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Handke Peter - Appendice estiva a un viaggio d'inverno | Nel giugno-luglio del 1996, circa sei mesi dopo il primo viaggio in Serbia, Handke compie, con gli stessi compagni di allora, un secondo viaggio, spingendosi questa volta anche oltre la Drina in territorio bosniaco e raggiungendo Srebrenica, teatro di uno dei più spaventosi episodi della "pulizia etnica" perpetrata da Karadzic. Gli spunti polemici dell'autore sono rivolti in particolare contro la manipolazione della realtà da parte dei mezzi di comunicazione di massa. Handke cerca l'"altra realtà delle cose". Anche in questo libro prosegue inoltre il suo discorso poetico pur affrontando un tema all'apparenza lontano da quelli da lui trattati abitualmente.
| La recensione de L'Indice |

scheda di Rastello, L., L'Indice 1997, n.10
Tutto sembrerebbe sospeso in questo libro, in primo luogo il giudizio. Si invoca il silenzio su quanto è avvenuto nelle valli a ovest della Drina, si cerca addirittura di evitare le domande, in nome delle "terze cose", quelle tracce di senso criptato dimenticate ai margini dei gesti quotidiani. Handke nell'estate del 1996 torna sui suoi passi serbi e va a visitare, per la prima volta, brandelli di Bosnia dilaniata, a Visegrad e a Srebrenica. Vi porta il dubbio: forse quelle stragi non sono avvenute, forse l'informazione mondiale è manipolata a favore di coloro che appaiono vittime, forse... E vi porta la certezza: altre stragi le presunte vittime hanno compiuto, coperte dal silenzio complice del mondo. Migliaia di serbi assassinati di cui nessuno ha parlato. Il massacro ("presunto", naturalmente) di Srebrenica è una vendetta. Su questo i dubbi sono molto meno pressanti. Handke, del resto, si sente investito di una missione di verità, il suo compito è fare da contrappeso all'opinione mondiale che, secondo lui, ha criminalizzato i serbi (Handke non legge i giornali di sinistra, i giornali inglesi, i giornali francesi e, soprattutto, le agenzie delle Nazioni Unite). E una missione così importante vale qualche approssimazione. Così ci parla di sé, della sua voglia di non domandare, del suo sguardo, dei suoi luoghi d'elezione e di provenienza. E, con quindicimila parole, annuncia il silenzio.
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