Con la traduzione di Frammenti (1951) e Distillazioni (1953) si chiude dopo quasi quarant'anni la travagliata storia dei tentativi di assicurare alle poesie di Benn un'adeguata diffusione in Italia al di fuori dei circuiti accademici, che se ne sono invece occupati con una certa regolarità. L'impresa era iniziata nel 1966 con Aprèslude, la raccolta curata da Ferruccio Masini per Einaudi, ma le scelte editoriali successive non sono facilmente comprensibili. Escono infatti oggi, mirabilmente tradotti, versi improntati a quella poetica del quotidiano che ha indubbiamente lasciato tracce profonde nella poesia tedesca del dopoguerra, specificamente degli anni settanta, molto di più di quelli raccolti in Flutto ebbro pubblicati nel 1989 da Guanda a cura della stessa Carpi, ma risalenti agli anni venti e sentiti, già dopo il 1945, storicamente distanti più di un secolo.
Grazie a Carpi è dunque ora accessibile buona parte della produzione lirica di Benn dopo la fine della guerra, in un'edizione gradevole e sufficientemente commentata per farsi un'idea adeguata dell'ultima stagione di un poeta che, nel bene o nel male, è stato un riferimento costante per un numero notevole di scrittori tedeschi, sia a ovest che a est. Al contrario, né il nichilismo compiaciuto dei suoi inizi, documentato in Morgue (Einaudi, 1971, a cura di Masini) e in parte anche in Flutto ebbro, né la sua poetica biologica della regressione praticata negli anni venti hanno trovato dopo il 1945 emulatori di qualche importanza. Non sfuggiva alla generazione postbellica l'ambivalenza ideologica della sua metafisica di un arte eroica, che consacra il poeta come una specie di martire dello spirito. Alla base delle sue Poesie statiche (1949; Einaudi, 1981, a cura di Giuliano Baioni), frutto contraddittorio del suo incontro fallimentare con il nazionalsocialismo, l'autocelebrazione della solitudine di un io chiuso nell'esercizio dell'arte sembrava una risposta inadeguata all'orrore della storia.
Benn, uscito dall'esercizio mortificante della "doppia vita", non offre una prospettiva rassicurante per il futuro della civiltà europea e nessuna speranza sostanziosa per il nuovo inizio di un gioco ideologico basato sulla tradizione ricuperata affannosamente dopo la sua liquidazione all'ombra del nazismo. L'esaltazione trionfante dello spirito manca quasi completamente nelle poesie di queste due raccolte. Affiora persino un leggero senso di colpa nei celebri versi che ricordano il legame inscindibile fra il culto dei valori estetici e la chiusura, dolorosa forse, ma certamente anche salvifica, nella solitudine dell'esercizio poetico: "Le sbarre sono saldate, / di più: il muro è chiuso -: / ti sei salvato, certo, / ma hai salvato qualcuno?".
L'arte, negli anni trenta ultimo rifugio dell'assoluto, ora gli si presenta nuovamente come risultato di un cieco bisogno espressivo senza una meta chiaramente definibile: "No, / c'è nella mano un impulso, / guidato da lungi, una disposizione cerebrale, / forse un portafortuna in ritardo o un animale totemico, a spese del contenuto un priapismo formale". Rimedio per la profonda rassegnazione che si è impadronita dello scrittore rimane l'esaltazione del momento nel quale frammentariamente si ricostituisce la parvenza di una pienezza vitale, legata qualche volta ancora all'emergere di una memoria collettiva primordiale. Ma con essa non si collega più nessuna pretesa di un accesso privilegiato a valori atemporali. Prevale il disarmo ideologico che scopre l'autenticità solo nella sospensione del giudizio.
Benn pretende di essere uno dei pochi, se non l'unico dei letterati tedeschi, a guardare senza illusioni la desolazione del dopoguerra. Il poeta scrive contro i tentativi di sottrarsi alle conseguenze della storia richiamandosi ingenuamente alla tradizione classica e cristiana. I tedeschi, questa la sua convinzione, non si sono ancora liberati del concetto di decadenza e di arte degenerata che il nazionalsocialismo aveva imposto come linea guida per un rinnovamento della cultura germanica nel segno del sangue e della zolla. Tuttavia il suo tono aggressivo contro la semplice restaurazione del passato e della dimensione sacrale dell'arte si scontra con la sua invincibile tendenza a opporre all'analisi impietosa del presente la speranza vaga, indefinita di poter afferrare il lembo di una qualche trascendenza.
