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Grass Günter - Il mio secolo

Il mio secolo TitoloIl mio secolo
AutoreGrass Günter
Prezzo
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€ 8,50
(Prezzo di copertina € 10,00 Risparmio € 1,50)
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Dati2000
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EditoreEinaudi  (collana Einaudi tascabili)

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Descrizione
Cento racconti, uno per ogni anno del nostro secolo. Con continui cambi di prospettiva, assumendo il punto di vista di persone sempre diverse, Grass ritorna su avvenimenti grandi e piccoli - le trincee della Grande guerra, le tragedie provocate dal nazionalsocialismo, la divisione della Germania, ma anche i balli, dal Charleston alle gemelle Kessler, gli incontri di pugilato, le finali di calcio, i record mondiali - dipingendo, ora ironico, ora ammonitore, un quadro variegato e sorprendente degli ultimi cento anni della nostra storia.

La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice

recensioni di Schiavoni, G. L'Indice del 2000, n. 03

(recensione pubblicata per l'edizione dell'anno 1999) Nel clima fra allarmato e celebrativo che segna questa fin de siècle e permea i riti di passaggio al nuovo millennio, con fiuto adeguato anche Günter Grass ha aggiunto la sua personale tessera al mosaico delle ricapitolazioni, ha apposto un suo inconfondibile sigillo al secolo che se ne va. Lo ha fatto da par suo: sbeffeggiando in anticipo quell'enfasi euforico-retorica che, per mesi, nei media si sarebbe accompagnata all'evento, affidandosi semplicemente all'antica voglia di narrare à rebours, in una raccolta di cento racconti brevi intitolati Il mio secolo, mosaico lieve e graffiante di cento vicende a loro modo significative del Novecento.
Questo nuovo testo, nato dopo il discusso romanzo-fiume sulla riunificazione tedesca (È una lunga storia, Einaudi, 1998; cfr. "L'Indice", 1998, n. 5), giunge - almeno in Italia - a ridosso della risonanza del Nobel per la Letteratura conferito a Grass nello scorso settembre. È vero che il riconoscimento di Stoccolma, da lungo tempo atteso, è stato assegnato allo scrittore di Danzica soprattutto in considerazione dell'attenzione ostinata per i dimenticati e gli inascoltati, e per le problematiche della memoria della colpa tedesca, centrali soprattutto nel Tamburo di latta (1959; Feltrinelli, 19898). Ma non è da escludere che esso sia stato perlomeno accelerato anche dal considerevole impiego di energie pubblicitarie che hanno affiancato il lancio di quest'ultimo libro, secondo una ben orchestrata e ormai collaudata gestione dell'immagine pubblica dell'autore (proficuamente indagata in un curioso e divertente studio sociologico dedicato alle strategie della ricezione di È una lunga storia da Oscar Negt in Der Fall Fonty, Göttingen 1996). Notevoli le strategie di mercato messe in opera dall'editore Steidl di Gottinga, che nel frattempo ha pubblicato altri tre libri grassiani - Vom Abenteuer der Aufklärung (raccolta di dialoghi del 1998 con Harro Zimmermann), Auf einem anderen Blatt (una serie di disegni risalenti al periodo 1952-98), Für- und Widerworte (raccolta in edizione tascabile di tre discorsi su temi politico-sociali). L'editore di Grass ha infatti realizzato il volume in una duplice veste (come "Lesebuch" e contemporaneamente come libro illustrato, provvisto di acquerelli a colori dell'artista), e ha prodotto dei cd contenenti i testi letti dallo stesso Grass; al che vanno aggiunti un supplemento di ben 24 pagine con anticipazioni e un'intervista sulla "Zeit" del 1§ luglio 1999, varie registrazioni radiofoniche, un viaggio di letture pubbliche per la Germania e, già nell'aprile del 1999, un incontro con i traduttori a Gottinga.
