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Pincio Tommaso - Un amore dell'altro mondo |
Siamo agli inizi degli anni Novanta. E' un giorno piovoso come tanti altri ad Aberdeen, piccola cittadina dello stato di Washington, quando Homer Alienson, un solitario che tira a campare vendendo per corrispondenza l'enorme quantità di giocattoli collezionati nella sua infanzia, viene improvvisamente assalito dalla domanda pronunciata da una voce misteriosa: "E l'amore?". Homer ha sempre vissuto restando in disparte. Per lui sarebbe molto meglio continuare a trascorrere le giornate come al solito. La domanda però diventa insistente ed eluderla diventa impossibile. Ma come si fa ad avere una storia d'amore? Ripercorrendo l'esistenza di Homer, segnata dall'incontro fatale con il leader dei Nirvana, si ritrovano gli ultimi vent'anni del secolo passato.
| La recensione de L'Indice |

Al terzo libro, eccoci al "caso Pincio". Finalmente i media cioè, complice il battage "Stile Libero", riconoscono quello che è, ormai non solo per chi qui scrive, il più "nuovo" narratore del nostro tempo (Marco Belpoliti su "L'Espresso" del 18 aprile: "I nostri anni hanno finalmente trovato il loro catatonico narratore"; Ferruccio Parazzoli su "Famiglia cristiana" del 21 aprile: "L'autore più innovativo e interessante nell'arcaico panorama della narrativa italiana"). Il plot: Homer Boda Alienson vive tra gli umidi, tenebrosi boschi del Nord-Ovest degli USA. Una sera vede in televisione un classico film di fantascienza, L'invasione degli ultracorpi; da quel momento teme che gli alieni, nel sonno, s'impossessino del suo corpo. Anche sua madre, per Homer, è affetta da questa alienante (il cognome è parlante) "diversità (...) fatta di niente". Allora decide di smettere di dormire. Per quasi vent'anni si isola in un dormiveglia che lo aliena ai margini della società (si mantiene come custode della biblioteca, poi vendendo per corrispondenza i suoi vecchi giocattoli: astronavi, razzi, pistole laser) e gli fa sperimentare l'assoluto della solitudine (tutti gli altri sono uguali - proprio in quanto diversi). Finché sui muri trova delle scritte, misteriosi messaggi di qualcuno che come lui avverte che qualcosa è cambiato. Alla fine, sotto un ponte, trova un ragazzo che gli somiglia, e come lui vive in una perenne catatonia. Il suo nome è Kurt, e gli consiglia un "sistema" per ritrovare il sonno perduto: l'eroina. Boda - così lo chiama Kurt: come, da bambino, un suo amico immaginario - diventa un tossico. Boda segue Kurt nell'ambiente della musica grunge sinché diventa una rockstar. Alla fine si lasciano, perché Boda deve rispondere a una domanda: "E l'amore?" Per cercare il suo amore dell'altro mondo va nel deserto del Nevada, dove la leggenda vuole siano sbarcati gli alieni negli anni cinquanta. Qui crede di riconoscere l'anima gemella in una ballerina dalla pelle bianchissima, Molly Resident. Alla fine però, nel profondo di una "miniera abbandonata", gli appare improvvisamente diversa: proprio come il "volto senza niente" della protagonista, alla fine dell'Invasione degli ultracorpi. Allora Boda fugge di nuovo. Si ricongiunge con Kurt al suo atto finale, quando si spara in bocca con una carabina. Il finale ultimo lascia intendere che il protagonista in effetti altri non sia che l'amico immaginario di Kurt. Come già dello Spazio sfinito (Fanucci, 2000), arci-tema è ovviamente l'assenza. Attorno a una mancanza strutturale si rapprende infatti la scrittura di Pincio, priva di qualsiasi marca che rinvii alla tradizione italiana - e insomma vero e proprio stile dell'assenza di stile; ma attorno a questo vuoto sedimenta piano (e mai fino in fondo: proprio questa