Malgrado tutto il suo naturalismo che si schiera dalla parte della creaturalità disprezzata, Benn non può fare a meno di rievocare i suoi eccessi di spiritualismo degli anni trenta. Anche di fronte alla catastrofe compiuta - la moglie si è suicidata durante la fuga da Berlino temendo di cadere nelle mani dei soldati russi - lo scrittore si rifiuta di considerare la propria vita sotto un angolazione sociale o politica. Ma d'altra parte non crede neanche nella possibile ricostituzione di un soggetto autonomo chiuso nella dimensione privata. L'impotenza del singolo trova allora rifugio unicamente in un'interiorità destinata a elaborare l'incontro poetico con la realtà. Tuttavia per questo processo non esistono più norme omogenee. Benn dispone liberamente degli strumenti espressivi sviluppati già nel corso degli anni trenta, ma vi aggiunge alcune varianti che riveleranno una vitalità sorprendente anche dopo la sua morte.
Queste poesie sono caratterizzate dalla grande vicinanza alla quotidianità di un abitante della metropoli che sa adattarsi alla situazione con tutti i suoi limiti di banalità e massificazione, ma che contemporaneamente conserva in sé l'idea di una vita alternativa, la fantasmagoria di un'esistenza che non coinciderebbe con i rituali ripetitivi del piccoloborghese. Dalle esperienze banali di un uomo che gira per la città per fare le compere rituali e che frequenta come tanti altri le bettole o i caffè berlinesi emerge come in un'epifania la promessa di una felicità che non appartiene a questo mondo, ma fa evadere il soggetto lirico in uno slancio imprevisto verso una sfera sublime di sentimenti etici o estetici che separano il soggetto lirico dal suo ambiente.
Ma accanto a queste poesie in prosa ritmata come Ristorante e Natura morta che coltivano un gesto espressivo dimesso e disilluso - "Il signore laggiù si ordina un'altra birra, / ne ho piacere, così non devo aver rimorso / se anche a me capita di scolarne una" -, Benn ha anche scritto versi che si riallacciano a una prassi di scrittura dominante negli anni trenta, quella di trasfigurare la propria esistenza attraverso il ricorso a un vocabolario nel quale sopravvive il ricordo del romanticismo decadente di fine Ottocento. Non c'è altra poesia d'amore che riesca a celebrare l'esaltazione emotiva di questo stato psichico in modo così compiutamente romantico come Ora azzurra: "Sei così bianca, forse ora ti sfasci / per troppa neve, troppo essere fiore, / rose bianche di morte, lembo a lembo - / coralli solo i labbri, una ferita".
Il Benn di Frammenti e di Distillazioni dispone ancora dei ritmi calzanti che imprimevano alle sue quartine rimate degli anni venti una forza trascinante e suggestiva. Ma al posto dell'evocazione di un improbabile mondo esotico e di un'epoca primordiale riemersa dai testi di un'antropologia fantastica egli colloca ora la sua filosofia del tramonto dell'Occidente su un piano del tutto privato, ma dal quale scaturiscono sensazioni elitarie, e di incerto significato: "Mi lascio andare in pezzi, / mi tengo vicino alla fine, / allora tra imballi e rovine / sorge un'ora profonda".
La caratteristica peculiare di questa stagione lirica di Benn è però la tendenza a vedere il proprio destino inserito in una prospettiva storica e antropologica universale,sebbene lo scrittore dichiari a più riprese di essere un nemico di ogni sintesi storica totalizzante. In non poche poesie tuttavia, egli tenta una diagnosi del proprio tempo partendo da esperienze certamente individuali ma implicitamente sintomatiche dello sviluppo generale di tutta una civiltà, quella occidentale. Poesie come Frammenti, Ministri degli esteri, Disperazione, Tardi trascendono il mondo, la dimensione individuale del poeta e tentano un affresco disarticolato e frammentario dello sfondo storico ed esistenziale davanti al quale si sta consumando la sua esistenza, al di là di ogni credo che non sia quello dell'arte. Nel panorama pessimistico che ne risulta, si notano ancora riferimenti allusivi alle sue costruzioni ideologiche degli anni venti, che si basavano spesso su informazioni pseudoscientifiche altamente speculative.
L'elaborazione drammatica della storia umana all'interno di un concetto di evoluzione sostanzialmente irrazionale, ma con una meta tragica a causa della progressiva Zerebration - ovvero eccessivo sviluppo della massa cerebrale, un concetto chiave dell'antropologia benniana - si sovrappone al fosco quadro storico del pessimismo culturale del dopoguerra come si esprime in modo placativo nello slogandella perdita del centro, assai diffuso in quegli anni, e creato con l'evidente intenzione di denunciare l'evoluzione artistica del ventesimo secolo come deviazione perniciosa da un fantomatico centro spirituale umano.
La contaminazione fra i vari registri semantici che caratterizza queste poesie crea una realtà poetica piena di ambivalenze e di sospese implicazioni. Animati dalla retorica della decadenza storica ed esistenziale, i testi oscillano fra il gioco intellettualistico e la disperazione emotiva. Forse risiede proprio in questa capacità di creare distanza artistica il segreto fascino che queste poesie continuano a esercitare.
A. Reininger