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Narrativa straniera  Moderna e contemporanea (dopo il 1945) 

McCarthy Cormac - Suttree

Suttree TitoloSuttree
AutoreMcCarthy Cormac
Prezzo
Sconto 15%
€ 19,55   Spedizioni gratuite in Italia
(Prezzo di copertina € 23,00 Risparmio € 3,45)
Prezzi in altre valute
Dati2009, 560 p., rilegato
TraduttoreBalmelli M.
EditoreEinaudi  (collana Supercoralli)
 Disponibile anche in ebook a € 6,99

Nella promozione Einaudi fino al 11 marzo

Disponibilita immediata
Consegna espresso in Italia in 1-2 giorni

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Descrizione
Per vivere Suttree pesca pesci gatto nelle acque limacciose del fiume Tennessee. E sul fiume vive, in una baracca galleggiante ai margini della città di Knoxville, fra ratti reali e metaforici. Ci si è trasferito dopo aver abbandonato un'esistenza di privilegi borghesi e pastoie religiose; l'ha fatto per vivere. Ora nel suo nuovo mondo impara ciò che il fiume insegna: che nel tutto in movimento - quel flusso ora grigio, ora bruno, nero, marrone, color peltro, ardesia, inchiostro o carbonio della cloaca maxima - "il colore di questa vita è acqua" e perciò solo "le forme più primitive sopravvivono". Alcune di esse finiscono impigliate nelle sue reti di pescatore e, volente o più spesso nolente, Suttree deve tentare di portarle in secca, magari immergendosi con loro in liquidi a più alta gradazione. Prima fra tutte la forma di uno spassoso troglodita come Harrogate, giovane topo di campagna con una passione contronatura per i cocomeri e una determinazione tanto candida quanto feroce a trasformarsi in ratto di città. A fianco di questo novello Huckleberry Finn e dei suoi guai Suttree impara altri colori dell'infinito scorrere.

La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice
"Eccoci arrivati in un mondo dentro il mondo. In queste lande straniere, queste foibe e sodaglie interstiziali che i giusti vedono dalle auto e dai treni, un'altra vita sogna. Deformi o neri o folli, fuggiaschi di ogni risma, stranieri in ogni contrada". Cito dalle prime, bellissime pagine di quello che in italiano ci arriva come l'ultimo romanzo di Cormac McCarthy (pubblicato però esattamente trent'anni fa in America dopo una gestazione di altri vent'anni), nell'efficace traduzione di Maurizia Balmelli.
Prima che cominci il vero e proprio romanzo, siamo già trascinati dentro quel paesaggio che è sempre parte fondamentale delle opere dello scrittore (si pensi a La strada, Einaudi, 2008), e che qui consiste di una perifericità tragicamente ridondante e nauseabonda nel suo intrico di squallore, disordine, macerie e rifiuti. Un paesaggio nuovo e sconcertante, innanzitutto perché popolato di metamorfosi e contaminazioni mostruose tra esseri umani, animali e oggetti ("Un mondo al di là di ogni immaginazione, malevolo e tattile e dissociato, lampadine bruciate come opalescenti polpi cimati color teschio ballonzolanti sul pelo dell'acqua e occhi spettrali di combustibile e qua e là forme maleodoranti di feti umani incagliati e gonfi come uccellini"); e, poi, perché tutto ciò che la città ha rimosso, accantonato, materialmente e simbolicamente rifiutato, riemerge qui come relitto, maceria scomoda e allucinante in cui la città stessa (e questo è uno degli aspetti più interessanti del romanzo), suo malgrado, si rispecchia e deve rispecchiarsi. Ed è proprio "il mondo occidentale" a comparire sulla scena quando si alza "il sipario", per rappresentare in queste periferie lo spettacolo grottesco di se stesso.
Ci troviamo nell'orrido circondario di Knoxville, dove vive il pescatore di pesci gatto Cornelius "Buddy" Suttree, le cui avventure – e, con esse, le frequenti bevute e i miseri, malsani pasti – si svolgono tutte tra le rive del Tennesse e la città in cui talvolta egli approda. Come nei romanzi tradizionali, in Dickens e nell'Huckleberry Finn a cui è stato paragonato, l'avventura è infatti al centro dell'intreccio, ed è fatta scaturire dall'incontro del protagonista con altri personaggi, e da un'idea di movimento quasi patologica, brulicante e inarrestabile. Ma è un'avventura che non segue alcun fine, alcuna meta; perché non c'è nulla da conquistare o da riscattare. Da una parte, allora, il movimento tende a rivolgersi su se stesso e a imbrigliarsi sempre in quello spazio limitato, e, dall'altra, il paesaggio, nei suoi aspetti visivi e simbolici, supera sempre di significati il personaggio.