incompletezza, di un personaggio che del resto ci viene presentato come inesistente, è il motivo del suo fascino) anche Boda - alter ego di Kurt Cobain (il leader dei Nirvana, mai nominato esplicitamente ma la dedica al quale figura in testa al romanzo e i cui testi ne intitolano i capitoli). Sin dall'incipit, dall'assillante domanda "E l'amore?", questo vuoto si presenta come il vero protagonista. L'amore assoluto, il desiderio inoggettivato e dunque onnipermeante, è del resto forma quintessenziale dell'assenza (in altre forme, la privazione del sonno e l'astinenza del tossicodipendente). Il paradosso di Pincio è la sua capacità di tornare a evocare temi "assoluti" dopo la coazione ironica del postmoderno (L'amore al tempo di Twin Peaks, come sintetizza Gabriele Pedullà sulla rivista "Il Caffè illustrato", 2002, n. 5). Se Pincio può è perché si richiama alle mitologie che nella modernità i nostri sentimenti primari hanno fondato (e segretamente continuano a plasmare): quelle del romanticismo, cioè. Si pensi alla fortuna, nella narrativa e nella poesia dell'Ottocento (da Novalis a Senancour e Nerval sino a Poe e Baudelaire), di motivi come la quête dell'anima gemella, la nostalgia per l'innocenza perduta, i paradisi artificiali indotti dal "fiore del sonno", la trance del personaggio "sfinito", la vita dissociata e la fine tragica dell'artista "maledetto", l'attraversamento allucinato del deserto e la discesa iniziatica in un sotterraneo stillante di segreti. E appunto, a compendio, l'arci-mito dell'assenza. Il segreto di Pincio è di riconnettersi a questa grande centrale dell'immaginario occidentale passando per la rielaborazione di massa compiuta negli anni cinquanta e sessanta da film come L'invasione degli ultracorpi (che nel finale fa suo il mito romantico, fra gli altri novalisiano, della miniera) e Il pianeta proibito, e soprattutto dai romanzi di Philip K. Dick (da Ubik sono ricalcate per esempio le scritte sui muri). Questa specie di centrifuga mitologica che è l'universo narrativo di Dick (come ora emerge dalla fondamentale biografia di Lawrence Sutin, Divine invasioni, Fanucci, 2001) è stata in grado di mescolare modelli "alti" come appunto quelli romantici (il fiore oppiaceo delle Tre stimmate di Palmer Eldritch, 1964, replica il fiore azzurro dell'Enrico di Ofterdingen di Novalis; una delle mogli di Dick ricorda che "diceva di essere per un quarto tedesco, e di essere un romantico da Sturm und Drang "; del resto anche il Kurt di Pincio "era a suo modo un romantico"...) con le scorie trash della cultura di massa: in tal modo rifondando, in forma disgregata, una mitologia per il tempo presente. Non ci sono solo i romantici, però (o il tema gnostico - pure passato per Dick, ovviamente - dello straniero: "Mi ero messo in testa di venire da un altro pianeta", dice Kurt, "di notte mi affacciavo alla finestra e mi mettevo a parlare con (...) la mia famiglia in cielo. La vera famiglia"). Se Il pianeta proibito riprende La tempesta, un romanzo di Dick prende il titolo da Amleto: Time Out of Joint del 1958 (quello ripreso da Thomas Pynchon nell'Arcobaleno della gravità). Proprio un'interrogazione sul tempo è il più forte elemento di novità del terzo romanzo di Pincio. Non più in forma di ucronia da manuale dickiano, è il primo a non potersi dire "di fantascienza". Più sottilmente, però, queste trecento pagine funzionano in effetti come una macchina del tempo, una macchina morbida (titolo di Burroughs citato da Homer): tutta mentale e, specificamente, percettiva. La fenomenologia catatonica - alla quale sono dedicate tante magnifiche pagine di Pincio, "fatte di niente" come la narrativa che piace a Boda nelle metaletterarie