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Narrativa italiana  Moderna e contemporanea (dopo il 1945) 

Orengo Nico - Di viole e liquirizia

Di viole e liquirizia TitoloDi viole e liquirizia
AutoreOrengo Nico
Prezzo
Sconto 15%
€ 13,18
(Prezzo di copertina € 15,50 Risparmio € 2,32)
Prezzi in altre valute
Dati2005, 155 p., rilegato
EditoreEinaudi  (collana Supercoralli)

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Descrizione
Sono i profumi del vino e della terra, prima di tutto, a dirci che questa è una storia di Langa. Poi l'ombrosità di una donna fragile e fiera, le curve tortuose delle colline, un debito di gioco, un duello all'ultimo bicchiere... In questa storia delicata e struggente, fatta di solitudini che s'incontrano e di sapori che vengono da lontano, la penna lieve e felice di Nico Orengo riesce a raccontare le ferite che la vita incide negli animi e nei luoghi, l'eco del passato che rimbalza su un futuro sconosciuto, la difficile arte di non perdersi mai completamente.

La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice
Il nuovo romanzo di Nico Orengo inizia e finisce con due persone dialoganti. Non sono le stesse, ma introducono uno degli assi portanti della narrazione: la forma discorsiva, quanto dire l'incontro fra persone, vissuti, biografie. Basta voltar pagina perché la voce narrante - come sempre, un narratore eterodiegetico; ma con Orengo bisogna stare attenti alla facile o difficile narratologia - presenti il protagonista, che arriva carponi alla pensione-locanda Savona. Non è un precisamente un introibo solenne, ma è adatto al personaggio, il sommelier parigino Daniel Lorenzi, sceso in Italia, e nelle Langhe, per un corso di degustazione sui grandi di Francia.
L'uomo è inquieto: divorziato dalla moglie, ha la figlia Nicole che fugge da lui e dalla madre e alla quale i suoi amici trovano una comunità per la disintossicazione. È un uomo in fuga dal suo presente che, come ovvio, lo insegue e non gli dà tregua. Arrivato in Langa, Daniel trova Amalia, suo doppio femminile. Amalia è perseguitata dal ricordo del padre, morto una notte nella tenuta di famiglia mentre cercava lei che, ragazza, era uscita di casa senza il suo permesso. La Ginotta, cioè la tenuta di famiglia, viene per metà perduta al gioco dal fratello di Amalia, in apparenza un caratteriale, al limite della psicosi, attorno al quale gravita però gran parte dell'intreccio. Il resto è un intreccio montato con l'usuale destrezza e in più uno strumento cui Orengo ha abituato i suoi lettori: il coro di una comunità circoscritta e di piccole dimensioni, in cui anche i grandi problemi (lo stravolgimento del territorio, il paesaggio che muta senza cessa, la ricchezza improvvisa e difficile da gestire) diventano oggetto di chiacchiera davanti a uno o più bicchieri di vino o mentre si corre in tassì.
Perché in Di viole e liquirizia c'è anche un tassista, Luciano, che è un po' la coscienza critica di un gruppo che non vuol tanto saperne, né di coscienze né di critiche. Beve birra, in sfregio al vino divenuto ormai quasi un obbligo, critica tutto, è un grillo parlante. Sembrerebbe, fin qui, una variazione sulla messinscena ambientale con cui Orengo si è più volte confrontato in questi anni, trovando il suo esito forse più felice nella Curva del latte (Einaudi, 2002; cfr. "L'Indice", 2002, n. 4). Non è così. Tanto per cominciare, l'autore cambia teatro; l'amatissimo estremo Ponente ligure è quasi abbandonato e il trasferimento di fatti e personaggi nelle Langhe ha il sapore di una sfida. Orengo è intellettuale e uomo di lettere troppo navigato per ignorare che, ancora oggi, le Langhe evocano i nomi di Cesare Pavese e, più ancora, Beppe Fenoglio. Di Pavese e Fenoglio non è traccia visibile, sulla superficie di queste pagine. L'uno e l'altro, magari anche in compagnia di Mario Soldati, s'intravedono tuttavia, aggiornati al tempo presente, nella capacità di rappresentare un paesaggio umano e naturale in mutazione velocissima. Il tassista Luciano commenta: "Qui non si compra più niente. Nessuno vende. Chi ha la terra, se la tiene. Gli ultimi che l'han venduta, negli anni Settanta, per andare alla Fiat, han preso diciassette milioni all'ettaro. Oggi ne vale anche settecento, ottocento. Si guardi intorno: son tutti miliardari...".
Non è un trattato di economia politica, ma è il segno che Di viole e liquirizia mette un po' in disparte i toni da commedia leggera che innervavano molta produzione di Orengo e tratta da sociologo una contemporaneità che conosce molto bene. Se restano in piedi le strutture narrative che più gli sono congeniali - su tutte, il racconto di una comunità piccola e conchiusa, la vivacità del discorso diretto, che pochi in Italia padroneggiano come lui, i ritratti di donne dal fascino complesso e misterioso -, la novità di questo romanzo sta nell'intonazione. Nico Orengo lambisce qua e là il vaudeville e, malcelandosi dietro un paio di personaggi (oltre a Luciano, anche il bislacco, e forse incompiuto, scrittore e deus ex machina Eta Beta: senza dire, e anche questo è nuovo, di una voce narrante meno divagante che in altri romanzi), finalmente mette in gioco i suoi interessi e le sue passioni personali.
Pare superfluo aggiungere che, in un romanzo, sono piuttosto interessanti gli interrogativi che le risposte: e Orengo si guarda bene dal fornirle. Aggiunge invece, e questa è invece una conferma, la sua scrittura sinuosa e ambigua fin quasi alla sensualità e un gusto per il dettaglio che può ricordare certi fiamminghi: tanto i polifonisti come i pittori (ma in copertina fa bella mostra di sé un notevole Nicola De Maria, "uno che scrive poesie con le mani piene di colori"). Di viole e liquirizia non è un romanzo perfetto; il complicato trasferimento di Daniel a Nizza per andare a prendere la figlia ribelle non sembra del tutto necessario. È però un libro di tempra forte, asciutto e disincantato in tempi di recessione, economica non meno che culturale.

