Disintossicarsi dall'allitterazione, mi si creda sulla parola, non è cosa facile. "Evita le allitterazioni, anche se allettano gli allocchi", ammoniva Umberto Eco in apertura di un suo paradossale normario; ma la retorica pletorica è a rischio dipendenza e non c'è metadone adatto per la metaletteratura: "Ci sono delle persone che hanno questa mania, esultano per le allitterazioni, per le ripetizioni aritmetiche, ritengono che grazie ad esse potranno riordinare il caos del mondo. Non dobbiamo biasimarli, è gente ansiosa" (José Saramago).
Ansia destinata ad aumentare, per quanto mi riguarda, vedendo che uno dei miei amati manieristi ha ormai deciso di smettere: allora si può?... si deve? Le certezze vengono meno, crollano i muretti eretti per immaginare un'architettura della narrativa anni novanta: tu quoque, Scarpa? Tu, il fiero vessillifero della lingua ipermedia, quello della "ghignante provincia della digrignante regione veneta" (Amore®); quello del Ponte delle gomme, "grandiosa Autobiografia del Gustolungo, emozionante Trionfo del Bigbàbol, sesquipedale Apoteosi del Vivident" (Venezia è un pesce); quello che ha esordito con Occhi sulla graticola, "il romanzo più interessante e più bello che sia uscito in Italia da qualche decennio (...) con qualità di scrittura che, per un esordiente risulta assolutamente eccezionale" (Edoardo Sanguineti).
Emancipato dal mantra della paronomasia, affrancato dalla schiavitù degli omoteleuti e degli ipnotici poliptoti, l'edonistico sostenitore del "piacere del significante" (Cos'è questo fracasso?) si orienta adesso verso un'ascetica asciuttezza. In effetti, già un paio d'anni fa - rivolgendosi ai suoi colleghi scrittori - Scarpa ebbe ad affermare: "A differenza degli 'artisti', non possiamo fondare la nostra autorevolezza su un talento dimostrabile, non padroneggiamo nessuna tecnica tangibile" (in Scrivere sul fronte occidentale). Parole strane, dette da chi della tecnica aveva fatto spudorata ostentazione - "il più colto e vertiginoso (sulla pagina) dei narratori dell'eccesso" (Severino Cesari) -, al punto da diventare un lemma del Lessico elementare per parlare di libri in società: "Scarpa, Tiziano. Ha una cultura mostruosa" (Giulio Mozzi). Ma forse questa parabola ha qualcosa da insegnare ai parabolani che fanno dell'affabulazione il loro piffero da incantatori: dietro a tutti i talenti - anche a questo dello stile - c'è un'altra faccia della medaglia; un debito pesante, che può trasformarsi in una taglia.
"Bravo Scarpa, a lei le parole non mancano": dopo qualche anno di latitanza, lo scrittore si ripresenta nelle vesti di un personaggio fuori scena. In uno di questi dodici racconti (non tutti inediti) si fa addirittura tu - lei - montaliano della propria voce narrante ("capisce, Scarpa?"). In un altro, da gaudente Godot, si trasforma nel Lucignolo che porta il giovane protagonista a finire in riformatorio: "Io e Scarpa volevamo fare uno scherzo". I titoli dei racconti ricalcano quasi sempre - secondo una tecnica usata anche dal De Carlo di Pura vita - l'inizio della narrazione. Una scelta che ben si sposa con l'andamento "eccentrico" di questi racconti senza baricentro, nei quali la narrazione si autoalimenta, rampollando da blocco a blocco, fino a disegnare una figura ad anelli che si sviluppa in lunghezza molto più che nelle alle altre due dimensioni (carente, in specie, la profondità). Racconti-fuga, li si potrebbe definire: ma - viene da chiedersi - da che cosa scappa Scarpa?
Nella brillante quarta di copertina si annunciano storie di coppia tutte "batticuori e battibecchi, fantasie e fantasmi, tribù di miraggi, harem di fisime", perché "due persone che si amano (...) si scambiano umori spirituali e fisici". Ma, ahimé, si tratta soltanto di un paratesto paracadute, pensato per riservare al lettore un atterraggio più morbido. Basta voltare le prime pagine e la delusione è lì in agguato: questi amori avranno pure il marchio registrato, ma gli umori restano quasi sempre secrezioni sessuali. Forse, per affrontare davvero il tema, bisognerebbe trovare il coraggio di ammettere la banalità intrinseca dell'amore, il suo essere irrimediabilmente sentimentale, comunque un po' patetico. Invece lo Scarpa folgorato sulla via di Moresco si è disintossicato dall'allitterazione ma non dalla sessuolalìa. Eloquente, in proposito, il titolo/ incipit del racconto chiave: Mi tolgo subito le mutande così facciamo prima, allusiva e sofferta dichiarazione di poetica che culmina nella scena simbolica dell'autoevirazione. Facile ricondurre il tutto a un rito di passaggio, sentendo il protagonista proclamare: "Niente più doppi sensi, niente più doppi fondi: (...) ci sguazzi lei nei suoi giochi di parole, Scarpa! Alla lettera, d'ora in poi voglio essere preso alla lettera!".
Liberato dai "metafori aulenti", il nuovo Scarpa sembra indirizzarsi verso una palomarizzazione della scrittura che metta al centro il corpo e la nudità (non necessariamente letterale): "Quando si fa copia dal vero con le parole, lo sguardo diventa più intenso". La sensazione, però, è che non abbia ancora trovato la strada: la pressione di essere una grande promessa lo rende facile preda di quella che lui chiamerebbe "ansia da prestazione", e così stenta a tradurre le sue grandi potenzialità nell'atto compiuto del libro che tutti aspettano. Quello, per intendersi, a cui è giunto Niccolò Ammaniti con Io non ho paura (Einaudi, 2002): bisognerà infine dare ragione alla sospettosa dietrologia di chi in ogni libro vuole vedere una trama?
Testi citati
Severino Cesari, Narratori dell'eccesso, "Tuttolibri", supplemento della "Stampa", 12.12.1996.
Andrea De Carlo, Pura vita, Mondadori, 2001.
Umberto Eco, La Bustina di Minerva, Bompiani, 2000.
Giulio Mozzi, Lessico elementare per parlare di libri in società, "L'Indice", 1999, n. 7.
Edoardo Sanguineti, Buoni & cattivi, "Tuttolibri", supplemento della "Stampa", 12.12.1996.
José Saramago, L'anno della morte di Ricardo Reis, Einaudi, 1996.
Tiziano Scarpa, Amore®, Einaudi, 1998.
Tiziano Scarpa, Venezia è un pesce. Una guida, Feltrinelli, 2000.
Tiziano Scarpa, Occhi sulla graticola, Einaudi, 1996.
Scrivere sul fronte occidentale, a cura di Antonio Moresco e Dario Voltolini, Feltrinelli, 2002.
Niccolò Ammaniti, Io non ho paura, Einaudi, 2002.