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Rastello Luca - La guerra in casa

La guerra in casa TitoloLa guerra in casa
AutoreRastello Luca
Prezzo
Sconto 15%
€ 14,88
(Prezzo di copertina € 17,50 Risparmio € 2,62)
Prezzi in altre valute
Dati1998, 260 p.
EditoreEinaudi  (collana Gli struzzi)

Nella promozione Einaudi fino al 11 marzo

Disponibilita immediata
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Descrizione
Il cecchino, figura principe nell'immaginario di una guerra sporca, carnefice per eccellenza, che prova a ricominciare a vivere in Italia. L'incubo di Izmet, prelevato dalla polizia di Spalato e massacrato perché mussulmano. L'assurda fine di Moreno Locatelli, ucciso a Sarajevo sul ponte di Vrbanja, durante una manifestazione di pace da lui stesso ostacolata perché inutile. E chi ha ucciso i tre italiani che trasportavano un carico di aiuti umanitari e avevano i documenti per espatriare una quarantina di vedove con i loro bambini? Grazie al lavoro compiuto da Rastello, fondatore del Comitato accoglienza profughi ex Jugoslavia di Torino, questo libro offre una serie di materiali e informazioni "veri", spesso trascurati da televisione e giornali.

La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice

recensione di Buttino, M., L'Indice 1998, n.10

C'è stata e c'è una guerra nell'ex-Jugoslavia, fatti terribili sono avvenuti in luoghi che abbiamo sfiorato nelle nostre vacanze, abbiamo visto arrivare migliaia di profughi, abbiamo letto e visto alla televisione cronache in diretta delle violenze, un po' ci siamo dati da fare, e ora vogliamo che sia tutto alle nostre spalle. Il libro di Luca Rastello riguarda quanto accadde in Jugoslavia, considerato attraverso l'esperienza di molte persone che, per disgrazia o per scelta, si trovarono coinvolte in quei fatti. Sono infinite storie diverse: vi è Luca Rastello stesso che racconta il proprio rapporto con persone e avvenimenti nei quali si è imbattuto organizzando aiuti in Jugoslavia e accoglienza ai profughi in Italia; vi sono le vicende di molti altri che si impegnarono come lui e le iniziative delle organizzazioni internazionali e dei soldati che intervennero nella guerra. E soprattutto vi sono le esperienze di chi viveva là e fu travolto dalla guerra. L'impostazione è precisa: Rastello non vuole fornire una trattazione sistematica delle ragioni del crollo dello Stato jugoslavo, della guerra, dei nazionalismi e delle violenze, ma parlarci di persone concrete e dei loro percorsi, e cercare in queste spiegazioni di quanto è avvenuto. Alla descrizione delle esperienze individuali Rastello affianca una ricostruzione puntuale degli avvenimenti politici e di guerra, che fanno da sfondo, e un po' spiegano, ma non determinano, le scelte delle persone. In questo modo probabilmente scontenta il lettore che vuole interpretazioni forti e rassicuranti. Dato però che non vi sono spiegazioni generali che portino a capire per quali motivi una persona ne uccida un'altra, Rastello ha ragione di capovolgere l'argomentazione e di partire dalle esperienze crude e dal brancolare senza senso dei suoi testimoni. La sua scelta suona anche come una provocazione accorata, e riesce perfettamente. Rastello ci dice: venite con me, seguitemi in un viaggio terribile. Intanto ne parleremo.
Si è a un convegno accademico, vuoto e probabilmente dotto, dove si parla di solidarietà alla Jugoslavia, e uno del pubblico, un giovane di nome Darko, si allontana dalla sala con Rastello, racconterà che sino a pochi giorni prima aveva fatto il cecchino. Era stato arruolato nell'esercito serbo e con le altre reclute inizialmente aveva scherzato sul mondo dei militari, sulla loro missione e sulla sciocchezza dei leader nazionalisti serbi. Si era poi trovato in un inferno, fatto di gente uccisa in modi terribili. Un suo conoscente, un ungherese, era tra le vittime, squartato perché gli "altri" lo avevano preso per serbo. La paura fece di Darko un "serbo", gli diedero le armi e lo portarono contro i nemici "musulmani". Aveva così varcato il confine, per trovarsi in un mondo impazzito in cui la morte è normale.
Il percorso che porta a essere combattenti inizia per tutti con un battesimo del sangue, che spesso è costruito dai capi militari (non soltanto serbi!). Per educare i loro uomini a superare l'orrore, questi li costringono ad assistere a violenze gratuite di ogni tipo. Poi la macchina va avanti: gli uomini uccidono per esorcizzare la propria paura, per vendicarsi e infine per indifferenza, per soldi, zelo, potere.
