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Basandosi su ricordi, verbali, ritagli di giornale, diari e testimonianze di alcuni protagonisti dell’epoca, a distanza di più di quarant’anni l’Autore rivive con pathos il clima e gli eventi nella Napoli del dopoguerra e degli anni cinquanta, e dipinge con una prosa felice luci e ombre che caratterizzarono in quel periodo l’ambiente partenopeo di sinistra, in particolare la federazione napoletana del Partito Comunista Italiano la cui storia si intreccia con le vicende amare di una figura femminile di spessore culturale e di grande generosità umana ai confini di una profonda spiritualità. Una intellettuale inquieta dal trascorso tormentato e dal sofferto presente, non disposta a tacere le proprie divergenze pur consapevole di andare incontro a costi assai alti, e dunque per molti versi scomoda e invisa a un apparato di partito con forti incrostazioni risalenti agli anni della clandestinità. È, quella di Rea, una dolorosa rievocazione risarcitoria delle umiliazioni inflitte ai dissenzienti da un gruppo dirigente che praticava un’adesione piatta e ottusa allo stalinismo e che dunque pretendeva obbedienza acritica cieca sia sul piano politico che su quello umano; mentre invece in quel periodo, anche grazie all’apporto di quadri giovani culturalmente vivaci e non legati al culto della fedeltà cieca, affioravano nel partito inquietudini, dubbi e cauti dissensi che sarebbero esplosi con una carica liberatoria a seguito del XX congresso del PCUS.
Nel 95 ho amato questo libro. Ho amato Renzo e Francesca , che un po' mi ricorda.Ho deciso di regalarlo a tutti gli amici del PCI che non avevano ancora aperto gli occhi. Il mistero e' il PCI ed il suo continuo trasformismo.
A me Rea sta antipatico. E' una persona invischiata col potere bassoliniano e questo libro rappresenta solo la sua falsa coscienza.
Recensioni
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recensione di Valentini, C., L'Indice 1995, n.11
Perché Francesca Spada, militante comunista e giornalista dell'"Unità" a Napoli, si era suicidata con i barbiturici la sera del Venerdì Santo del 1961, dopo aver riempito la sua stanza di libri e di rami di palme? Perché si era fatta trovare stesa su una coperta ricamata e con a fianco, sul comodino, una poesia sottolineata a penna, l'"Alcesti" di Rainer Maria Rilke? Per rispondere a queste domande Ermanno Rea, che di Francesca Spada era stato amico e compagno di militanza, ha scritto un libro di quasi 400 pagine, che almeno formalmente ha alcune caratteristiche dell'inchiesta giornalistica, ma che vuol essere molte (forse troppe) altre cose insieme.
La storia di Francesca, donna di parecchio fascino, appassionata e disordinata nelle vicende sentimentali, una femminista 'ante litteram' che il Pci dell'epoca aveva considerato quasi una provocazione vivente, viene ricostruita con alcune classiche tecniche dell'inchiesta. Rea usa i diari di Francesca e i ricordi dei familiari, fa parlare oscuri ex funzionari della federazione napoletana e politici anche noti come Maurizio Valenzi o come Abdon Alinovi. Utilizza perfino documenti riservati scovati negli archivi di un partito che non c'è più (ma che appare anche troppo vivo nei risentimenti e nelle cattive coscienze).
Ma in tutto questo materiale documentaristico Ermanno Rea si è infilato con l'intransigenza di un Saint Just, non solo per ricostruire le vicende della sua amica di gioventù e per descrivere crudamente il Pci napoletano degli anni quaranta e cinquanta. C'è anche l'ambizione di raccontare il soffocamento e l'agonia di Napoli, la città "cupa e melmosa" dove a un certo punto "gli orologi della storia si erano fermati" e da cui si poteva solo fuggire (e qui il rischio della cattiva letteratura non manca di farsi sentire e la stessa protagonista appare spesso trascurata e abbandonata al suo destino, a vantaggio di lunghe divagazioni sulla città amata-odiata, di cui diventa quasi un simbolo, con una confusione di piani che a tratti rende faticoso il racconto).