Giovanni Choukhadarian

I vostri commenti
13 recensioni presenti.  Media Voto: 3.38 / 5

elena giovannini (10-01-2007)
Percorrendo le vecchie strade del sale, i sentieri odorosi di erbe e i labirinti delle passioni umane, si incontra il cartello “Nico Orengo”. Lo ho seguito, per ritrovarmi questa volta nelle Langhe, e nel suo cuore Alba, tra vigne e aromi. E ho incontrato Daniel il sommelier, tessitore suo malgrado della trama del racconto; l’austera Amalia che pretende prove di coraggio in cambio di baci e intimità; l’enigmatico Eta Beta che irrompe nella storia dei suoi personaggi un po’ alla Hitchcock per spronarli all’azione; la vigna “La Ginotta”, premio ambito e sofferto, scrigno del passato e del futuro; e tanti altri. Inevitabile il paragone tra la sorsata di un ottimo Barolo e la lettura di Nico Orengo, entrambi da trattenere dentro di noi, in silenzio, per meglio identificarne i singoli componenti e indovinarne l’amalgama di sapori, il miscuglio, piacevole e disgustoso, di viole e liquirizia.
Voto: 4 / 5
MB (22-12-2006)
Mi sono piaciuti di più altri suoi romanzi, comunque anche questa volta Orengo dimostra di saper raccontare. Romanzo piacevole.
Voto: 3 / 5
Ispano (01-08-2006)
Per dire una sciocchezza: "L'Orengo a cui non tengo". Brutto! Banale! Perché non accetta di non avere (quasi) più niente da dire? Sia contento del suo passato. Faccia il giornalista: i suoi "fulmini" a volte sono interessanti. O se ne vada tranquillamente in pensione a Latte. E basta con il vino! bevetelo e state zitti! Gli hanno dato pure un premio, se non sbaglio: al romanzo o al direttore di "tuttolibri" elargitore di recensioni? Voto: zero.
Voto: 1 / 5
Gianfranco (05-05-2006)
Che brutto! Sono pienamente d'accordo con Stefano: personaggi appena abbozzati, dialoghi inesistenti e una storia che non regge assolutamente. Non sono riuscito ad andare oltre la metà. E' il primo libro che leggo di Orengo, ma non so se avrò la voglia di provarne altri
Voto: 1 / 5
Sandro Boscaro (07-02-2006)
Deludente. Le solite situazioni trite e ritrite viste in troppi romanzi italiani (e non), mescolate, come aggravante, a continue citazioni di produttori di vino e locali modaioli: sembra sponsorizzato dalla Pro Loco Langhe e dalla guida Slow Food. Nessuna traccia del piacevole umorismo de "La curva del latte". E' la seconda delusione datami da Orengo dopo "L'Intagliatore di noccioli di pesca".
Voto: 2 / 5
stefano (28-01-2006)
Devo premettere che l'ho letto per lavoro. Dopo la delusione del precedente (quello dei noccioli di pesca) non mi sarei mai orientato spontaneamente verso un libro di Orengo. Ho trovato il libro alquanto insipido. L'intrigo è di una banalità sconcertante, lo stile non presenta alcuna originalità, non vi sono tracce di ricerca, i personaggi sono estremamente superficiali quasi delle ombre. E poi non si capisce il ruolo di questo scrittore Eta Beta (alter ego dell'Orengo, il quale, si sa, ama parlare di se stesso nei suoi libri) che salta fuori dal nulla, racconta la sua storiella triste e scompare. E non mi si parli di Pavese. Non è sufficiente scrivere sulle langhe per essere Pavese. Nel leggere il libro avevo la sgradevole impressione che l'autore volesse solo aggiungere un altro titolo alla sua bibliografia. Nessuna passione dietro, o almeno non la si percepisce, come per esempio nel ''Mandami a dire'' di Roveredo o nel ''Sopravvissuto'' di Scurati.
Voto: 1 / 5
milena belliardo fogliadisole@hotmail.com (26-12-2005)