Scrittore versipelle e onnipervasivo, Günter Grass riconferma nei racconti di Il mio secolo la sua sperimentata felicità nel calarsi in persone e in prospettive sempre diverse - come era accaduto soprattutto con Il rombo (Einaudi, 1979) nel 1977. In questo caso la verve narrativa ha modo di applicarsi a una straordinaria pluralità di momenti distribuiti nell'arco degli ultimi cento anni, sul modello delle "storie da calendario" (Kalendergeschichten) di matrice brechtiana, in un continuo passaggio di atmosfere, di ambienti e di linguaggi o dialetti, sorretto dalla fiducia un po' ossessiva dell'Io narrante (che muta in continuazione e affida dunque il resoconto a un coro di voci) di essere stato vigile testimone di quattro lustri ("Sono stato presente anno dopo anno, dando il cambio a me stesso") e insieme dalla ostinazione a erodere il flusso storico, a navigare contro corrente, contro la storia e gli inganni che la reggono.
In questa passeggiata nel tempo sfilano così sotto gli occhi del lettore grandi e piccoli avvenimenti degli ultimi cento anni, disegnati con grande forza d'immaginazione e guardati, con umorismo e pietà insieme, attraverso il filtro di personaggi che "si ritirano volentieri nelle retrovie", figure per lo più marginali o perdenti rispetto ai grandi eventi, oppure dall'ottica dei voltagabbana, adeguatisi per opportunismo. Si parte dalla rivolta dei boxer in Cina durante la guerra dell'oppio e si chiude con un racconto in cui lo scrittore fa rivivere la propria madre Helene, morta nel 1954, affidando a lei le speranze e i crucci del presente, la curiosità verso il nuovo secolo e la preoccupazione che la guerra dei Balcani possa costituire l'inizio di una nuova guerra mondiale.
L'osservatorio, per forza di cose, è principalmente tedesco, con l'occhio particolarmente critico anzitutto verso la volontà di potenza della Germania guglielmina. In tono tragicomico Grass indugia sulla Grande guerra, rivisitandola paradossalmente - in alcune tra le pagine più avvincenti del libro - dalle prospettive inconciliabili dell'anarcoide Ernst Jünger e del pacifista irriducibile Eric Maria Remarque, protagonisti di un colloquio fittizio collocato nella metà degli anni sessanta. Egli conduce quindi il lettore attraverso la tormentata repubblica di Weimar, l'inflazione tedesca, le tragedie causate dal nazionalsocialismo, il problema della colpa e l'attuale voglia di rimuoverla e consegnarla al passato (esemplare l'attacco allo scrittore Martin Walser), oppure attraverso i problemi legati dapprima alla divisione della Germania e poi alla sua riunificazione, considerata un vero e proprio bluff, in quanto realtà rimasta sulla carta e destinata a lasciare non soltanto una frattura mentale ma anche un dislivello sociale drammatico fra la Germania dell'Est e quella dell'Ovest.
Se era scontato rileggere in un'ottica critico-pedagogica eventi politici cruciali della storia tedesca del Novecento come l'assassinio di Rathenau, la distruzione di Berlino, il processo Eichmann del 1962 o la caduta del Muro, non lo era invece dedicare attenzione a fatti meno canonici del costume, come il primo campionato di calcio vinto dai giocatori tedeschi imbottiti di doping, le invenzioni musicali, l'utilizzo della radio a galena, la nascita del fox-trot, l'affermarsi dello sport come business (nella divertente descrizione dedicata alle Olimpiadi di Roma), l'infatuazione internazionale per le sensazionali gemelle Kessler: in fondo, argomenta Grass, alla tragedia il nostro secolo ha pur saputo mescolare l'allegria.
Nell'inventario grassiano conserva peraltro voce consistente anche il côté filosofico-culturale: in ben tre racconti vengono messi alla berlina tanto il lessico di Heidegger quanto la fascinazione da lui sprigionatasi (con sarcasmo viene riletta anche la celebre visita dell'ebreo Paul Celan al filosofo, nell'illusoria speranza che egli arrivasse a una presa di distanza dalla sua connivenza con il nazismo); altrove vengono chiamati a confronto in tono acremente e reciprocamente sfottitorio Bert Brecht e Gottfried Benn, entrambi spentisi nel 1956, pesi massimi rispettivamente della cultura tedesco-orientale e di quella tedesco-occidentale.
