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Basta una leggera influenza, o un bicchiere di troppo e il favoloso "pensiero penetrante" di Learco Ferrari va a farsi benedire e non c'è verso di farlo tornare. E ce ne sarebbe bisogno, perché stavolta Learco, scrittore ma anche traduttore e magazziniere, per pagare gli alimenti alla gatta Paolo, sta per essere pubblicato davvero, dopo tanti rifiuti. Ma ecco che l'antico vizio si risveglia. Indolente e inconcludente, Learco si aggira in cerchio tra voci che continuano a parlargli dentro la testa e quelle vere al telefono e sembra non riuscire in alcun modo a trovare la luce. Dov'è la luce? Chiede ad un anarchico triestino. La luce, gli risponde l'anarchico, non si vede.
| La recensione de L'Indice |

recensioni di Bajani, A. L'Indice del 2000, n. 11
Esploso meno di un anno fa, il fenomeno Paolo Nori comincia ora a dare segni di cedimento.Dopo avere raccolto tutte le benedizioni raccoglibili dalla critica nostrana, lo scrittore parmigiano pare abbia cominciato a far storcere il naso ai recensori.Se solo sei mesi fa la parola d'ordine era "viva l'ironia di Paolo Nori", sembra che ora a farla da padrona sia una sorta di annoiato dichiarare "un gioco è bello quando dura poco".Paolo Nori non farebbe altro che ripetere, cambiando minuzie qua e là, una barzelletta che ci ha già fatto ridere una volta.
Learco Ferrari è, come già inBassotuba non c'è e inLe cose non sono le cose, il protagonista - io narrante, scrittore alle soglie della pubblicazione del primo romanzo, costantemente ai ferri corti con la propria vita quotidiana e con un padre in chemioterapia.Intorno a lui un manipolo di amici e amiche contrappuntano con telefonate surreali le giornate diLearco.Tutto qui, non succede altro.Nori gioca la carta dell'autobiografismo sfacciato, vergando pagine su pagine di diaristici resoconti di ore e giorni trascorsi fra traduzioni, magazzinaggi e serate di letture, alternate di tanto in tanto da interminabili nottate similfilosofanti con la Giovanna di turno.
Con Bassotuba non c'è, prima in veste DeriveApprodi e poi sotto l'egida diEinaudi "Stile Libero", Paolo Nori aveva messo in piazza la figura di un intellettuale tanto impegnato quanto ironicamente cinico, tanto voglioso di fare quanto maledettamente disilluso e preso nella spirale delle manovre di ogni giorno.Quello di Bassotuba era un intellettuale che rispondeva con un amareggiato tirarsi fuori al chiacchiericcio mondano dell'intellighenzia (e non solo) italiana, che contrastava con il sarcasmo la moda delle commemorazioni ("È morto Lucio Battisti, dicono.Echissenefraga" scrive Learco/Nori).L'arma diPaolo Nori, si era scritto allora da più parti, era l'ironia, un'ironia delicata che dava luogo a una narrativa comica di irresistibile fascino.
Spinoza è il terzo volume della saga diLearco Ferrari, prosegue un percorso cominciato in casa Fernandel (Le cose non sono le cose) e arrivato, al momento, fin qui.La grandezza e il coraggio di Nori consisteva, all'epoca diBassotuba, nell'utilizzare la scrittura per darsi in pasto alla critica e ai lettori, per mettere in publico un ritratto dell'artista cinico da "giovane".Spinoza ribadisce quel ritratto, senza aggiungere nulla.La forza di un simile tentativo, tuttavia, sta proprio in questa iterazione, nel ripassare a penna un autoritratto già scritto.Non è un gioco letterario, quello di Nori, come si vorrebbe, forse, quando con l'accusa di ripetitività gli si chiede di cambiare. "Questo che ci giriamo tra le mani" sembra ripetere Learco, "è il testimone che ci avete consegnato".
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