I primi a orchestrare questo incubo sono i capi di bande armate mercenarie, che agiscono in stretta collaborazione con gli eserciti regolari. Per conquistare i territori, e costruire nuovi Stati vi è bisogno di questi bassi manovali della violenza che compaiono come nazionalisti accesi, fanno discorsi di fuoco e usano scientemente i simboli di una comunicazione forte, che rimanda al sangue, all'onore, alla vendetta. Ovviamente cosa pensino è irrilevante, ma importa la loro capacità di imprenditori della violenza. Rastello segue le vicende di molti di loro: sono persone che prima facevano lavori normali e miti, e che poi nella guerra trovano l'occasione per affermarsi, acquisiscono sul campo nuove capacità e, quando la guerra nei loro territori finisce, spesso mantengono il potere: diventano autorità politiche, amministratori, uomini d'affari, trafficanti di armi o di droga. In genere si dedicano contemporaneamente a più di una di queste attività.
Per mobilitare gli uomini servono armi e denaro, che i dirigenti politici trovano in abbondanza sia come risorse rese libere dal crollo stesso dello Stato e delle attività economiche di pace, sia ricorrendo a traffici internazionali illegali e ad aiuti. È però strettamente necessario che vi siano leader riconosciuti, quali autorità morali prima che politiche, in grado di distribuire senso e valore nel carnaio disumano della guerra "etnica". Nascono padri della patria abili nella retorica, gli intellettuali danno prova delle loro capacità, e talvolta anche la Chiesa dà la sua benedizione al nazionalismo aggressivo. Quest'ultimo è il caso della Madonna di Medjugorie, che inizia le sue apparizioni nel 1981, aiutata dalle premure di un convento francescano, e continua con rinvigorito impegno ad apparire, tra le osanna di pellegrini, offrendo il dovuto sostegno ai cattolici croati nella loro guerra.
Molti insomma si danno da fare per elaborare la "menzogna etnica", mobilitare la gente attraverso la paura, costruire le nazioni, e guadagnare ricchezza, autorità e potere. Vi è però anche un'altra questione su cui riflettere: nessuno è riuscito a fermarli, e anche i "buoni", quelli che cercavano la pace, hanno spesso prodotto disastri.
Luca Rastello descrive come i paesi europei si siano colpevolmente contesi l'influenza sulle rovine della Jugoslavia, e ci racconta insuccessi tragici come quello delle Nazioni Unite. Vi consiglio di leggere in particolare le pagine dedicate a Srebrenica, enclave musulmana nella Bosnia orientale, assediata dall'esercito serbo dal 1992 al 1995. Qui intervengono le Forze delle Nazioni Unite guidate, all'inizio, dal prode generale francese Philippe Morillon, che minimizza il pericolo e promette protezione alla popolazione spaventata per poi lasciarla indifesa; la cittadina viene dichiarata dall'Onu zona protetta, si susseguono i reparti militari amici; vi sono soldati che vendono spazzatura alla popolazione affamata, altri trovano cinici divertimenti sanguinari per passare il tempo; infine i soldati se ne vanno e la popolazione musulmana è abbandonata alla furia della "pulizia etnica" serba. Clinton segue la vicenda, mutando continuamente parere sulle modalità di un intervento che non avviene. Poi c'è anche l'Italia, che si accoda timidamente alle iniziative diplomatiche europee, quasi che la guerra non la riguardasse, e non si preoccupa neppure di organizzare l'accoglienza ai profughi. E vi è Susanna Agnelli, allora nostro ministro degli esteri, che pochi giorni prima del massacro di Srebrenica dichiara candidamente di credere nella sincerità di Milosevic. Complimenti!
In Bosnia certo le Nazioni Unite hanno dato una perfida prova di sé, ma anche le organizzazioni del volontariato e della cooperazione non hanno un bilancio senza macchia del proprio intervento. Gli aiuti talvolta sono stati dati agli aggressori invece che agli aggrediti, o sono serviti a prolungare guerre locali, o sono diventati una delle poste in palio tra i contendenti. E vi sono volontari e pacifisti che hanno provocato disastri perché preoccupati soprattutto di far mostra della propria bontà, o semplicemente perché agivano in un mondo più insidioso di quanto comprendessero a causa della loro ingenuità e della loro ansia di fare del bene a ogni costo.
Rastello ci offre una grande mole di materiale, di memorie e di pensieri. E non ci permette di rifugiarci nella sciocca ma ricorrente diceria secondo cui l'odio etnico nasce spontaneo, frutto della differenza e di antiche rivalità. Non si può più credere che sia così. Purtroppo tutto è costruito dall'abilità cinica dei politici e degli eroi armati, e dall'indifferenza e dall'impotenza degli altri. Esistono responsabilità per quanto è accaduto in Bosnia, come esistono oggi per il Kosovo. Intanto le violenze dell'epurazione etnica continuano.