pagine 97 sgg. - per l'appunto dilata al massimo il tempo ("che si era fermato continuando a scorrere"), così come la condizione infantile alla quale anela Boda è desiderio di "crescere senza diventare adulti" (senza perdere, cioè, le stimmate dell'incompletezza). La stessa nostalgia si differenzia da quella volgare dei "trogloditi" - i clienti "drogati" dal piccolo commercio di Boda - perché la si prova "quando si ha la sensazione che il tempo cominci a scorrere nella direzione di ciò che si è lasciato alle spalle" . C'è nel libro un hors d'oeuvre che tematizza proprio questo esperimento col tempo. Boda acquista una lampada "cinetica" anni sessanta: una bottiglia di vetro con un blocco di cera che si scioglie e incessantemente si ricompone in un "liquido violaceo"; adora l'Astrobaby perché "non era quello che avrebbe dovuto essere" in quanto "illuminava solo se stessa". E alla fine gli appare "una clessidra psichedelica (...) una macchina del tempo luminosa che funzionava proprio come l'eroina: sfruttava luce e calore per controllare lo scorrere del tempo". È anche la migliore definizione per Un amore dell'altro mondo. Come e più sottilmente degli altri libri di Pincio, non proprio un metaromanzo: ma qualcosa che appassiona come un "vero" romanzo - in quanto fatto di qualcosa che commuove come i "veri" sentimenti. E insomma perché non è quello che dovrebbe essere. Per fortuna. |
16 recensioni presenti. Media Voto: 3.75 / 5marco (15-04-2009) ho acquistato questo libro spinto dai vaghi legami con la storia di kurt cobain, che rimane l'unico motivo (ma è una mia personalissima opinione) per arrivare alla fine del libro. la storia in sè è piuttosto noiosa e si fa difficoltà ad arrivare alla fine. mi aspettavo qualcosa di meglio, visti anche i numerosi 5/5 del pubblico, ma mi rimane ben poco di questo libro. se non l'amarezza per un personaggio come cobain che non c'è più, ma questo è un altro discorso. 300 pagine di eroina e sul come "sistemarsi" non fanno per me. neanche il resto che c'è in quest'opera. ovviamente questa specie di giudizio dipende dai miei gusti personali, non intende essere "universale". capisco anche coloro ai quali è piaciuto... Voto: 2 / 5 |
Estelgard (29-03-2009) La storia è decisamente innovativa e scritta in maniera stimolante. Sono d'accordo che legarlo a una generazione (grunge) non è particolarmente pertinente, perchè può assolutamente essere attualizzato. Non è un capolavoro, ma un libro almeno da 3/5; infatti se si leggono i commenti negativi, si comprende che chi li ha scritti non ha la minima idea di cosa possa essere recensire o dare un giudizio su un libro, poichè non ci sono motivazioni plausibili. I pessimi commenti sono davvero da ignorare, forse io non sono così entusiasta come altri, ma il romanzo e lo stile mi hanno entusiasmato, quindi credo che sia da leggere per scoprire un autore nostrano che si distacca da altri. Voto: 4 / 5 |
amalia amaoasis@libero.it (18-04-2008) questo libro mi è piaciuto particolamente per l'intensità che Pincio ha adottato: pungente, ironico, triste, allegro, spassionato...
Lo scrittore ha saputo mescolare tutte le Emozioni in quadro che puo' essere considerato indescrivibile.
Avevo già letto "La ragazza che non era Lei" e la sua scrittura mi aveva entusiasmato; "Un amore dell'altro mondo" pero' lo trovo insuperabile. Consigliatissimo! Voto: 5 / 5 |
claudio (07-11-2007) E' un buon libro, ma 5/5 lo lascio per altre opere. Sono dei 70, ma non lo considero né mai lo sbandiererei a mia icona generazionale.
Mi sembra poi riduttivo considerarlo un libro esplicitamente legato ad una generazione. Lynch c'è ancora, come e più di prima, la droga c'è ancora, i suicidi idem.
