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Cavatore Mario - Il seminatore | Nel 1939 è attiva in Svizzera l'Opera bambini della strada, un'organizzazione che, col pretesto di svolgere un'opera umanitaria a favore dell'infanzia derelitta, mira a sradicare il fenomeno del nomadismo. I bambini nomadi vengono strappati alle famiglie e rinchiusi in istituti o dati in adozione. Quando Lubo Reinhardt, zingaro naturalizzato, riceve la notizia che i suoi figli sono stati presi dalla polizia e che la moglie, tentando di opporsi, è stata uccisa, decide di vendicarsi. Si appropria di una nuova identità e diventa un Don Giovanni involontario e involontariamente politico. Il suo piano è inseminare il maggior numero di donne svizzere. Dal seme di quel primo sopruso germina altra violenza, che dura nel tempo, con una tenacia oscura.
| La recensione de L'Indice |

La vicenda storica della Kinder der Landstrasse, Bambini della strada, l'organizzazione svizzera diretta da Alfred Siegfried che iniziò la sua attività nel 1926 con l'obiettivo di distruggere la comunità Jenische, zingara, attraverso la sottrazione dei bambini ai propri genitori e la loro rieducazione in istituti o presso buone famiglie borghesi, si raccoglie intorno alle voci di un dolore indifferenziato. Lubo Reinhardt non distingue la perdita di un figlio dall'altro, portati via dalla polizia, quella di Mirana, la moglie, a cui hanno sparato mentre cercava di proteggere i figli; la sua è la perdita della stirpe, dell'identità famigliare. Nel corso del romanzo altre voci si sostituiscono alla sua. Lui, Lubo non ha più niente da perdere. Alcune di queste voci sono quelle di Klara, Hans, Martha, Hugo, a volte sembrerebbe che si parlino tra loro, altre volte sono semplici monologhi oppure autosuggestioni: il sogno di Mirana che lo incarica di sostituire al suo amore la seduzione di altre donne che partoriranno bambini intoccabili. Altre volte queste voci vengono taciute, come le parole non dette tra Hugo e Hans; altre ancora stanno zitte. Poi, vi sono voci dette senza essere pronunciate, sofferenze provate senza bisogno di parola. Ancora, sono voci scritte, come la lettera di Hugo che vorrebbe poter spiegare al fratello e al lettore qualcosa che in realtà è ormai già accaduto. Non si parla invece, ma ogni volta occorre esplicitarlo, con i gagé, i non zingari (e ciò non vuol dire che non vi sia relazione), a questo ci pensano preferibilmente le donne. I gagé, l'inutile patto che occorre fare con loro. Come dire "tu sei come noi", allora devi fare il militare, devi andare a scuola, devi pagare le tasse, ecc. Obblighi, doveri, che implicherebbero, ma non comportano, diritti. Sembri uguale, ma non lo sei. Non ti chiamano cittadino, ti chiamano ancora jenisch, zingaro, si inventano organizzazioni per toglierti i bambini, come la Kinder der Landstrasse, perché pensano che forse essendo ancora piccoli possono insegnargli a vivere, a vivere da gagé. Ma questi gagé te li "mangi": gli puoi far provare proprio quello che loro cercano. E allora la vendetta di Lubo. Rifarsi una vita senza la sua identità, senza emozioni, solo. I silenzi, quelli contratti del dolore, via via prendono forma in altri corpi. Da calderaio musicista Lubo diventa amante, non genitore, ma padre, la sua identità viene rivestita dell'identità fatta di un'identificazione con l'altro. Di un altro uomo, l'indiano afgano musulmano tedesco cattolico mercante, di cui prende i connotati, i soldi, il nome, le vesti. Allora questo suo corpo diventa quello di altri, legati ad altre vicende, di vissuti che si intrecciano in una realtà in cui potrebbero anche non trovarsi accanto, dando licenza al sogno. Ciò che raccoglie insieme questi frammenti, i vissuti, ma quelli di ciascuno, non è il tempo reale, ma quello psichico, interno: le emozioni contratte nel petto, nel ventre di Lubo; Klara e i suoi desideri; Martha e la sua paura di partecipare in qualsiasi modo, anche solo osservando, a una violenza; Hugo e la sua particolare bellezza e intelligenza da ammirare, come un riscatto perché Hugo è un fratello da preservare; ciò che ti distingue dai gagé. |
Media Voto: 4.66 / 5K./Svizzera (11-01-2006) Stupendo! Intrigante, conciso ma soprattutto toccante. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Lucilla (26-09-2004) Non bello, bellissimo!
Appassionante come un giallo, profondo come un grande romanzo, istruttivo come un saggio.
L'ho letto due volte, e la seconda volta mi è piaciuto ancora di più. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Diego (13-05-2004) Caspita, comprato per curiosità (qui a Cuneo è raro vedere autori concittadini pubblicati da importanti case editrici..), si è rivelato uno scritto scorrevole e molto piacevole. Bello! Voto: 4 / 5 |  |  |  |
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