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Narrativa italiana  Moderna e contemporanea (dopo il 1945) 

Vassalli Sebastiano - Un infinito numero. Virgilio e Mecenate nel paese dei Rasna

Un infinito numero. Virgilio e Mecenate nel paese dei Rasna TitoloUn infinito numero. Virgilio e Mecenate nel paese dei Rasna
AutoreVassalli Sebastiano
Prezzo € 15,49
Prezzi in altre valute
Dati1999, 254 p.
EditoreEinaudi  (collana Supercoralli)

Attualmente non disponibile su IBS
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Descrizione
Timodemo, ex schiavo di origine greca, racconta di quando accompagnò il suo padrone e Mecenate in terra etrusca per scoprire le origini di Roma, che Virgilio, per volere di Augusto, avrebbe dovuto immortalare in un grande poema. Giunti nella città sacra di Sacni, i due cives romani e il liberto riescono a essere ammessi nei sotterranei del tempio di Mantus. Attraverso un rito esoterico, in una sola notte rivivono circa mille anni di storia: lo sbarco nel Lazio degli scampati da Troia, gli eccidi, gli stupri e i tradimenti del sanguinario Enea e dei suoi uomini, la mescolanza etnica che diede vita alla civiltà etrusca, la nascita delle 12 città confederate e della tredicesima, Roma, mai riconosciuta dalle altre perché fondata da banditi.