Eppure, attori in questo raccapricciante palcoscenico, gli strambi figuri in cui si imbatte Suttree non sono privi di tratti significativi, anche se raramente assumono un vero rilievo: ad esempio il "topo di campagna" Gene Harrogate che, rilasciato dopo la condanna per avere rubato e letteralmente violentato delle angurie, medita di fare fortuna scavando tunnel sotterranei per trovare le camere blindate che custodiscono le ricchezze cittadine; oppure le due donne con cui il protagonista ha una breve relazione, Wanda e la prostituta Joyce, in fondo dotate di un'umanità che intenerisce. Gli altri hanno i nomi bizzarri di Ulysses e J-Bone, Oceanfrog, Bucket, Hoghead, Blind Richard, e si mischiano a cenciaioli e pescivendoli, pastori di capre e mucche, pescatori di molluschi e disperati di varia origine, tutti accomunati dal desiderio di stare a galla e di soddisfare i propri bisogni materiali, viziosi per insensatezza o per necessità, malati, ubriaconi e giocatori. Uniti senza sapere neanche bene da che cosa, tutti quanti dialogano (a volte in maniera un po' ripetitiva) senza virgolette, travolti dal racconto. Sono pezzi del paesaggio, appunto, rifiuti e relitti a loro volta, simboli di una violenza e di una malattia che hanno poche speranze di riscatto, di liberazione o di "guarigione".
Eppure, la poesia e l'umanità – sempre rivendicata pur attraverso la sua negazione – filtrano anche in questo mondo senza luce, che è un po' inferno e un po' allucinazione (non a caso il protagonista alla fine si ammala di febbri tifoidi e soffre di allucinazioni); illumina e stupisce come gli occhi delle mucche che svegliano Suttree nelle prime ore del giorno, "una dozzina di occhi incandescenti", "soltanto occhi", collocati a un'altezza diversa, "misteriosi nani amaurotici i cui globi oculari vagavano nell'oscurità, all'amazzone sopra un'altalena (…). Mucche, concluse. Sono mucche. Spense la torcia e tornò a distendersi. Adesso ne sentiva l'odore, dolci fragranze d'erba e latte nel vento freddo da monte. L'aria umida era satura di ogni genere di profumi".
Chiara Lombardi

I vostri commenti
Recensioni 1 - 20 di 38 recensioni presenti.  Media Voto: 4.39 / 5

Giorgio (19-07-2011)
Capolavoro.
Voto: 5 / 5
juri (19-07-2011)
la scrittura assoluta. occorre molta pazienza per entrare nel libro, una manciata di pagine per volta, ma senza che sia dato accorgersene ad un certo punto ci si ritrova ad aver superato un invisibile punto di non ritorno e da quel momento occorre molta forza per sopportare l'idea che il libro, purtroppo, prima o poi finirà. un romanzo di categoria superiore. quanto vorrei poter abbracciare Cormac e stringerlo forte, ma forte, ma forte.
Voto: 5 / 5
Novecento (07-06-2011)
Ho letto tanto del Maestro McCarthy e devo dire che "Suttree" è il suo miglior libro. Stiamo parlando di alta letteratura. Agli antipodi di Roth per modo di scrivere, geniale nelle sue descrizioni. Neanche una riga di quello che pensa Suttreee, ma il lettore già lo sa. E' come se riuscissi a capire ed immergerti nel personaggio grazie all'atmosfera descritta. Sensazioni che solo il buon Cormac riesce a donare...
Voto: 5 / 5
Angelo (02-06-2011)
Magari all'inizio si fatica ad apprezzare lo stile ed il linguaggio usato. Poi però McCarthy ti fa entrare nella vicenda, ti fa accomodare in prima fila. Non solo un grande romanzo, ma anche quasi un trattato di sociologia dell'emarginazione. Grande libro che rimane nella mente e nel cuore.
Voto: 5 / 5
Nicola Coppola (30-04-2011)
Non un romanzo a tutto tondo, con inizio, trama e finale, magari ad effetto. Bensì uno squarcio di vita. Un protagonista il cui passato viene solo accennato. Una serie di coprotagonisti che incrociano la sua strada, in un mondo di derelitti più o meno ai margini. Una completa immersione in ambienti sordidi e malsani, con un mondo "normale" che è proprio lì, a portata di mano, eppure è come se non esistesse, salvo che per il suo aspetto repressivo, poliziesco (e come non provare simpatia per Ab, negro di mezz'età precocemente invecchiato, perennemente e letteralmente in lotta con i poliziotti?). E poi la descrittività di McCarthy, le sue metafore, le similitudini. Le sinestesie, la capacità di mescolare le percezioni e far percepire l'odore o il suono di una visione. La descrizione dei deliri del protagonista, in un paio di occasioni, in cui anche a chi legge sembra di perdersi. Un romanzo che resta nel cuore e nella mente.