Un libro pieno di piccole stupefacenti verità, con una protagonista femminile riuscitissima. Ammirabile l'indagine psicologica fra Daniel ( padre) e Nicole ( figlia), escogitata attraverso il perdersi-ritrovarsi tipico di questo complicato rapporto. Giusto omaggio alla bellezza femminile - tema caro a Orengo- in cui una terra fedele è specchio di sapori leali. Nonostante le contaminazioni: "...la natura si riprende sempre..." Una nota: quel cane, Flop, è il vero trait d'union della vicenda perché autenticamente langarolo. Lui dà il benvenuto, lui accompagna, lui ci congeda dal protagonista. Quando Flop entra in scena, ''parte'' la storia. Possiamo leggere questo romanzo secondo ottiche diverse, non ultima quella che lo accosta a un arguto studio di antropologia del turismo. Scorrevole e impeccabile. Consigliato a chi non conosce Orengo e a chi già lo conosce, che vi ammirerà il passo avanti rispetto alle introspezioni del precedente ''Intagliatore''... ciao, buona lettura, un 5 su 5 perché è il 2005 e Orengo se lo merita!!! :-)
Voto: 5 / 5
claudio barbonetti claudio.barbonetti@tin.it (01-12-2005)
Ricorda Pavese questo lavoro di Orengo, abile scrittore, affascinante descrittore della progressiva scomparsa di un modo di vivere italiano che stiamo dimenticando. E' un bel libro dove il vino è protagonista indiscusso ma, come quasi tutto al giorno d' oggi, un po più falso, finto, rispetto al passato. I vini d' oggi si somigliano un pò tutti e come la nostra vita perdono di identità, una analisi molto più profonda di quanto potrebbe apparire in prima battuta. Da leggere, soprattutto se si ama il vino e il senso profondo dell' esistenza umana.
Voto: 4 / 5
francesca venturello f.venturello@fieralibro.it (27-10-2005)
Leggermente angosciante la descrizione della Langa di oggi, forse troppi echi di Pavese in tempi ormai diversi. Bellissime le descrizioni dei vini, 'un'insieme di sfumature' ottimamente descritto. Delirante e pesante la parte centrale del libro, con l'inserimento della figura dello scrittore Eta Beta non troppo riuscita. Personaggi azzeccati ed interessanti, ma trattati un po' troppo superficialmente (ci sono spunti per un libro di una lunghezza di almeno il doppio, ci sono troppe facili soluzioni di trama!). Splendida la sfida finale.
Voto: 4 / 5
roberto (21-10-2005)
Bellissimo; un intreccio narrativo incalzante seppur morbido e godibile. La descizione del "nuovo mondo di Langa" calza a pennello con la realtà ma si sviluppa con una leggerezza che trascende il reale, per dar spazio a mondi interiori di personaggi indimenticabili.
Voto: 5 / 5
alberto (14-10-2005)
Puro Chabrol, con un protagonista che è perfetto impersonato da Depardieu di qualche anno fa e una figura femminile ritagliata su Fanny Ardant di adesso. Uomini e donne in fuga, un romanzo che adopera paesaggi e sapori per parlare anche di molto altro.
Voto: 5 / 5
Francesco Improta 29professor42@virgilio.it (09-10-2005)
Libro originale e affascinante e per la sapiente costruzione narrativa e per la ricercatezza della scrittura. Non mancano echi e reminiscenze di Fenoglio e di Pavese, ma le Langhe di cui parla Orengo sono completamente diverse, così come diverso è questo romanzo rispetto alla sua precedente produzione. Si rilevano infatti un'attenzione ai particolari e alle sfumature, una ricchezza cromatica, una straordinaria leggerezza e soprattutto una capacità di visualizzare odori e sapori che ne fanno un'opera unica, godibilissima e imperdibile. Sembra che Orengo abbia trasformato, con un procedimento simile e opposto al tempo stesso a quello dei registi della Nouvelle Vague, la penna in macchina da presa e si sia avvicinato ai racconti morali di E. Rohmer, penso in particolare a Racconto d'autunno. Romanzo, per concludere, che deve riposare (nel senso che deve essere riletto a distanza di qualche giorno dalla prima lettura), come un buon vino d'annata, per poter sprigionare tutto il suo bouquet e il suo sapore.
Voto: 5 / 5
giovanni choukhadarian (06-10-2005)
E' il miglior libro di Orengo da parecchio tempo a questa parte. Un viaggio disincantato e affascinante nelle terre di Fenoglio, con bei personaggi e la capacità tipicamente sua di restituire profumi e odori dei posti che racconta. Consigliabilissimo.
Voto: 4 / 5

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