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Sarfatti Michele - Gli ebrei nell'Italia fascista. Vicende, identità, persecuz...

Gli ebrei nell'Italia fascista. Vicende, identità, persecuzione TitoloGli ebrei nell'Italia fascista. Vicende, identità, persecuzione
AutoreSarfatti Michele
Prezzo € 22,50
Prezzi in altre valute
Dati2000
EditoreEinaudi  (collana Biblioteca di cultura storica)

Attualmente non disponibile su IBS
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Descrizione
Gli ebrei, negli anni del fascismo, videro le loro identità e le loro vite progressivamente limitate, sopraffatte, annientate. Alla vigilia del ventennio essi costituivano una minoranza pienamente integrata nella vita nazionale, con proprie caratterizzazioni che venivano riconosciute dal Paese. La svolta politica del 1922 segnò una profonda cesura col periodo precedente, portanto al potere un'Italia gretta, ultranazionalista, sempre più "cattolicista" e aperta agli antiebraismi connessi. Questo libro narra la storia della vita e della persecuzione degli ebrei negli anni che vanno dalla "marcia su Roma" alla definitiva vittoria degli eserciti alleati e dell'insurrezione partigiana.

La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice

recensioni di d'Orsi, A. L'Indice del 2000, n. 09

"Ho il presentimento purtroppo che questo viaggio sia per me e i miei senza ritorno, perché se non soccomberemo per la fame e le fatiche cui verremo sottoposti non potremo resistere ai freddi terribili (...) Le sofferenze del carcere erano un paradiso in confronto a ciò cui andiamo incontro (...) Qui non abbiamo neppure un nome, ma soltanto un numero, come gli animali".
Il ventitreenne Abramo Segre di Chivasso, nel dicembre 1943, lanciava dal suo vagone bestiame nel treno diretto ad Auschwitz, un biglietto indirizzato ad un'amica: il biglietto fortunosamente giunse a destinazione ed è ora nelle carte del Centro di documentazione ebraica contemporanea di Milano, dove per prima Liliana Picciotto Fargion l'aveva sottratto all'oblio. Giustamente Michele Sarfatti, in questa sua ricognizione della vicenda dell'ebraismo italiano sotto il fascismo, ripubblica integralmente questo straordinario documento, che vale da solo più di molti saggi sul tema. Di documenti, di dati, di cifre, di articoli di legge il libro è traboccante. E certo non si tratta di un libro né facile né piacevole da leggere: non soltanto per lo stile un po' arido che l'autore sembra scegliere come cifra per snocciolare gli anelli di questa catena, ma anche per il contenuto in sé, che evidentemente costituisce una voragine imbarazzante, uno specchio nero in cui gli italiani di origine non semita, noi, gli "ariani", ci guardiamo con ritrosia, con raccapriccio, con disgusto. Con equanimità l'autore avverte che - come mostrano le carte e le testimonianze - accanto agli "italiani mala gente" (dei quali per troppi decenni memoria e storia hanno preteso di negare l'esistenza), ci sono pur sempre i più classici "italiani brava gente". Ossia, non v'è senso nelle condanne in blocco come non ve n'è per le assoluzioni di comodo generalizzate. Ci furono gli aguzzini, gli spioni, i persecutori e - soprattutto - gli eterni infingardi, i pavidi, i vili del non vedo, non sento, non parlo; ma ci furono anche i salvatori, coloro che offrirono un rifugio, che procacciarono un documento di falsa identità: fratelli ai fratelli.
Ma tutto questo corrisponde agli anni, a quello che viene definito nel libro di Sarfatti "il periodo della persecuzione delle vite"; esso fu preceduto, nella asciutta, quasi tecnica e persino vagamente burocratica ricostruzione dell'autore da altri due periodi, ambedue persecutori: quelli della persecuzione della parità e quindi dei diritti degli ebrei. Nella storia interna prescelta dall'autore, con scarsi nessi con la più ampia rete della politica, della società, delle ideologie e del costume (scelta discutibile, a mio avviso, che rende in qualche modo il libro non autosufficiente), questi periodi appaiono quasi le stazioni di un calvario. Si tratta di una progressiva cacciata degli ebrei dal paradiso della cittadinanza verso il limbo della perdita d'identità, verso il purgatorio della sottocittadinanza, e infine verso l'inferno della semplice caccia: una caccia non all'uomo, ma all'animale. Essere ebrei, anche nella nostra Italia, dopo l'8 Settembre, significò la perdita della condizione umana, la reductio ad bestias. Si ripercorrono le tappe giuridiche e politiche di questo percorso verso l'abisso, attuato dal regime mussoliniano: un percorso che forse avrebbe potuto essere diverso da quello che fu, ma che mostra in verità elementi di intima coerenza fin dallo statuto del Pnf del 1921.