Voto: 5 / 5
lucioluc (03-04-2011)
Virtuosistico, barocco, ridondante ma con classe. Il più classico scrittore vivente (come DeLillo è il più moderno) ha centrato un libro in cui trama e drammaturgia sono quasi assenti e la forma la fa da padrone, poca materia narrata ma potentissima macchina narrante (grazie anche alla magnifica traduzione). Io personalmente preferisco il McCarthy più asciutto dalla Trilogia alla Strada (Oltre il confine è per me il suo capolavoro).
Voto: 4 / 5
diamonddave (10-01-2011)
Romanzo di caratura elevatissima, il più bello letto sino ad ora di Cormac McCarthy, inclusi i tre componenti la "Trilogia della Frontiera": raggiunge vette poetiche di rara bellezza. Il prologo, che io ho visto come un riassunto dell'intero romanzo, una specie di nucleo interno che tutto racchiude, è semplicemente incantevole e superlativo: questo, ed il romanzo tutto, nelle descrizioni, nell'utilizzo di parole come magistrali colpi di pennello, nei passaggi filosofici, nelle digressioni, e soprattutto nel raccontarci la storia di Cornelius Buddy Suttree, negletto dalla famiglia, ribelle e paria per scelta, un po' sfortunato e un po' debosciato, finalmente ci rende un McCarthy che lascia una porta aperta sulla speranza. Un romanzo per me deve far riflettere e costringere alla ricerca di un significato: se poi è anche scritto bene come questo ... Leggetelo ed innamoratevi di questo "Cristo" debosciato e dei debosciati.
Voto: 5 / 5
Luca lucamarchesani@hotmail.it (04-01-2011)
Un'opera che non lascia indifferenti. L'autore sceglie una via tortuosa per raccontare le vicende di Suttree e la percorre in una carrozza, come pochi sanno fare. A mio avviso, nonostante la mancanza di una vera e propria trama organica, i pochi cenni dedicati alle vicende personali del protagonista e l'attenzione quasi maniacali per le sequenze descrittive, il romanzo acquisisce una propria identità proprio grazie a tutto quello che non dice. La narrazione, a prima vista organizzata come una sorta di palcoscenico calcato da maschere negative e prive di spessore umano, raggiunge elevate vette di lirismo proprio laddove costringe il lettore ad ingoiare tutta la sporcizia prodotta dalle parole di McCarthy. E' un lbro che si annusa, che lascia filtrare ogni immiagine, ogni odore malsano come se ci trovassimo tra le strade di Knoxville in compagnia dei derelitti che la abitano. E'un romanzo che lascia sconcertati di fronte alla "normalità" dell'inadeguatezza della storia narrata ed è dura non prendere le difese di Harrogate o di Ab Jones, uomini senza alcuna speranza ma che in qualche modo vivono di un'accettazione quasi religiosa delle rispettive esperienze di vita e percorrono una strada che mano a mano si trasforma inesorabilmente in un vicolo cieco. McCarthy è un maestro e nonostante la lettura di questo romanzo non sia, come dire, canonica e certamente non facile, Suttree merita di essere considerato un classico immortale della letteratura sin da ora.
Voto: 5 / 5
Giuseppe (10-11-2010)
Lasciate perdere chi commenta con voti bassi questo capolavoro. Se avete voglia di un gran libro, questo è quello che fa per voi. Un libro stupendo davvero. Certi commenti non li digerisco. Ma non è colpa loro. Cormac, perdona loro che non sanno quello che dicono. E grazie per questo libro meraviglioso.
Voto: 5 / 5
Claudio 78 (02-11-2010)
Bhe! che dire....che Mcarty sia un grande scrittore nessuno puo' dubitarlo,considero anche La strada uno dei libri piu' belli mai letti, ma come si fa a dire che Suttre e' un bel libro? addirittura l'opera omnia di Mcarty! Ma dai...lento, noioso, senza colpi di scena e inutilmente troppo descrittivo fino all'ultimo particolare, lasciatemelo dire, Mcarty questa l'hai proprio toppata!
