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Narrativa italiana  Antologie 

Scarpa Tiziano - Corpo

Corpo TitoloCorpo
AutoreScarpa Tiziano
Prezzo € 11,00
Prezzi in altre valute
Dati2004, 154 p., brossura
EditoreEinaudi  (collana L'Arcipelago Einaudi)

Attualmente non disponibile su IBS
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9 recensioni|Invia recensione|
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Descrizione
La bocca, i piedi, la schiena, le orecchie, le unghie, la barba... ogni parte del corpo sembra vivere di vita propria in una serie di aforismi, frasi, apologhi e annotazioni. Ogni parte del corpo, da singolare, diventa plurima attraverso l'esplosione metaforica che la descrive. Sono testi che evocano le più attuali sperimentazioni estetiche del post-umano. Ma più che il fascino dell'inorganico, Scarpa persegue il tema della disseminazione dell'io e del suo superamento. Attraverso il corpo atomizzato passa il mondo intero. Passa tutto ciò che è raggiungibile dai sensi e dalla coscienza. Anche, o soprattutto, la morte intorno alla quale ruotano, alla fin fine, molti racconti.

La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice

Nel 1909 Karl Kraus, come ci ricorda Lothar Baier in un recente volume (Non c'è tempo. Diciotto tesi sull'accelerazione, Bollati Boringhieri, 2004), aveva paragonato il progresso a un portiere d'albergo andato in pensione, annotandone la fretta eccessiva: "Era come se non fosse stato un obiettivo qualsiasi a imporre la fretta del mondo, ma la fretta stessa fosse lo scopo. I piedi erano di gran lunga avanti, di certo la testa rimase indietro e il cuore si indebolì".

Profetico. La velocità, difatti, è la chiave di volta per interpretare il mondo attuale, come lo è stata nelle aspirazioni, pure esse in qualche modo profetiche ancorché velleitarie, del movimento futurista. Oggi perciò, assai spesso, chi resiste decelera. O recupera, come Tiziano Scarpa in questo suo ultimo Corpo, il valore di una complessità, quella corporea per l'appunto, che acquista senso dal senso, straniato o stravagante finché si vuole, di tutte le sue parti, dalla costante tensione, che è anche dell'autore, verso il totalitarismo dell'androginia di alcune di quelle parti, membro ("Il mio cazzo è la parte femminile di me stesso") e testicoli in testa.

Piedi, testa, cuore, e con loro il resto del repertorio in materia, magari non sempre sintonizzati sulla stessa lunghezza d'onda, magari recalcitranti alla solidarietà sociale o sinceramente anarcoidi, mai però disorientati dalla folle accelerazione del mondo e anzi, semmai, già compresi in un modo o nell'altro dell'immobilità del rigor mortis o profondi conoscitori essi stessi di una morte, incombente fin dalla nascita, continuamente evocata ("il mio culo non è frivolo: sa bene che cos'è la morte. Ha assistito dalla porta d'uscita a migliaia di funerali, conosce l'aspetto che assumono i cadaveri della frutta, le carni putrefatte degli animali digeriti fino all'ultima fibra").

Componenti anatomiche di cui Scarpa, in cinquanta deliziosi capitoli disseminati di battute, minimalia e aforismi, parla, un po' a ruota libera, nei modi consueti di una salutare demenzialità. Parla, si badi. Perché è l'autore che in prima persona illustra di volta in volta le varie zone del suo corpo, non sono queste a sottrargli la parola per un sussulto di quell'indipendenza che pure, a tratti, vorrebbero rivendicare. Parrebbe, detta così, una rivincita del funzionalismo organicista sulla gratuità descrittiva e sul delirio di onnipotenza narrativa che ammorbano ormai tanta nostra letteratura. Si tratta invece, ancora una volta, di un ritorno di complessità che passa per il dominio del sé, di ciò che il sé comprende e, per un soprassalto di una ragione insana, un indemoniato raziocinio, è in grado di tornare a dire di sé.

L'io incrinato, scavato, frantumato, fatto esplodere in mille pezzi finisce così, sia pure faticosamente, per ricomporsi, riappropriandosi della sua identità ripetutamente sbeffeggiata, percossa, violata e alla fine cancellata. Solo che l'identità così ricostruita non è né può (ancora) essere un'identità a tutto tondo; è, invece, un'identità che pretende di notomizzare se stessa da viva, immaginando o suggerendo, del corpo che la ospita, il destino post mortem. Un modo come un altro per tornare a bomba, per restituire vigore, con una morte che è anche una nascita e viceversa ("Si era appena nati e già si affrontava il mondo nel modo giusto: gli arti dinoccolati, inetti; gli occhi sbarrati; la postura del suicida"), alla forza centripeta che attrae nuovamente a sé dopo aver subito per anni la prepotenza della fuga da sé che ha alimentato il calderone della postmodernità (se è ancora lecito ricorrere a questa ormai floscia e abusatissima voce passe-partout).