La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice

recensioni di Fornaro, P. L'Indice del 2000, n. 01

Romanzo e storia, ma come? Romanzo storico? Quando si accostano narrazioni quali Un infinito numero che all'epiteto "storico" né ambisce né s'adatterebbe, si può riflettere su qualcosa di più che sul mero esito letterario. Un romanzo volutamente "antistorico" dice, non volutamente, molto della storia contemporanea nostra, e non solo letteraria.
Sappiamo: il romanzo storico fu in gran voga per tutto il secolo scorso; in questo nostro secolo di crollate certezze è stato spesso evitato e riguardato talora come residuo, segno di colpevole ritardo, di imperdonabile disattenzione ai magmi oscuri e ai flussi incerti che fanno il romanzo contemporaneo, normale riflesso del caos e dell'insignificanza.
Però nel Novecento non mancarono - tutt'altro - romanzi storici o quasi, anche su Virgilio e Augusto, predisposti a prospettiva "revisionista", se così si può dire. E non era una novità assoluta. Nel 1803, a firma Mar de Vesoul si pubblicavano i Mémoires historiques écrites sous le règne d'Auguste; fra il 1890 e il 1900, Anton Giulio Barrili scriveva Occhio di Sole ed Elio Staleno. I fasti di Roma eterna e imperiale vi eran giudicati dalla provincia gallica o ligure in età napoleonica o umbertina e secondo misura non politica. Nel nostro secolo Günther Birkenfeld (Augusto. Il romanzo della sua vita, 1937) sposa le ovvie ideologie del ventennio nazionalista, ma è controtendenza breve, vanamente restaurativa; John Williams (Augustus, 1972) e Alan Massie (Augusto. Autobiografia, 1988; Newton & Compton, 1988) tornano non solo al dubbio dei destini troppo alti e lontani, ma introducono anche una gnoseologica sfiducia nella storia, o almeno in quella ufficiale raccolta da tutti gli storiografi. Mentore, o anche solo occasione per dar la stura a simili insoddisfazioni, è il personaggio di Virgilio, cantore del provvidenzialismo politico, ma per rassegnazione o per illusione quando la speranza dell'umanità sembrava svanire più che riaccendersi. Così in Williams leggiamo che "il poeta contempla il caos dell'esperienza, la comprensione del caso e i regni incomprensibili della possibilità", e in Massie che "il maestro di parole comprende il silenzio e vede realtà nascoste". Realtà nascoste e regni di possibilità (lo diceva già Aristotele) non competono certo allo storico, bensì al poeta; e "nel poeta" sta di certo il dolente grumo autobiografico di siffatti narratori che con la storia - sia pur per ricusarla - devono misurarsi. Ma è necessità: il poeta che doveva esser celebratore del trionfante vero di Roma diviene, nel Novecento, testimone pur reticente di ciò che non appare alla ribalta del mondo, di qualcosa che altrimenti resterebbe ignoto e che forse non è storia, ma oscura ontologia umana, inattingibile a ogni indagine che si affidi al mero succedersi degli avvenimenti documentati.
Un romanzo storico oggi può dirsi tale e si può scrivere solo per antifrasi, come appunto fa Vassalli riproponendo l'inscindibile ambivalenza ideologica del principe e delle lettere, vero nocciolo di motivazione narrativa per una controstoria semiscandalosa in cui Augusto, Roma e i miti imperiali siano visti (e giudicati) da lontano e da vicino. Nel Romanzo di Virgilio, scritto da Luigi Ugolini nel 1951, la forza cogente di tal legame giunge anche alla narrativa per ragazzi. Verità e storia non collimano: le pagine dell'infanzia virgiliana sono le sole belle e leggibili.
Il vero e intero esito di tal filone narrativo si produce invece nel grandioso romanzo-antiromanzo di Hermann Broch (La morte di Virgilio, 1958; Feltrinelli, 1993). Lì è l'opposizione più radicale e più profondamente scrutata fra poeta e autocrate, fra veggente e politico, fra indagatore e adulteratore del vero, anche se poi, come infinite altre volte, la storiografia la mostrerà composta, provvisoriamente e però indefinitamente, in articulo mortis, come lascito di un'imperfettibile impresa universale. In agonia Virgilio si duole, quasi attraverso sperimentale catabasi, dell'aver cantato destini politici e non già verità più eterne e trascendenti, le orfiche vie di salvezza per l'umanità intera e per l'uomo di sempre che, dal suo poema più autentico e non mai scritto, avrebbe meglio appreso i suoi destini oltreumani. L'Eneide era pertanto da dare alle fiamme anche se si era salvata per devozione d'amici e per calcolo di sovrano.
Vassalli dice qualcosa di più grave ancora: "l'Eneide, purtroppo, non è stata distrutta". L'ultimo narratore di Virgilio nel secolo nostro non riscrive né corregge la storia, la impugna in sé, la usa di sghembo come enorme, inevitabile apocrifo. Tra argini e pioppi padani gli appare in dormiveglia un sedicente Timodemo che narra lungamente di sé: dell'infanzia desolata in Grecia, del viaggio fra schiavi per l'Italia, del suo ufficio servile di letterato svolto costì. Un'allucinazione, per tal vicenda da narrare, è certo più appropriata del solito manoscritto ritrovato; ed è strumento misterico: anche Omero era pur apparso a Ennio secondo il verbo orfico-pitagorico. Risulta però immediatamente smentita la pietosa leggenda, da sempre accreditata nelle lettere a nostra consolazione e giustificazione, dell'humanitas greca o latina. Il mondo intorno, già allora, era brutale e costitutivamente fraudolento; i richiami del destino all'avvenire erano inganni precostituiti dai detentori del potere e delle ricchezze, e Roma era già molto avanti nell'opera di dissoluzione dell'antica cultura italica, etrusca in primis.