I vostri commenti
  Media Voto: 3.66 / 5

luigi ceccato (12-02-2011)
Rastello inizia la pratica del "saputo dalle interviste degli altri", scrive il capitolo sull'uccisione del pacifista italiano avvalendosi del materiale video di giancarlo bocchi, e incontra i partecipanti dell'iniziativa sul ponte quando ormai il libro è in fase di stampa impegnandosi a modificare alcue parti. Il fatto raccontato nel capitolo viene cristallizzato sulla pagina pubblicata e diventa la verità. Il fatto di aver partecipato e dell'esserci stato non ha valore, il protagonista diventa il personaggio utilizzato dall'autore che lo usa a proprio capriccio e piacimento per la sua opera letteraria che spaccia come il racconto della realtà. L'autore dovrebbe riconoscere i limiti del proprio lavoro, e affilare i propri strumenti intellettuali piuttosto che la propria sadica voglia di porre un giudizio inapellabile sull'impegno e l'operare degli altri. Volendo esagerare si potrebbe parlare di onestà intellettuale, ma per non mettere in imbarazzo l'autore lascio perdere. Di quanto scritto mi assumo la responsabilità come lettore del libro e come personaggio raccontato nel libro, nel senso che io c'ero. luigi ceccato
Voto: 1 / 5
Lucia 1978 (18-03-2010)
Di fronte a grandi tragedie storiche ed umane, come sono state le guerre jugoslave, c'è chi non vuole sapere, c'è chi si accontenta di sapere il minimo indispensabile e c'è chi non si accontenta del DOVE e QUANDO ma ricerca il PERCHE' attraverso diversi punti di vista (di chi aiuta, di coloro che sono scappati, le responsabilità degli uni e degli altri, le responsabilità della cominità inrternazionale ecc...). Consiglio questo libro a tutti coloro che si sentono partecipi del proprio tempo e in qualche modo "responsabili" per quello che è accaduto ed accade oggi. Le guerre jugoslave per me che vivo sulla sponda "buona" dell'Adriatico rimangono un monito e questo libro uno straordinario documento da leggere e far leggere ... per esempio a scuola?
Voto: 5 / 5
Roberto Saviano (03-05-2006)
Se non avete letto questo libro, vi manca una parte fondamentale della letteratura del nostro tempo. Reportage racconto romanzo. Testimonianza e urlo, descrizione e mappatura. Meccanismo di potere. Il più bel libro sulla bestialità umana, sulla capacità di resistenza umana. Un piccolo capolavoro umanista.
Voto: 5 / 5

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