E' un libro che parla "semplicemente" di una persona sola e disperata che va incontro al suo destino che appare lampante fin dall'inizio.
Strutturato (scritto, letteralmente scritto) strategicamente in maniera da togliere il respiro al lettore, ovvero con periodi infiniti e con un solo personaggio al centro di tutto, i dialoghi sono ridotti all'osso e la parte finale, quella dell'astinenza m'è sembrata sinceramente affrettata e con poco respiro.
Inoltre il canovaccio, il motore e trovata del libro è chiaramente debitore a Fight Club, il libro di Palahniuk del 1996.
Ciò non toglie che sia molto godibile e sicuramente (considerandolo un prodotto Italiano) consigliabile, leggetelo.
Voto: 3 / 5 |
Alessandra aleke10@libero.it (31-08-2005) Io sono una grande ammiratrice di Kurt Cobain e questo romanzo mi ha affascinato davvero molto.
Pincio ha una prosa scorrevole e ti permette di entrare nella psicologia di "Homer", di percepirne le emozioni,di essere partecipe di quello che gli accade e di ciò che pensa...
Mi piace l'ingenuità di "Boda",mi infonde tanta tenerezza,e mi fa sorridere,allo stesso tempo,il suo modo di comportarsi...mi fa star male il suo disperato bisogno di "un amore dell'altro mondo",il suo comportamento schivo e scorbutico alle volte... E'un ragazzo che ha solo bisogno di quell'affetto che gli è sempre stato negato, o che comunque nessuno è mai riuscito a dargli...
Kurt era così...e se non si fosse ucciso..probabilmente avrebbe continuato ad essere così..puro e innocente... in cerca di amore...arrabbiato con il mondo perchè questo amore..non lo avrebbe trovato da nessuna parte...
Le sue canzoni nascono da questa incomprensione...Kurt non capiva il mondo...e il mondo...ovviamente...non capiva lui...e il suo modo di fare e di presentarsi...la sua trasandatezza...che appariva come indifferenza agli occhi di chi non comprendeva questo biondino dall'aria così triste.In realtà era solo rassegnazione...povero "Homer-Kurt"....
CORDIALI SALUTI, ALESSANDRA Voto: 5 / 5 |
giulia 1984 (05-01-2005) Io vorrei che tutti i libri mi facessero piangere come mi ha fatto piangere questo Voto: 5 / 5 |
fanny (14-02-2004) Il problema non è Pincio, ma i suoi provinciali estimatori (critici mediocri), che si entusiasmano stolidamente per questo americanismo da 4 soldi... Voto: 1 / 5 |
Marco Antoci D'Agostino marcoad76@yahoo.it (18-12-2003) Ho già recensito tante volte questo libro.
E' inutile parlarne...dico solo che quelli nati negli anni '70...quelli che sono stati investiti dalla potenza emotiva del Grunge...quelli che ancora oggi sentono che hanno dentro troppa roba e sentono che sarebbe un peccato buttarla via...quelli che convivono con il loro "mal-d'-etre"...ameranno questo libro.
Arriveranno alla fine godendosi ogni fraseggio scandito da paragrafi il cui titolo è tratto da stralci di canzoni dei Nirvana...e piangeranno.
Piangeranno perchè dentro quel libro c'è un pezzo di noi...un pezzo che non andrà mai perso. Voto: 5 / 5 |
nina77 (15-12-2003) Questo libro mi ha molto stupito e molto commosso. In parte non credo che sia tanto sbagliato definirlo "romanzo generazionale": c'è qualcosa della mancanza di speranza, della fantasia e dell'infantilismo della nostra generazione che secondo me l'autore ha catturato bene. Ma soprattutto ciò che resterà è il suo stile profondamente originale: tutta la solitudine e le idiosincrasie che caratterizzano l'epoca di Kurt Cobain sono rappresentate in modo quasi astratto, usando il meno possibile i nomi propri e inventando in certi casi un lessico vago e generico, sempre leggero e sognante anche quando racconta cose disperate. Il simbolo dell'alieno è quello fondamentale, la Cola - Cola e l'estetica pop anche secondo me non c'entrano nulla. Infine non ho mai trovato da nessuna parte una migliore descrizione della tossicodipendenza.