Ci potremmo attendere da Vassalli una "visione dei vinti", una storia d'adattamento invilito e compromissorio secondo il modello che Nathan Wachtel ha proposto per le civiltà precolombiane del Perù. Ma per l'estremista Vassalli neppur questo si può dare. Mecenate, il gran notabile dell'Etruria che dà personificazione di tal programma augusteo mirante all'assimilazione, al livellamento e all'eliminazione d'ogni autonomia, anche culturale, è il personaggio fra tutti più inutile e deluso; crede o vuol credere nel denaro che tutto semplifica secondo dare e avere, pensa che l'amore sia solo sfogo da ottenere nei bordelli come nei templi, finisce inascoltato e tradito anch'egli da chi nel suo troppo cinico zelo ha trovato sgabello. Timodemo lo conosce da vicino perché ha avuto la fortuna d'esser comprato, al mercato degli schiavi, da Virgilio. Gli ha fatto da segretario amanuense e ha scrutato sul volto severo e taciturno del poeta i cambiamenti del tempo politico e civile allora procedenti di gran carriera. Narra appunto di un viaggio in Etruria di Virgilio e Mecenate da lui accompagnati. Nella dolce campagna, già ricca e placidamente gremita di uomini e mandrie, ora desolata da nuova colonizzazione, socialmente degradata in modi di vita estranei e involgariti, si fa visita a un santuario decaduto e deserto. Il sacerdote, veggente più del poeta e icona dell'autore stesso, custodisce una memoria mantenuta con segni non scritti, non alterabili né adulterabili, e però segreta e perigliosa, nonché fatiscente: è lì esposto il gran tabulato del destino e del tempo irto dei chiodi infissi in successione, anno per anno e giunti ormai al margine estremo del legno tarlato. Non ci sarà futuro per i Rasna o Raseni o Etruschi. I culti dell'antica dodecapoli sono ormai vano folklore, la prodigiosa tecnica degli orafi è perduta, solo la cucina e le allegre feste all'aperto si mantengono, fanno rammentare un nebuloso passato.
Nel santuario profetico e oracolare si può scegliere di conoscere il passato o il futuro; o meglio si deve scegliere fra rimpianti e speranze. Così, in fondo, l'autore sceglie fra senso narrativo teleologico volto a chiarire nel seguito storico la vicenda stessa e senso narrativo rammemorante e nostalgico che investiga nei fatti un significato autonomo già esaurito e conchiuso. Nostalgia e rimpianti paiono più accettabili di speranze confiscate senza più riparo dalla politica e dalla prevaricazione sociale; e paiono anche più rispondenti a un indimostrabile vero. L'antica vicenda di Roma a cui Virgilio presterà il suo canto inevitabilmente falsato da calcolo propagandistico poteva dire cose ben diverse da quelle poi utilizzate per opera sua. Tradimento ancora, uno fra i tanti, dei clercs?
Anche questo, certo. Ma la storia dei fatti reali era, a dismisura, truculenta ab origine? e l'utile falsità doveva essere imposta brutalmente in proporzione. Prima che in Romul fratricida, Roma, tredicesima città etrusca, ma ribelle al sistema federativo della dodecapoli, aveva avuto in Eneas il suo eroe progenitore ed eciste. Ma il guerriero più tardi celebrato come pius era stato per la verità un capobanda venuto dalla Lidia a seguito della caduta di Troia e aveva recato in terra italica il seme di una violenza efferata appresa e subita nei dieci anni d'assedio. Eneas era massacratore e stupratore (sa Vassalli che in Servio, Comm. in Aen. III 80, si ricorda dell'eroe un episodio di tal fatta?) e tra le sue vittime era la stessa Camilla, commemorata e sublimata come vergine guerriera da Virgilio medesimo. Per il poeta medesimo quindi il poema prende corpo come frutto bastardo di commiserazione e autoinganno, vile obbedienza al potente che sovverte anche l'evidenza a propria giustificazione e a coonestazione di illimitate pretese autocratiche.
Gli Etruschi, senza memorie scritte per scelta ben deliberata, già sapevano che all'alterazione del vero non c'è rimedio per chiunque, vincitore o vinto, scriva ricordando o per far ricordare. Virgilio, mite anima etrusca, resiste come può e non sa contrastare gli haud mollia iussa di Mecenate che sapeva far fruttare per Augusto il potere delle immagini (si veda Paul Zanker, Augusto e il potere delle immagini, 1983; Einaudi, 1989) e sapeva anche che la parola scritta produce immagini assai più autoritative e durevoli delle statue, delle colonne e degli archi trionfali.
Augusto con il renitente poeta non ammette obiezioni: "io ho deciso che l'Eneide dovrà diventare il simbolo di Roma, in quest'epoca e anche nelle epoche che verranno; e sono sicuro di avere scelto l'opera giusta". Il poeta, nell'ultimo anno di vita, gravemente ammalato e "ossessionato da due cose: dal giudizio dei posteri e dall'ira dell'imperatore", è costretto a consegnarsi alle guardie, e il manoscritto che vorrebbe bruciare, opera bella della sua stessa pietosa falsità, gli viene sottratto. La pietas dell'antico, proposta a illustrazione nobilitante del progetto politico moderno, diviene mito e mezzo autoassolutorio dell'autocrate. Dopo la morte del suo autore il poema sarà pubblicato in palese violazione delle disposizioni testamentarie e assicurerà come vera una falsità pervasiva ed enorme. Narrarla in versi o in prosa è già frode; il mondo dominato da dèi infidi è proprio "il mondo scritto, con gli uomini che si dibattono tra i fili delle loro stesse parole come le mosche nella tela del ragno". Il vero potrebbe annidarsi solo dove non sia traccia d'inchiostro.