Voto: 1 / 5
Giuliano (28-10-2010)
Alessio scherza... Non preoccupatevi. Non credo sia possibile pensare davvero quelle cose di questo eccellente romanzo. Io non ve lo posso consigliare, perché non so cosa vi piaccia leggere. Però posso dire che se volete leggere un capolavoro, questo è il libro che fa per voi.
Voto: 5 / 5
Alessio (15-10-2010)
Sono stupito. Realmente. Ho aperto questa pagina di commenti con la certezza di non trovarne o di trovare critiche importanti ad un libro che non mi è piaciuto affatto. Ho provato comunque a darmi delle spiegazioni. Ho provato a trovarci qualcosa di buono. Nulla. Mai letto nulla di più noioso e presuntuoso. Talmente illegibile da portarmi fino alla fine. Posso dare un solo consiglio: Se vi capita vicino, scappate.
Voto: 1 / 5
Cormac McCarthy (14-10-2010)
Straordinario romanzo di uno dei più grandi (il più grande?) scrittore vivente. Uno dei miei libri preferiti. Un'opera maestosa che non ha nulla da invidiare ad altre opere monumentali che hanno fatto la storia della letteratura. Assolutamente da incontrare. CAPOLAVORO.
Voto: 5 / 5
Alex (18-09-2010)
Se non avete ancora letto questo libro, ve lo consiglio assolutamente. In Italia è stato inspiegabilmente tradotto solo trent'anni dopo la sua effettiva uscita, ma ora che finalmente è arrivato anche da noi non lo si può non leggere. Cormac McCarthy è un grandissimo scrittore e si sa. Ha scritto grandi capolavori (basti pensare a romanzi del calibro di "Meridiano di sangue", "Cavalli selvaggi", "Oltre il confine", "Città della pianura", "Il buio fuori", "Figlio di Dio", "Sunset limited","Non è un paese per vecchi" e naturalmente "La strada") e anche questo si sa. Ma in "Suttree", il suo romanzo più lungo, il buon vecchio Cormac ha dato forse il meglio di sé. Un romanzo di rara bellezza, scritto in modo eccellente da quello che è considerato (a ragione) il più grande scrittore vivente; per lui aspettiamo solo il Nobel. E intanto ci godiamo questo romanzo straordinario. Da leggere e rileggere. CAPOLAVORO!
Voto: 5 / 5
Giuseppe (06-09-2010)
Che libro magnifico!! Uno dei più belli che abbia mai letto.. Cormac McCarthy è diventato uno dei miei scrittori preferiti dopo aver letto "La strada", assoluto capolavoro. Mi sono avvicinato a questo libro sicuro che non mi avrebbe deluso, ma convinto allo stesso tempo che non mi sarebbe piaciuto come "La strada"; e invece ho amato questo libro dalla prima pagina all'ultima. Ho amato i personaggi ( in particolare Gene Harrogate), ma soprattutto il modo in cui è stato scritto (e stupendamente tradotto; complimenti a Maurizia Balmelli). Lo consiglio a chiunque abbia voglia di leggere un gran libro da portare dentro di sé per sempre. 5/5, ma se potessi darei di più. Indimenticabile..
Voto: 5 / 5
Federico (05-07-2010)
Un affresco monumentale, un capolavoro che trasmette emozioni straordinarie partendo da una materia prima di infima qualità, i vari zotici, barboni, ubriaconi,prostitute e personaggi vari che popolano il libro. Alcune figure come quella del violentatore d'angurie al secolo Gene Harrogate o del gigantesco nero Ab Jones in lotta contro l'odio razziale sono delineate in maniera straordinaria. Prosa ricchissima,descrizioni dettagliate,punteggiatura difficile,riflessioni che si inseriscono e si fondono con la narrazione: non è un libro per tutti, ma i veri lettori non possono non leggerlo!
Voto: 5 / 5
hollis (12-05-2010)
..un libro per chi ha peli sullo stomaco, e spessi. il segmento di biografia di suttre che mccarthy narra è privo di qualsiasi possibilità di riscatto. il sottofondo sociale di suttre e dei suoi amici è privo di qualsiasi presa di coscienza (politica o sociale). una vita ai margini per volontà quasi autodistruttiva del protagonista stesso, ma senza che l'autodistruzione sia scelta morale o folle. è così e basta, e si potrebbe parlare di un "nichilismo incompiuto". a suttre accadono tante cose, ma nessuna che possa giustificare un senso, una qualche relazione con un orizzonte progettuale. da contraltare alla desolazione la scrittura di mccarthy che narra con una capacità lirica unica e al tempo stesso capace di non cadere mai in nessuna forma di manierismo, o autocompiacimento letterario. mccarthy scrive bene, molto bene. e qui, in questo duro e difficile romanzo, da il meglio di sè stesso. una volta terminato il libro si tira un sospiro di sollievo, ma si è poi anche convinti di aver approcciato qualcosa che rimarrà per sempre. qualcosa di sincero e scritto senza prendere in giro il lettore (altra grande capacità di mccarthy). infine. le pagine introduttive al romanzo valgono mille libri di autori pseudo scrittori che fanno dello stile il loro unico carattere. questo libro, a mio avviso, è un'opera d'arte. voto 5.