Forse la prima parte è più riuscita della seconda, ma consiglierei questo libro senz'altro, e soprattutto a chi è insoddisfatto della letteratura italiana degli ultimi dieci anni e ha bisogno di qualcosa di veramente nuovo. Voto: 5 / 5 |
filippo doria (27-03-2003) un libro così noioso non l'avevo mai letto. Voto: 1 / 5 |
Mick (19-03-2003) Fantastico! Questo e' un libro che ami e che odi allo stesso tempo, che riesce ad angosciarti, a metterti l'ansia, che sicuramente non puo' non emozionarti, ma sopratutto non si puo' non ammirare il talento di Pincio. Coinvolgente! Voto: 5 / 5 |
Francesco Gallo (17-03-2003) Ma che volete di più? S'è addirittura scomodato il Genna in persona (imprimendo, a fuoco, la sua PAROLA DEFINITIVA su questo capolavoro), per consacrare il Pincio. Piantate tutto quello che state facendo e correte a leggere Un amore dell'altro mondo! E prima, magari, vedetevi L'invasione degli ultracorpi. Ovvero: sistematevi! Voto: 5 / 5 |
hal (18-02-2003) QUALCHE GUIZZO POETICO NON BASTA A FARE UN ROMANZO. Voto: 1 / 5 |
t. slothrop cristianodemajo@hotmail.com (23-12-2002) Diciamolo senza problemi. Tommaso Pincio è il migliore scrittore italiano degli ultimi vent'anni almeno. Quest' "Un'amore dell'altro mondo" lascia a bocca aperta. Un cult book italiano finalmente, qualcosa che potrai fare leggere a tuo figlio tra vent'anni come a noi hanno fatto con Keruac. No, non sto esagerando, siamo di fronte a un'Opera.
Lo stile innanzitutto, straordinario. Come se una nuova lingua fosse nata dall'incontro tra italiano e inglese tradotto in italiano. E poi la storia, bella al limite della commozione (celebrale), una storia di solitudine, che tutti noi abbiamo vissuto, una storia fatta di camerette, musica e sogni.
Pretestuose le polemiche sull'immaginario americanocentrico dell'autore che hanno accompagnato l'uscita del libro. Ragioniamoci un po': è dal dopogueraa (e dagli anni '80 più che mai) che il nostro immaginario e quello americano coincidono, perché parlare di Califano quando siamo cresciuti con i Rolling Stones, Springsteen e infine Cobain? Voto: 4 / 5 |
grinta (29-08-2002) affascinante, coinvolgente, bello.