Qui, come nei suoi precedenti romanzi, il radicalismo di Vassalli non lascia scampo; il suo revisionismo è assoluto e manda un messaggio opposto a quello di ben altra stagione italiana, pur altrettanto compresa di necessarie revisioni storiografiche. In Cristo si è fermato ad Eboli Carlo Levi scrive una bella pagina spiegando come l'humilis Italia virgiliana potesse essere l'Italia contadina del Sud in millenaria attesa di riscatto civile e da sempre necessariamente, quasi antropologicamente, estranea alla ragion di Stato di Enea, alla sua araldica imperiale e alla sua morale guerriera. Gli Etruschi di Vassalli son pure metafora del silenzio immemorabile, quel silenzio dei testimoni che sgomentava Manzoni quando scriveva di storia longobardica e di Latini asservi-
ti: "una immen-
sa moltitudine d'uomini, una serie di generazioni, che passa sulla terra, sulla sua terra, inosservata, senza lasciarvi un vestigio, è un tristo ma portentoso fenomeno; e le cagioni di tanto silenzio possono dar luogo a indagini ancor più importanti, che molte scoperte di fatto". Timodemo Vassalli ne è altrettanto persuaso e non ha conforti religiosi suoi, solo una lucida e ironica curiosità: "aveva continuato a parlare fino a sera ed io avevo continuato ad ascoltarlo e a prendere appunti, perché la storia mi interessava e perché alcuni dei suoi personaggi erano uomini famosi di cui già sapevo (o credevo di sapere) molte cose, per averle lette nei libri: Mecenate, Augusto, Virgilio... Mi incuriosiva anche quella parte del suo racconto che riguarda gli Etruschi, e le ragioni del loro ostinato silenzio. Gli Etruschi, in questo nostro mondo popolato di grafomani fino dall'età della pietra, sono l'unico popolo che non ha lasciato scritto niente di sé". Un popolo quindi mai illuso di sé e del mondo. Una storia del passato, di tal passato così nascosto e infinitamente ripetuto, sarebbe inutile filosofia della storia stessa e potrebbe anche non esserci. Sapienza è rassegnarsi a tal silenzio, a "questa voragine".
Vassalli opera una scelta di rigoroso nichilismo; nella sua narrazione non ci sono uomini ma piuttosto personaggi d'una rappresentazione antica rammemorata dal primo narratore al narratore autore, quasi sgravio emotivo e concettuale per chi ha assegnato ad altri l'incarico insostenibile se direttamente affrontato. Nichilismo: nel futuro dovrà tornare il passato di sempre, da un fondo tenebroso e divino riprenderanno vita, per forza di pensiero, sole, luna, stelle, piante, animali e altri uomini come noi: l'essere è nel fenomeno e non ha giustificazioni in sé, la storia è fenomeno di fenomeno se, così si può dire. Timodemo è anche filosofo e non fatica affatto, con il fantasioso e allucinato racconto autobiografico, a persuadere l'autore. Vassalli è di suo buon narratore, ha doti di scrittura asciutta e parole definitorie, certi momenti della vicenda si imprimono nella mente di chi legge e la lettura corre senza sforzo d'attenzione. Ma non era ex hypothesi inutile il narrare stesso dello storico o di chi per lui? Una paradossale speranza, da non porsi sotto alcun segno di ragione o di fede, percorre comunque queste pagine di dissacrazione totale.
Forse possiamo almeno deporre il gravoso carico di mistificazione che ci sta sulle spalle, e procedere alquanto più leggeri. Giuliano Gramigna ha scritto nel 1972 L'empio Enea, romanzo diviso tra immaginario psichico e realistica banalità; vi si accertava che Enea potesse deporre dalle spalle il padre Anchise e che quindi l'autoritativo dovere famigliare, civile e patriottico potesse ridursi a più assolvibile richiesta. Vassalli offre un monito e un'esperienza non solo privata; simile in questo ai suoi immaginari Etruschi, coscienti della morte ineluttabilmente vicina e però affascinati dalla vita stessa, effimero dono e ingiustificata meraviglia; tal persuasione sembra bastargli per scrivere e per comunicarla come messaggio ultimo al lettore. Oltre ai già noti meriti del narratore, l'ultima opera ha forse quello di chiarire meglio una posizione di pensiero dolente e solerte insieme pur nell'amarezza del tempo più nostro, nella ragionata sfiducia in noi medesimi, sempre inopinabilmente meschini e disumani, mai capaci di trovare accettabili motivi per il male fatto e subito; ed è come dire incapaci di trovar motivi sufficienti per raccontare utilmente un qualsiasi nostro passato.
Nell'ultimo anno del secolo Vassalli ha ben obbedito alla divinazione fatta da Oscar Wilde (Il critico come artista) prima ancor che finisse il precedente, quando già il romanzo storico mostrava tutta la sua inadeguatezza e non si poteva però pensare a romanzi scritti contro la storia: "L'unico dovere che abbiamo nei confronti della Storia è di riscriverla. Dare un'accurata descrizione di quanto non è mai accaduto non è solo il giusto compito dello storico, ma il privilegio inalienabile di qualsiasi uomo abile e colto". Sarà Vassalli convinto, non dico contento, almeno di tal evidenza storica?

I vostri commenti
  Media Voto: 4 / 5

Chiara Persichitti (09-07-2005)
Il mio libro preferito. Un vero capolavoro di Vassalli. Una prosa come non se ne leggono spesso e un racconto sulla scrittura, sul tempo, sulla storia delle origini di Roma che lascia senza parole. Indimenticabile.
Voto: 5 / 5
Angela iuliasoemia@virgilio.it (20-03-2001)
Ho letto il libro, più che letto l'ho divorato.... Appassionante, intrigante, in continuo gioca tra il misterico ed il misteriosofico... Merita decisanmente, a mio dire, la rivalutazione di una civiltà, quella etrusca (I Rasna), forse troppo poco considerata nella ricostruzione dell'ancestrale retaggio di Roma antica... Le figure tinteggiate con tratti da bozze impressioniste, si impongono alla narrazione come da dietro un velo che le lascai intravedere ma mai scoprire nella loro interezza... Ottima prova di romanziere, con un apporto storico coraggioso ma non documentabile
Voto: 3 / 5

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