoltre, queste più di mille pagine, per la puntualità degli interventi che contengono e la cronaca che disegnano di quegli anni, risulteranno molto opportune a ridefinire la mappa culturale dell'Italia fascista e a meglio valutare le posizioni già note dello scrittore. Basti citare le molte testate che si avvalsero della collaborazione vittoriniana ("Il Lavoro", "Il Mattino", "La Stampa", "L'Italia letteraria", "Solaria", "Il Resto del Carlino", "Letteratura", "Pegaso", "La Nazione", per citare solo le principali) e l'ampiezza delle letture che ne risultano testimoniate e che vanno da Rabelais ad Apollinaire, da Defoe a Joyce, dall'America di Melville alla Russia di Babel', senza parlare degli italiani.


FUOR DI SCANDALO

Ricorda Raffaella Rodondi nella sua nota al testo che "la prima idea di un'edizione completa degli 'scritti sparsi' di Vittorini risale, in anni ormai lontani, a Italo Calvino, che con generosità l'ha promossa e a lungo sostenuta", e che a Guido Davico Bonino si deve in tempi più recenti il recupero del progetto (e di "una sua prima realizzazione già in bozze di stampa").
Non ci si può che rallegrare che una casa editrice abbia ancora il coraggio di queste imprese, che per gli alti costi e per la loro destinazione al mondo degli studi - più che a quello strettamente commerciale - sembrano ormai appartenere a un'epoca che non è più la nostra. Si riuscirà a vedere anche il secondo volume di questi scritti (1938-1965: "diseguale ampiezza cronologica" ma, avverte la Rodondi, non dissimile "consistenza globale"), e si riuscirà a vedere completata la raccolta dell'epistolario, pure avviata da Calvino?
Possiamo solo augurarcelo, non senza osservare che il troppo lungo protrarsi di tali imprese risulta, per le alterne vicende di ogni interesse umano, dannoso al loro successo. D'altra parte, sarebbe augurabile che la stampa desse a queste occasioni il dovuto rilievo e ne discutesse l'importanza specifica invece di sfruttarne pieghe e risvolti a fini strumentalmente politici piuttosto che culturali. Succede invece, ed è successo per questo volume, che si gridi allo scandalo perché vi troviamo recensiti Mussolini e Berto Ricci, mentre non ci si accorge che nei circa 400 interventi che vi sono inclusi sono ben altri gli autori e i problemi discussi, all'insegna di quell'atteggiamento libertario se non volutamente frondista che disegnava tutt'altro mondo da quello dell'autarchismo fascista.
Così non ci si accorge che Rodondi ha individuato, e offre qui insieme agli altri scritti, una serie di interventi apparsi sulla stampa sotto pseudonimo ma che sono attribuibili allo stesso Vittorini, e ci si attarda invece sterilmente, a proposito di un volume così ricco, intorno a un dibattito scontato, e che la stessa Rodondi aveva affrontato con ben maggiore proprietà (perfino impietosamente, a mio avviso) nel suo "Il presente vince sempre. Tre studi su Vittorini", pubblicato nel 1985 presso Sellerio.
Vittorini non fu - e non si tratta certo di una novità - né precoce né lungimirante avversario del fascismo; fu piuttosto uno dei tanti giovani che ai miti populistici del tempo si alimentarono e che credettero alle formule spurie della rivoluzione. Si potrà, di ciò, accusarlo o giustificarlo, e forse e anzitutto trarne motivo per vedere una volta di più, in una intellettualità necessariamente compromessa con il potere e non salvaguardata o illuminata dalle ragioni di classe, il luogo di inevitabile coltura di posizioni ideologicamente ambigue.
Ma a noi pare più importante che dagli errori si sappia riscattarsi, e che si sappia sempre rivedere e mettere in gioco le proprie posizioni: forse, è proprio questo che di Vittorini continua a essere inviso e che fa perciò gridare allo scandalo. Tanto più da parte di chi, in politica o in letteratura, ha preferito infilarsi una volta per tutte le pantofole di qualche scuola - e smettere di rischiare.

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