Perché nonostante questi limiti il libro di Ermanno Rea non solo merita di essere letto ma è al centro di discussioni anche appassionate, come succede quando si arriva comunque a toccare un punto vivo? Credo che la principale ragione sia nel fatto che forse per la prima volta in questo genere di memorialistica sul Pci si sia scelto dichiaratamente di raccontare una storia di perdenti, come Renzo Lapiccirella, il giovane medico amatissimo dagli operai della sezione Mercato, che Togliatti era stato sul punto di scegliere come suo segretario. Lapiccirella, dopo aver rinunciato a una professione che amava per fare il funzionario di partito, era stato inchiodato a poco a poco al ruolo dell'eterno sconfitti, dell'intellettualino fastidioso che pretende di discutere. Fra le accuse ricorrenti a suo carico c'è stata proprio quella di essersi scelto, invece di una sana compagna operaia, l'inquietante Francesca Spada: una giovane donna con un bizzarro passato di adepta a scuole teosofiche, con una certa disinvoltura di comportamenti e con due bambini sempre attaccati alle gonne, figli nati da un matrimonio non regolare.
Si era trattato di una vera e propria miniera di possibili ricatti per Salvatore Cacciapuoti, l'ex operaio Caccia di tante altre rievocazioni compiaciute. Ben diverso è il Cacciapuoti di queste pagine, un super stalinista un po' sadico che dirigeva implacabilmente la federazione di Napoli vessando i suoi sottoposti specie se di provenienza intellettuale, richiedeva prestazioni sessuali alle compagne più attraenti, indagava senza pietà nella vita privata di tutti.
Allontanata dal Caccia dai modesti incarichi che aveva avuto nel partito, che ama appassionatamente e vede quasi come il depositario di una specie di teologia della redenzione, Francesca Spada viene convogliata alla redazione napoletana dell'"Unità", in quelle stanze di Angiporto Galleria dove si raccolgono i comunisti più bizzarri, dove si discute di musica e di letteratura e ancora si crede che sia possibile cambiare il mondo. Francesca cerca in tutti i modi di farsi accettare nell'ambiente comunista, lotta per passare dalla critica musicale alla cronaca, si lega con un'amicizia appassionata, oggetto di pettegolezzi d'ogni genere, con Renato Caccioppoli, il "matematico napoletano" nipote di Bakunin, che il partito considera un fiore all'occhiello, anche se pericolosamente stravagante.
A spazzar via questi intellettuali così "diversi" e malsopportati è la scelta di alcuni di loro, fra cui Renzo Lapiccirella, di appoggiare il Gruppo Gramsci, un collettivo in cui milita fra gli altri Gerardo Marotta, l'attuale presidente dell'Istituto di studi filosofici di Napoli, e che ha addirittura il coraggio di mettere in discussione la politica meridionalistica di Giorgio Amendola. Anche il protagonista di "Una scelta di vita" appare qui in una luce ben diversa da quella abituale. Un moralista bigotto che è il vero mandante delle persecuzioni di Cacciapuoti, oltre che un politico spietato, che non tollera neanche l'ombra del dissenso. Paradossalmente è proprio il '56 a far precipitare gli eventi. I nuovi equilibri non possono comprendere personaggi scomodi come Renzo, spedito all'"Unità" di Roma dopo una resa dei conti al Comitato federale e poi all'VIII Congresso provinciale.
In pochi mesi anche Francesca viene espulsa dalla redazione napoletana e il gruppo si disperde, con lacerazioni personali violente. Certo da qui a sostenere che proprio in queste vicende stanno le radici di quel teatrale suicidio del Venerdì Santo di alcuni anni dopo corre parecchia distanza. Intanto c'era stato anche il suicidio di Renato Caccioppoli; vissuto da Francesca come un crollo interiore degli ultimi equilibri. Rea fa l'ipotesi che si fosse radicata in lei la convinzione di essere la vera responsabile delle sfortune politiche del suo compagno, come farebbe pensare la scelta del suo ultimo messaggio, la poesia di Rilke su incesti, la moglie fedele che si offre di morire perché gli dèi lascino in vita il marito. Non si capisce però che senso avrebbe avuto questo gesto estremo quando ormai sulla carriera politica di Lapiccirella era stata messa una pietra.
Curiosamente Rea non racconta nulla dell'ultimo anno di vita della sua protagonista, del trasferimento a Roma, del nuovo lavoro alla redazione centrale dell'"Unità". Quasi come se Francesca Spada, separata da Napoli, non avesse più diritto all'esistenza. E se invece fosse proprio in questi passaggi mancanti la chiave di un "mistero" che 400 pagine non sono state comunque sufficienti a risolvere?
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