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Fortini Franco - Poesie inedite | Nel dicembre 1995 Einaudi pubblicava una plaquette di poesie inedite di Fortini, a un anno dalla sua scomparsa, in una edizione fuori commercio per gli amici della casa editrice. L'eco suscitata da questo omaggio ha indotto l'Einaudi a mettere a disposizione questi testi al più ampio pubblico. Si tratta di una scelta ristretta e altamente qualitativa operata da Pier Vincenzo Mengaldo sul materiale di inediti lasciato da Fortini. Rispetto alla plaquette, questa edizione aggiunge alcune traduzioni di poeti stranieri.
| La recensione de L'Indice |

recensione di Luzzi, G., L'Indice 1997, n. 9
C'è da continuare a chiedersi se sia effettivamente lecito dividere, nell'opera in versi di Fortini, i momenti alti da quelli stanchi, quelli ispirati e "autentici" da altri abilitati alla distensione o all'addestramento. Occorre non dimenticare mai che in quella particolare poetica del progetto e della costante infiltrazione mentale (e morale) nell'agire immaginativo c'è un posto paritetico per la reinvenzione e il riuso, il "d'après", e per l'animosità satirica, o quella che Pier Vincenzo Mengaldo, curatore peritissimo ma anche affettuoso di questa preziosa raccolta postuma, definisce "sentenza, persuasione o intimazione", dietro l'ostinata tendenza di Fortini a "non lasciar respiro né agli altri né a se stesso". Al limite tutto, nell'agire poetico di Fortini, è giustificato non tanto alla luce degli esiti estetici (sui quali pesa una sorta di condanna d'autore all'indifferenza), quanto a partire dal progetto, da un progetto che ragiona, ordina, difende: criterio di valore potrà essere, allora, unicamente l'attivazione logica e occasionata di questo progetto non occasionale, frutto di un incontro tra esperienza del mondo (e anche, in questi spesso balenanti versi, esperienza del corpo e dei corpi) e laboratorio.
Mengaldo, dall'interno delle carte postume del poeta, già legate per decisione autoriale a un destino di disciplina post mortem, sfila opportunamente dei percorsi, come dire "costruisce" il libro riuscendo a conciliare un oggettivo simulacro di cronologie con lo snodarsi attitudinale dei generi convenzionali: un nucleo lirico, poi un nucleo gnomico che anche si intreccia talvolta con l'investimento traduttorio o con la poesia applicata, come è il caso di quei "versi" di conforto fatti e rifatti (e in quale orizzonte, privato e pubblico, di date: 1968, 1971, 1990, 1994) "Sull'aria della "Internazionale"", con i quali la silloge viene chiusa.Ad aprire queste "Poesie inedite" sono infatti due testi giovanili di astratta e raggiante religiosità che si potrebbe definire betocchiana, ma via via rinveniamo, spesso fulminee, le vestigia del Fortini per così dire vulgato.
Si tratterà allora di riscoprire i germi, particolarmente attivi nel decennio dopo il '45, del dibattito sartriano e generale sul perché e per chi la letteratura, con un'incursione ("Che queste parole siano scritte è necessario") entro il teso motivo dell'inutilità, e contemporaneamente della necessità, dello scrivere; oppure, ma con esiti certamente più deboli, talune allegorie con cadenze sonorizzanti che potrebbero far pensare (e i presumibilmente tardi versi "A mia moglie" lo confermerebbero) all'attenzione per un Eliot poco frequentato.Ma si tratterà talvolta di veri e propri epiced", come quello, afflitto e perentorio, "Per Simone de B.", o quello più visionario per un Vittorini riaffacciato alla memoria e riprofilato con l'evidente chiamata in causa stilistica (" âElio!', chiamavo.Non dormiva, era al tavolo. La voce che mi dava...") di Sereni. In queste chiamate in solidarietà respira più di un sentimento di appartenenza generazionale (ma anche, diciamolo, quell'aria così tipica di casta, quel recinto eletto di consaguineità ideologiche e intellettuali), da intendersi temporalmente come una discussione in pubblico sul "che fare" una volta giunti al nodo dei limiti del mandato degli intellettuali.
Con più gusto e freschezza, perciò, si potranno leggere - sempre sul piano di quelle consanguineità o repellenze - alcuni mirabili epigrammi dei momenti più alti de "L'ospite ingrato": segnalo, tra i giocosi, quello diretto in lingua spagnola a Segre su Machado e quello rivolto a Cases, spregiudicatamente costruito su una coppia di alessandrini rimati in lingua tedesca che Mengaldo vede acutamente in un clima "post-crepuscolare". E segnalo alcune traduzioni rimaste nel cassetto, severe e ossute per lo più, dentro quell'ossessione di regolamenti con la ridondanza (e con l'"Es" che la genera) che è, essa stessa, principio ed epifenomeno di una poetica invernale, mentalizzata, infiltrata però di tenerezze improvvise: all'altezza, come si supponeva all'inizio, e per ragioni interne, delle qualità progettualmente più accreditate. E, evidentemente, "pour cause".
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