Leggetelo! Voto: 4 / 5 |
giuseppe genna (26-08-2002) Tutti ad accusare, a detrarre. Oppure a lodare, a soffocare di zucchero. Tutti, comunque, intenti a strangolare il bimbo nella culla. Il bimbo sarebbe Tommaso Pincio - in particolare, il Pincio dell'ultimo romanzo, il suo primo einaudiano. Gli strangolatori sono invece i critici, che hanno inscenato un mesto teatrino intorno a uno dei più formidabili romanzi della nostra più recente letteratura e che hanno tentato stolidamente di qualificare una sedicente "giovane critica" allacciandola a una supposta "giovane narrativa". I più mesti e tristi figuri di questa schiera, di per sé mesta e trista, sono senza dubbio Bruno Pischedda e Franco Brevini. L'uno è la versione anagraficamente aggiornata dell'altro. Entrambi frustrati dall'accademia universitaria, eterni contemplatori di uno spettacolo indecente a cui ambirebbero partecipare dal vivo, questa sineddoche binaria della critica italiana parla e scrive con gergo baronale, pensando che veramente qualcuno la stia a sentire, proprio come veramente la massa di editor dà loro credito. Ahimè, la gente non è una massa di editor, e Pischedda & Brevini non se li bada nessuno. Non per questo, desistono: essi vivono, e ci tengono a farcelo sapere. Come? Magari stroncando nella solita maniera furbetta, fintogiovanile, emancipata come può esserlo la Borboni o una scatoletta di cipria. Più candidati che candidi, questi due Jachin e Boaz della sottocultura extraccademica si piccano di saperla lunga: dalla cotonatura dei sempiterni divani da salotto made in Turin al postmoderno, la spettroscopia della loro critica di gusto lascia un sapore amaro sulla lingua di chi li legge, al pari di quello che deve avere colpito, in più occasioni, le loro stesse papille gustative. Scherani di Nessuno, i due moquettati Stizzosi di paese (il nostro), hanno tenuto a fare conoscere il loro parere su Un amore dell'altro mondo, uno degli apici del romanzo italiano contemporaneo. Per colpire il Pincio - che è il nostro Aventino - colpiscono tutto ciò che non è Pincio: l'America, la cultura popolare, la globalizzazione, la Pepsi Cola, David Lynch e l'eroina. Siccome il nomignolo del Pincio ricorda loro Pynchon, eccheli lì a fare il paragone, la convergenza parallela, la similitudine mancata con il genio di Gravity's Rainbow.
C'è da sottolinearlo? Sono tutte idiozie. Come idiozia è la marchiatura di "romanzo generazionale" posta a etichetta in coda al romanzo dell'autore dello Spazio sfinito. Non c'è generazione, non c'è compleanno, addirittura non c'è tempo che tenga in questa favola goetheana che è Un amore dell'altro mondo. Se qualcuno pensa che si tratti del grande romanzo italiano, sbaglia: qui siamo di fronte a un apice della letteratura, sempre identica a se stessa pur aggiornata nella forma e nello stile, voce bianca che fa baluginare la presenza di un altro mondo tutto interno a questo nostro. Non c'è sviluppo tematico se non per finta, non c'è densità bensì rarefazione, non c'è psicologia ma neppure fumettistica, non c'è emotività se non per evocazione distante e immemore. Pincio aveva già dimostrato con M., e ancor più con Lo spazio sfinito, di riuscire a varcare la soglia tra esistenza ed essenza (quintessenza, in effetti), alla ricerca di una riedizione per nulla melanconica della grande tradizione "eterea" della poesia e prosa occidentale. Come in un laicissimo Timeo, l'antilogica del koan (che gioca uno scherzo all'"io", lo sorpassa, permette l'accesso a una psiche vuota da cui l'"io" stesso sembra prendere vita) compie in Un amore dell'altro mondo un'estrema rappresentazione della profondità. Meglio: dello sfondamento della profondità, che non trascende mai la superficie delle cose, poiché il vuoto origina al tempo stesso profondità e superficie. Sembra di assistere all'incontro parabolico tra Nakiketas e la Morte nella Scrittura indù, o a una reprise benjaminiana di qualche racconto esemplare haggadico. Se non si avverte come l'aria sia rarefatta, a grandi altezze si rischia l'ipossia o il soffocamento: che è appunto ciò che è capitato ai critici italioti nell'accogliere o nel respingere il romanzo di Pincio con troppa disinvoltura. Beninteso, non si tratta di un fraintendimento in cui è incappato soltanto lo scrittore romano. Questo indicativo misunderstanding ha virato la percezione di cosa fossero in realtà gli scritti danteschi, le favole di Bruno, l'affondo di Leopardi, la poesia totale di Pascoli e, in tempi più recenti, le visioni di Moresco. Per un'allergia alla metafisica, che si ritiene esogena rispetto alla realtà, i parailluministi nazionali, con tanto di fossetta al mento e forfora sulle spalle, si attengono alle svolte sintattiche per non vedere sfondamenti ontologici. Piuttosto che osservare neutralmente ciò che appare in una letteratura à la Pincio, intessono teoremi e corollari sul "pop", panacea di tutti i mali della critica. Si scordano che i nomi e le forme sono originate da una sostanza di coscienza che, ovviamente, viene "prima" dei nomi e delle forme, e quindi non è formalizzabile né nominabile - e che la letteratura non è un assoluto proprio per questa scaturigine, sostanziandosi di nomi e di forme, ma accudendo in sé la possibilità di alludere a quella stessa scaturigine, se non altro per via allegorica, estrema risorsa dello sfinimento della retorica. Da questo sfinimento, che stava in bella mostra nel titolo del precedente romanzo di Pincio, l'autore parla al di là del proprio "io" psicologico, che tollera emorroidi e disordini ghiandolari al pari di infelicità presunte. Perciò è improbabile aggredire la narrativa di Pincio con categorie tutte attinenti alla mimesi del mondo: un conto è osservare il mondo (anzi: osservare se stessi mentre si osserva il mondo), un altro conto è imitarlo.
