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Narrativa italiana  Moderna e contemporanea (dopo il 1945) 

Mannuzzu Salvatore - Le fate dell'inverno

Le fate dell'inverno TitoloLe fate dell'inverno
AutoreMannuzzu Salvatore
Prezzo € 17,00
Prezzi in altre valute
Dati2004, 237 p., rilegato
EditoreEinaudi  (collana Supercoralli)

Attualmente non disponibile su IBS
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5 recensioni|Invia recensione|
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Descrizione
Un rumore inspiegabile ossessiona Franz Quai, giudice in pensione tormentato dai ricordi: sembra il rumore di una palla, di un bambino che giochi per casa, ma com'è possibile? Nella villa di famiglia, dopo i lutti e gli abbandoni, non vive più nessuno, e la solitudine di Franz è scandita soltanto dalle partite a dama con il fratello scapestrato e dai rosari di rimbrotti e ricordi recitati assieme a Toia, l'anziana domestica. Eppure il rumore c'è, e se nessuna ipotesi razionale vale a spiegarlo, a poco a poco Franz si convince che non viene dalla casa, ma da altrove, forse dal passato o dall'aldilà. Forse dal luogo dove adesso sono Nora, la moglie suicida, e Giacomo, l'unico figlio, morto prematuramente; oppure da dentro, dalla memoria.

La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice

Quell'intricata mappa dei sentimenti che da anni Salvatore Mannuzzu va incidendo nelle sue storie, a partire dal lontano esordio di Procedura sembra aver raggiunto, in questo ultimo romanzo dal suggestivo titolo Le fate dell'inverno, una sua più pacificata configurazione. Luoghi e tempi sono quelli maggiormente cari allo scrittore: la sassarese piazza d'Armi con le sue querce frondose e i villini liberty corrosi dalla decadenza come Casa Quai, simile alla villetta abitata da Alberto, il dongiovanni protagonista di Il catalogo; i pomeriggi di settembre con la luce radente che conferisce ai colori "una definitiva incertezza" e le "secche" di gennaio, luminose giornate nel cuore dell'inverno. Anche nei personaggi ci sembra di ravvisare tratti familiari: il protagonista Franz, che è senz'altro un giudice, come tutti, o quasi, i personaggi di Mannuzzu, ricorda il vecchio padre raffigurato in Alice: tutt'e due s'affidano alla corona del rosario, alle meditazioni sulla Bibbia e su Pascal, cercando faticosamente un'illuminazione, una via di scampo. Franz vive con la sua vecchissima tata d'infanzia, ha avuto una moglie, Nora, che si è suicidata, un figlio che è morto prematuramente: entrambi mai veramente amati (l'insolvenza amorosa è dato ricorrente); ha avuto una relazione con sua nuora, Bia, che insegna nelle scuole medie. È solo un piccolo dettaglio, eppure ci fa ricordare che erano insegnanti anche Lula, compagna del problematico protagonista di Alice, e Paola, moglie del seduttore Alberto: quasi che la loro professione, apparentemente tranquilla, in realtà gravata dalle incognite adolescenziali, le predisponesse a un tipo d'amore fragile e immaturo, per l'appunto, adolescenziale.

Luoghi, personaggi, situazioni: elementi del microcosmo che continuamente Mannuzzu attraversa e scompone, con il rovello di un'indagine mai paga e di un linguaggio dal ritmo frastagliato e inquieto. Ed è proprio in questo romanzo, come si diceva all'inizio, che il gioco delle parti tra piacere ed espiazione, amore e disamore, verità e menzogna, approda a esiti nuovi. Tutto parte da un rumore che improvvisamente s'avverte in casa Quai e sembra il suono di una palla fatta rimbalzare da un bambino. Un rumore insistente, quasi un richiamo affettuoso che costringe il vecchio giudice a sottrarsi al suo forzato riposo sentimentale e a riattraversare quelle stagioni che credeva morte: l'intenso legame che lo univa alla nipotina Nora, detta Chichi, l'amore improvvisamente germogliato tra lui e Bia, e alimentato da quelle buffe e sentimentali canzonette "che chissà come, possono prendere (una tantum) l'anima", lo stato di grazia condiviso durante un viaggio in Egitto, i rapporti d'allegra amicizia con gli inquilini del villino confinante: lo studente egiziano Hani e lo steward russo Oleg, di quelle persone miti e gentili per le quali si possono immaginare solo per scherzo, come fa Bia, scenari di distruzione e di morte. Ebbene, niente di ciò che si credeva solido (l'affetto, la tenerezza, l'amore) si è rivelato tale, niente di ciò che si riteneva vero (compresa l'identità di Hani e Oleg) lo è; la storia è sordida e tende le sue trappole ovunque.

La riduzione delle aspettative e delle apparenze a cenere è destino familiare alle creature di Mannuzzu, ma non è questa la sorte di Franz. In una di quelle luminose giornate di gennaio in cui il tempo si prende gioco di noi, facendoci respirare aria di primavera, il vecchio giudice che non si aspettava più niente e che invece ha scoperto su di sé i segni di un'antica - biblica - malattia, si prepara a una nuova stagione: e sia pure di dolore. Anche il dolore può essere insperato stato di grazia.

I vostri commenti
  Media Voto: 3.6 / 5

Enrico (26-06-2007)
gran bel libro, toccante suggestivo e avvincente. Non per lettori pigri o superficiali. Per loro c'è tanto di quel Dan Brown...
Voto: 5 / 5
elisa*** (26-06-2006)
Uno dei libri piu' brutti che io abbia mai letto ,troppo appiccicato per quanto riguarda il metodo di scrittura, noioso lento e pesante . .l'unica cosa bella e' il titolo.
Voto: 1 / 5
Alice alicea82@yahoo.it (20-11-2004)
A me è piaciuto moltissimo. Intenso e allo steso tempo delicato, con un bell'intreccio che si svela man mano senza mai cadere nel patetismo che pure la storia potrebbe ispirare. Un raro e validissimo esempio di misura.
Voto: 5 / 5
Elisabetta (24-10-2004)
Un libro bellissimo, intenso, che non ammicca e che non vuole commuovere ma tocca corde del cuore non facili da raggiungere (la solitudine, la difficoltà dei rapporti, la vecchiaia, la malattia, il cuore stesso). Una ricerca di sè e degli altri (la verità di se e degli altri, se esiste) difficile e non mai del tutto esausta, come è sempre nei libri di questo scrittore vero, originale, così poco televisivo (per fortuna).
Voto: 5 / 5
brigidino (15-06-2004)
per le prossime ristampe: subito all'inizio, nel giro di due pagine la stessa giornata è di gennaio e poi di febbraio!
Voto: 2 / 5

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