Voto: 5 / 5
Renzo Zoia (05-05-2010)
Libro straordinario per difficoltà di lettura ma anche per originalità e bellezza dello stile. Questo è sempre diretto alle cose, immediato, audace anche nelle scelte grammaticali: discorso diretto senza interventi di punteggiatura, uso degli anacoluti e delle frasi sospese al limite della ortodossia. E che dire poi delle descrizioni paesaggistiche? Per quanto riguarda l'umanità descritta, sempre ai limiti del degrado e della morte, mi è parso di cogliere in certi momenti le pagine dell'Inferno dantesco. Infine, un plauso particolare alla traduzione che da sola merita la lettura di quest'opera.
Voto: 5 / 5
Raffaele (06-04-2010)
Debbo ammettere che l'autore americano ancora una volta non si smentisce: questo è un romanzo di ottimo livello. Trovo che in esso traspaiano situazioni già incontrate in altri suoi romanzi (Il buio fuori, la Trilogia e forse La Strada) che si vanno a integrare tra loro; una sorta di serie di episodi che hanno come protagonista prevalentemente Suttree (ma non solo), alcuni dei quali di una comicità unica ma che celano una violenza di fondo inaudita. Mi viene in mente la scena che precede il funerale del figlio del protagonista, oppure il momento in cui il Topo di città (altro personaggio fuori dal comune) raggiunge dopo la detenzione per "zoofilia", KOXVILLE (Tennesse) e transita affamato per il mercato principale. Anche "la natura" nei romanzi di MCCarthy non lascia scampo: dal caldo torrido al freddo estremo, dalle inondazioni alle frane in cui ci lasciano le penne persone molto vicine al protagonista. Poi anche la spietatezza umana ma nello stesso tempo la solidarietà, l'estrema povertà materiale e soprattuto materiale, la descrizione dei luoghi non proprio incontaminati dall'uomo, il continuo alternarsi sulla scena di veri e propri reietti umani. Insomma, diciamo le cose come stanno: Cormac è uno scrittore politicamente scorretto e forse è proprio per questo che lo posiziono una spanna sopra tutti gli altri scrittori contemporanei.
Voto: 5 / 5
MadLuke (06-04-2010)
A un primo colpo d'occhio, in quest'opera di McCarthy mi colpisce la comunione d'intenti con "Revolutionary Road" di Yates, nel gettare la maschera dietro la quale si nascondono le ipocrisie del sogno americano. Ma lo fa con modi completamente differenti, andando a guardare da vicino la vita di un uomo, Suttree, che ha gettato al vento la sua vita di banalità borghesi, per immergersi nei colori della vita vera, che scorre lungo il grande fiume. L'autore, come da suo inconfondibile stile, non lascia assolutamente nulla all'immaginazione nel descrivere lo schifo, il degrado e le bassezze dei suoi personaggi, e lo fa con una prosa di un'intensità tale da sfiorare la lirica. Eppure tutti quei frammenti di vita, sbattuti in faccia al lettore per mezzo di "soavi metafore", riescono al contempo a rendere l'idea, che nonostante tutto qualcosa si muova, anche quando la speranza sembra definitivamente persa, c'è un qualcosa che si compie giorno dopo giorno, come il fiume che placido non smette mai di scorrere, anche a dispetto di chi caparbiamente vuole rinunciare a sperare, a credere. Così anche nella malinconia, nella tremenda amarezza che contraddistingue in varia misura la vita di ognuno dei personaggi, si può scorgere una sorte di balsamo, miele che lenisce le ferite della vita. Nella vita stessa che nonostante tutto continua, io vedo il segno di una misericordia e di un'assoluzione di "dostoevskijana memoria", più grande di tutte le umane debolezze. Rimane un po' di rammarico per la conclusione un poco frettolosa, che lascia poco spazio alle considerazioni finali del protagonista. E per i dialoghi, la cui crudezza e intensità, trovo a volte vadano a scapito della comprensibilità.
Voto: 4 / 5
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