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Narrativa straniera  Moderna e contemporanea (dopo il 1945) 

Lezama Lima José - Racconti

Racconti TitoloRacconti
AutoreLezama Lima José
Prezzo € 13,00
Prezzi in altre valute
Dati2004, 93 p., rilegato
CuratoreRodríguez Amaya F.
TraduttoreMolteni M.
EditoreEinaudi   

Attualmente non disponibile su IBS
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Descrizione
I racconti di Lezama Lima si situano nella stessa linea di inesausta ricerca, di forzatura del limite dei generi, che caratterizza l'intera opera del grande romanziere, poeta e saggista cubano. Come nel postumo "Oppiano Licario" e nel suo grande romanzo "Paradiso", anche in questi racconti saltano gli schemi: si espandono o s'ignorano, con allegria barocca, gli assiomi classici e ogni precetto formale che inquadra il genere "racconto". Ovunque è in agguato la sorpresa, con indizi dell'invisibile; racconti da considerare frutti di quella battaglia con le parole che Lezama, infaticabile, ha sempre combattuto.

La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice

Quand'anche al lettore siano familiari il registro e l'immaginario neo-barocco del cubano José Lezama Lima, nonché la sua proverbiale noncuranza nel travalicare i limiti dell'intelligibilità pur di giocare con tutte le risorse della lingua, sorge una legittima perplessità nell'associare questi frammentari esercizi di stile con l'idea sferica di racconto, quale ci ha abituati, nella contemporaneità, un maestro indiscusso qual è, ad esempio, Edgar Allan Poe. Parlando dello scrittore inglese, Julio Cortázar − in alcune sue considerazioni intorno al racconto come genere, in I racconti, Einaudi-Gallimard, 1994 − annota come in lui il racconto si proponga quale "macchina infallibile destinata a compiere la propria missione narrativa con la massima economia di mezzi" e come un racconto pienamente riuscito si risolva in un'implacabile corsa contro il tempo che si ottiene potenziando vertiginosamente un minimo di elementi, lavorando in profondità, verticalmente. In sostanza, sostiene Cortázar, mentre il romanzo vince sempre ai punti, il racconto deve vincere per knock out, perché invece di accumulare progressivamente i propri effetti sul lettore, "un buon racconto è incisivo, mordente, senza quartiere, fin dalle prime fasi", il che significa che non vi sono elementi gratuiti o meramente decorativi. Quanto ai temi, Cortázar non ha pregiudizi poiché, si sa, "in letteratura non esistono temi brutti o belli, c'è solamente un buono o cattivo trattamento del tema" e "perfino una pietra è interessante se se ne occupano Henry James o Franz Kafka".

Tornando a Lezama Lima ed escludendo che gli episodi, anche triviali, trattati dai suoi Racconti – e opportunamente "traslitterati" da Fabio Rodríguez Amaya nella nota in appendice al testo − possano costituire una discriminante, che cos'è che rende perplesso il lettore che si accinga a leggerli come tali e non piuttosto come dei poemi in prosa? Direi il modo di trattare tali episodi, non solo perché, come ricorda sempre il curatore, ognuno di questi racconti occulta invece di svelare la sua storia, sfrangiandosi in incessanti incursioni su dettagli della scena, ma anche perché in generale questi racconti offrono al lettore non il piacere di una conclusione che egli giustamente pretende, bensì un'ermetica e sfuggevole impenetrabilità. Non sto criticando questo "mostro sacro" della letteratura latinoamericana, capace, una quarantina d'anni or sono, di porsi, con il suo altrettanto ermetico romanzo Paradiso (1966), quale promotore forse inconsapevole ma indiscusso di un rinnovamento concettuale e formale del genere nel continente. Sto solo offrendo un umile appunto in margine per avvertire il lettore di non cadere nella trappola della denominazione di genere.

Che scrivesse prosa o verso, infatti, sembra che l'atteggiamento di Lezama sia sempre stato quello del poeta, dal momento che il nucleo della sua visione e della scrittura che ne deriva è l'immagine: "Io parto dall'oscurità e grazie a una contemplazione ossessiva riesco a stabilire un centro irradiante nel centro di quell'oscurità, che si rompe in frammenti a causa della forza penetrante di quello sguardo". Lezama Lima era convinto, in questo modo, di rendere chiare le cose oscure come in un'illuminazione che si manifestasse nella metafora e nell'immagine. Ma allora, se di immagine vogliamo parlare, una volta che si rinuncia a trovare in questi testi la sfericità e la sintesi spazio-temporale cui si accennava all'inizio, cercheremo di nuovo qualche aggancio in altri passi dell'acuta riflessione di Cortázar, là dove lo scrittore argentino – lui stesso grande maestro del racconto – parla di quella misteriosa proprietà che hanno certi episodi triviali di "irradiare qualcosa" oltre se stessi, proponendo una certa frattura del quotidiano che va molto oltre l'aneddoto in sé per diventare riassunto implacabile di una certa condizione umana.

Di fatto, quello che offre Lezama Lima al posto di una storia, è una frattura, un certo colore, un minimo spostamento, un'associazione inedita e surreale, onirica e allusiva pescata nello scorrere apparentemente piano del quotidiano: due studenti che marinano la scuola per andare a guardare il mare in tempesta, un pappagallo in cattività liberato da un gruppo di ragazzi, una piazza dell'Avana che diventa teatro di dramma ateniese, la magia di un illusionista cinese trasformata in una lotta per il potere, una donna molto malata che si rivolge ai poteri della santería, un ricordo autobiografico d'infanzia che si trasforma in occasione per presentare la propria ars poetica imperniata sul concetto di imago. Se il lettore sospende la razionalità che lo costringe a cercare un filo conduttore e si abbandona a un vortice di godimento estetico e a certe immagini di ineffabile bellezza, vedrà senz'altro coagulare intorno a esse sentimenti e perfino idee, che galleggiavano virtualmente nella sua memoria o nella sua sensibilità, permettendogli di uscire da se stesso per entrare in un sistema di relazioni più bello e più complesso, come avviene quando si legge poesia. La riflessione cui lo stesso Cortázar giunge, apparentemente contraddicendo quell'idea di misura e di precisione offerta all'inizio, è che certi racconti sono scritti quasi in uno stato di trance – attributo non certo estraneo alla scrittura di Lezama Lima − e che non c'è differenza genetica fra questo tipo di racconti e la poesia come la si intende a partire da Baudelaire: la genesi del racconto è la stessa della poesia poiché nasce "da un repentino straniamento, da uno spostarsi che altera il regime 'normale' della coscienza", quell'imprevisto dentro a parametri previsti, che suggerisce un accostamento fra la scrittura e il jazz.

Malgrado l'esiguità di questi Racconti − cinque in tutto per un totale di una novantina di pagine −, non se ne consiglia la lettura a un pubblico poco incline ad abbandonarsi docilmente al flusso delle parole e delle immagini (fra l'altro ottimamente tradotte da Monica Molteni e riviste dal curatore insieme a Francesca Camurati ed Erminio Corti). Quanto all'operazione editoriale, questa pubblicazione è senz'altro giustificata per completezza di catalogo, ed è apprezzabile lo sforzo dell'editore di restare fedele a un autore che non potrà certo avere un grande sbocco commerciale. Tuttavia, sarebbe stato filologicamente auspicabile che prima di questa raccolta postuma (1987), si fosse proceduto alla ristampa dell'altrettanto postumo e oggi introvabile romanzo Oppiano Licario (1977) (Editori Riuniti, 1981), prosieguo o epilogo di Paradiso.

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1.ParadisoParadiso
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Einaudi
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