Il trappolone, va detto, è davanti agli occhi di tutti. Il personaggio principale si chiama contemporaneamente Homer e Boda e Alienson, vive senza dormire (va sottolineato che la metafisica neoplatonica ragiona essenzialmente sul "sonno senza sogni"), il suo unico amico è Kurt Cobain, sopravvive trafficando in commercio di giocattolini spaziali, guarda Twin Peaks, partecipa a talk show, si fa di eroina. "Che figata - pensano i critici -, commentare Pincio è facile facile: egli si occupa del mondo. Diamogli dentro: che ci piaccia o meno, Pincio parla del Pop. Non a caso si chiama Pincio come Pynchon che, ci dicono da Oltreoceano, si occupa di Pop anche lui". Nulla di più falso: non c'è un momento uno che a Pincio passi per la testa di dirci che la ragazza trovata morta e piazzata un gelido mattino in un sacco di plastica si manifesti in un telefim intitolato Twin Peaks; non accade mai che il nome Homer sia messo in relazione col cartoon più popolare d'America. È un impegno etico verso il Pop chiamare i film "filmati" e i serial tv "saghe familiari con risate"? E i talk show, dopotutto, non vengono per caso registrati nelle fantasie presonno di un tossico che si vomita addosso e immagina violenze implacabilmente eseguite su di sé?
Spiacenti per la critica alla Pischedda & Brevini: non ha capito una briciola della grandezza di Un amore dell'altro mondo. Questa grandezza risiede nello sguardo testimoniale che lo scrittore assume su di sé per raccontare, senza menate metalivelle o ermeneutiche osservativopartecipanti. Quella neutralità è mitica ed è colma di amore - mito e amore essendo la medesima potenza della coscienza, e costituendo essa stessa il calor bianco della letteratura. Se non si è capito perché Beatrice si chiama beatrice nell'immensa allegoria dantesca, non si può comprendere minimamente lo statuto dell'"altro mondo" in cui Pincio fa umile e profetico ingresso. "Profetico" non è aggettivo casuale: Pincio parla per altri. Per noi? No. Parla per le ombre dell'altro mondo, ripetendo il gesto di catabasi ultramortuaria che l'epica ha segnalato quale livello di accesso a uno spazio che non finisce, nemmeno con il decesso del mondo grossolano, essendo spazio sfinito. Hai voglia a dire che queste ombre sembrano fumetti. Chiedere psicologia per i finti personaggi di Pincio appare piuttosto una domanda d'affetto da parte di chi, alla psicologia, deve ancora pervenire. Massì, Pischedda Brevini & compagnia bella: state tranquilli, vi vogliamo bene. Prima o poi, se hanno ragione i rabbini, Pincio arriverete a capirlo anche voi.
Voto: 5 / 5 |
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