All'irriverenza per i mostri sacri della letteratura contemporanea si direbbe si affianchi, in un racconto dedicato al 1970, persino un pizzico di scettica ambivalenza nei confronti del carattere sensazionale di quello storico gesto che Willy Brandt, suo ex compagno di militanza nella Spd, compì inginocchiandosi a Varsavia dinanzi al monumento agli ebrei, sebbene esso venga presentato dall'ottica di un volgare giornalista di destra, che non vorrebbe rinunciare ai territori dell'Est "da sempre tedeschi" e che considera perciò Brandt un "traditore della patria", retorico e blasfemo ("E adesso fa il finto cattolico. Cade in ginocchio. Notare che non crede a un cazzo. Tutta una gran sceneggiata...").
A partire dal 1927, anno di nascita dello scrittore, il personaggio dello stesso Grass comincia a mescolarsi al coro delle altre voci. E così egli si ritrae nei festeggiamenti durante la Fiera di Francoforte per l'uscita del Tamburo di latta, nel 1959, e nel ballo con Anna, la moglie di allora, peraltro non senza toni malinconici ("Anna e io abbiamo sempre ballato, anche in seguito, quando ci eravamo fatti sì un nome, ma di ballo in ballo avevamo sempre meno da dirci"), in occasione della caduta del Muro nell'89, durante una vacanza in Italia con le figlie negli anni novanta, oppure nella celebre "Love Parade", ossia nel raduno giovanile mondiale del 1995 a Berlino, in cui i giovani degli anni novanta, con cinismo, vengono presentati, sì, come privi di illusioni politiche, ma anche, di fatto, come sostanzialmente integrati nel sistema.
Il mio secolo è di fatto un libro complesso, sapientemente costruito, offerto come il bilancio di un tedesco irato che a ogni piè sospinto dimostra di possedere la chiave di lettura. Esso richiede nel lettore accortezza nel cogliere i problemi - sicuramente non solo tedeschi - via via delineati e grande prontezza nell'individuarne le implicazioni per l'oggi. Non a caso il neo premio Nobel usa la storia riallacciando continuamente il passato al presente: l'uso di gas chimici nella prima guerra mondiale rimanda all'impiego del napalm durante la guerra del Vietnam; la repressione della rivolta dei boxer in Cina a opera di una coalizione internazionale non è priva di analogie con la recente guerra del Golfo, trasformata in occasione per sperimentare il proprio arsenale militare.

I vostri commenti
Mara Gasbarrone (18-08-2002)
La parola chiave di questa galoppata nella storia tedesca potrebbe essere “continuità”: prima e dopo le guerre e il nazismo, e anche continuità fra Germania Ovest e Germania Est, prima dell’unificazione, al di là delle diatribe ideologiche e delle apparenti profonde differenze. Grass sembrerebbe individuare nella storia tedesca una costante di assennata ragionevolezza (bisogna guardare alla sostanza, cioè in genere ai soldi), che rende le persone insensibili e quindi irresponsabili rispetto alle tragedie che le circondano e che si ostinano a non vedere. Problema che certamente non è solo tedesco. Il tono è molto lieve, ma le tragedie rimangono tali: sia che parli delle battaglie di Verdun con le sue centinaia di migliaia di morti (circa otto o nove morti per metro quadro, ma mancano sul luogo cartelli bilingui per i visitatori...), sia che parli della nube di Chernobyl, con il cesio che contamina i funghi (ma il vecchio del racconto 1986 continua a raccoglierli, tanto alla sua età...). Per il lettore italiano a volte risulta difficile cogliere allusioni e doppi sensi intraducibili, oltre che riferimenti ad episodi poco conosciuti.
Voto: 4 / 5

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