Pur fra contraddizioni, incertezze e slabbrature organizzative, il protorazzismo fascista fece strada e divenne un po' per volta un sentiero che trovò spazio. Eventi esterni - dalla scoperta della "cospirazione alla luce del sole" dei giellisti torinesi (quella che fu interpretata da molti come un "complotto ebraico") alla guerra di Etiopia, che significò "la transizione da una politica razzista 'coloniale' a una politica razzista 'pura'" - produssero nette accelerazioni. Prima del fatale abbraccio con il Führer (ma opportunamente Sarfatti rileva la "piena autonomia" della politica antiebraica fascista, anche se un supplemento di analisi e di documentazione, specie sul piano ideologico, non sarebbe stato inutile), in realtà si era già largamente realizzata, nell'"attenzione" fascista alla "questione ebraica", la trasformazione dell'ebraismo da fatto religioso a fatto razziale. Sicché già sul finire del 1937, un anno dopo la generica intesa con i nazisti (l'Asse Roma-Berlino), ma diversi mesi prima del "Patto d'acciaio", il fascismo italiano si era messo sulla strada programmatica dell'antisemitismo. Il grottesco Manifesto della razza e il successivo, complesso pacchetto delle leggi razziali avviato nel 1938 e portato avanti con diabolica perseveranza negli anni seguenti, producendo una infinita casistica - ove, accanto al tragico, troviamo naturalmente molti spunti ridicoli, ora nell'ambito di un pseudodiritto ora in quello di una pseudoscienza - furono dunque non un fulmine a ciel sereno ma l'esito di un indirizzo che veniva abbastanza di lontano.
Eppure tanti ebrei non capirono, non solo gli ebrei fascisti (che non furono pochi), ma anche gli ebrei non fascisti o quelli di orientamento antifascista, che spesso militavano nella clandestinità e poi giunsero, più o meno equamente suddivisi, al Partito comunista e al Partito d'azione. Solo qualcuno ebbe sentore della gravità della situazione: per esempio Vittorio Foa, che più d'una volta nelle sue lettere dal carcere ai familiari li metteva in guardia che forse avrebbe potuto rendersi necessario "far fagotto". Col senno di poi naturalmente è facile stupirsi di questa ingenuità collettiva: ma come potersi aspettare che il tuo paese, la tua nazione, lo Stato in cui eri cittadino come tutti gli altri, potessero considerarti un suddito, deprivato di diritti faticosamente acquisiti, e poi uno straniero da spingere fuori dei confini della patria, e poi ancora un nemico da estinguere? Come ci si poteva aspettare che i tuoi colleghi di lavoro tacessero quando eri cacciato dall'impiego, se non addirittura ne gioissero per il posto che lasciavi libero? Come ci si poteva aspettare che il vicino di casa con cui tutti i giorni scambiavi chiacchiere potesse denunciarti, e magari cercasse di comperare per un piatto di lenticchie il tuo appartamento prima che ti venisse requisito?
Il capitolo più tragico naturalmente è l'ultimo, quello in cui gli avvenimenti politico-militari precipitarono, e l'Italia venne a trovarsi spaccata in due, con i tedeschi padroni del Centro-Nord, con i rastrellamenti di ebrei da internare nei campi italiani "di raccolta", tappa da cui si partiva per il viaggio senza ritorno verso le pianure di neve e nebbia della civile e cristianissima Europa nordorientale. La Repubblica Sociale Italiana collaborò attivamente all'estrema persecuzione degli italiani di origine ebraica, elaborando una nuova e più incisiva legislazione volta a spogliare, umiliare e infine deumanizzare persone che avevano il solo torto di avere un cognome, una nonna, un convivente "pericolosi". Si volle cancellare la presenza ebraica nella società italiana, così come, senza ricorrere a giustificazioni teologiche o eugenetiche, si era cercato di debellare la "peste" comunista, o il "cancro" antifascista dalla vita politica della nazione. Sui 45.000 iscritti alle Comunità israelitiche, circa 8000 furono i deportati e gli uccisi, compresi quelli in Italia, compresa anche quella decina di suicidi accertati: un numero irrilevante, forse, che ci dice tuttavia quanto grave sia stata la responsabilità non solo del fascismo, inteso come partito e come regime, ma di tutti coloro che non seppero alzare una voce, e avrebbero potuto, e forse dovuto, almeno nei casi di ruoli di responsabilità religiosa o culturale (leggi chiesa cattolica e intellettualità).
Accadde così che una ferita incancellabile fu aperta nelle carni vive della società e della coscienza di questo paese, una ferita che rimane là, alle nostre spalle, a richiamarci al dovere della memoria e, con il venir meno di questa, anche per ragioni biologiche, ancor più fortemente al dovere della storia.

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