Se l'ultimo, indigesto romanzo di Eco chiude in un certo senso il ciclo di una letteratura estranea al soggetto scrivente, manierata e materica, citazionista e remixata, "scaricata" da Internet (o dalla memoria personale che ne fa le veci) e "discaricata" nel libro da scriversi, questa sapida, provocatoria raccolta di Scarpa, che pure di cover e di remix se ne intende (Tommaso Labranca docet), apre invece in qualche modo sul nuovo: quello di una narrazione in cui il corpo, già "scorporato" in nove parti (piedi, gambe ecc.), nella guida Venezia e un pesce, da un accompagnatore corporeo e chiamato a rispondere di eccessi e depravazioni nella raccolta di brevi racconti Cosa voglio da te, reagisce ora con ferocia giullaresca al dominio incontrastato della res extensa extracorporea con l'"intensione" dello sguardo puntato direttamente sulle singole parti di chi scrive. Come fossero, queste ultime, altrettanti chakra su cui esercitare pressione per ristabilire un equilibrio energetico, senza però indulgere alla tentazione di far pagare alla volontà di riappropriarsi del proprio corpo il prezzo salatissimo dell'ennesima epifania del sacro da affidare alle liturgie collettive di lettori ed estimatori di turno. La vendetta di Scarpa si consuma infatti sulla via di una sostanziale "brutizzazione" e dissacrazione del corpo, che finisce alla fine per apparire, in realtà, come un anti-corpo. Il suo elogio del corpo, per un assai attraente paradosso, passa difatti non tanto per il corpo eroico, tonico e pulsante, raccontato dal mito e invano difeso dai muscoli dell'autore, quanto per il suo esatto contrario: scombiccherato e autoirridente, grottesco e osceno, brufoloso e puzzolente.

Un corpo certamente proiettato su quell'ombelico che apre significativamente la sequenza dei cinquanta capitoli di Corpo a patto di descriverne "anche le pallottole di peli e di sporco che vi si raggomitolano dentro", per usare le parole dello stesso scrittore veneziano impegnato a combattere la nuova tribù dei diaristi on line che si parlano addosso (Bloggers, siete peggio di Liala, www.nazioneindiana.com, 16 giugno 2003).

Un corpo non a caso affidato alla bruciante brevitas di battute e aforismi. Perché la brevitas, se non è silenzio puro, al silenzio in qualche modo si avvicina e il silenzio non ha voce nella rete. Ha invece voce, ripetutamente, in Corpo, tra mani "occupate a fare silenzio", parole eseguite "senza la voce", una lingua che vorrebbe appallottolarle "in un bolo insalivato, spingerle muscolarmente nell'esofago, inghiottirle", che "morirà senza dire una parola".

Ben altro, oggi, è il "fracasso" che tanto era piaciuto ricordare a Scarpa nel saggio eponimo di una assai nota raccolta di qualche anno fa, il fracasso emesso dal brulicame del Campiello goldoniano, il fracasso populista dei comunitari "luoghi addensanti", dei sistemi di relazioni. Il fracasso, oggi, viaggia sul gossip a oltranza e sulle sempre più potenti e affollate linee telefoniche. In un'Italia in cui molti parlano (e scrivono) senza avere realmente nulla da dire e altri ascoltano (e leggono) senza riuscire realmente a capire, in un mondo, di gente che non esiste più, in cui comunicare è sempre più emettere e in cui l'ultima spiaggia dell'aspirazione umana alla conoscenza universale, proprio la rete, si è ormai rivelata una pia illusione, disintegrata com'è negli scampoli e nei frammenti di sapere catturati dalle sue maglie virtuali, non è cosa da poco tentare la via, intellettualistica e un po' snob, della raffinata, folleggiante, emifonica boutade.

Lo scrittore veneziano, tutto questo, l'ha capito da tempo. La sua è allora l'egolatria di chi nel "lavoro sporco dell'io" affonda piene le mani, di chi aspira a toccare la "zona dell'Eglologia Estrema" tornando a "raccontare veramente che cosa ci succede, con coraggio, senza perbenismi, senza censure". Con il corpo: che con tutte le sue evacuazioni di materiali di rifiuto, e i canali per cui passano e gli orifizi che li espellono, del lavoro sporco è la madre di tutte le metafore. La letteratura, secondo Scarpa, infatti, "non abbandona mai il corpo a se stesso, non nutre mai l'intelletto disincarnato. Gli scrittori non sono intellettuali: sono corpali, corpuali, corporali, esseri corpoverbali, individui psicosomatici dove linguaggio e corpo si patiscono a vicenda". Facendosi, a vicenda, anche un po' di coraggio.

I vostri commenti
9 recensioni presenti.  Media Voto: 3.55 / 5

Fred (12-05-2005)
Questo libro parla di amori di coppia, molto litigiosi. Mantiene le promesse del titolo, parla di quel che ci aspettiamo dal partner. Lo consiglio a fidanzati e coniugi, li farà ridere e riflettere. Poi non sono d'accordo con Brigidino. Questi sono racconti avvincenti e appassionanti, sono storie raccontate bene, piene di colpi di scena, dialoghi frizzanti, idee estrose. Forse non è il libro più importante di Scarpa (io ho amato di più "Kamikaze d'Occidente" e "Corpo"), ma anche in questo si conferma un narratore originalissimo, e uno scrittore forse unico in Italia oggi. Non capisco in che senso Brigidino parli di "delusione": fin dal suo primo libro Scarpa ha raccontato storie in maniera non conformistica: era già particolare in "Occhi sulla graticola", continua a esserlo oggi: non ha iniziato come narratore convenzionale, per cui non capisco in che senso si possa parlare di "delusione". Se Brigidino desidera che Scarpa si conformi a una maniera di raccontare diversa, ortodossa (o qualsiasi altra maniera che ha in mente lui), bene, è un desiderio suo, è un problema suo: ma non venga a parlarci di delusione. Per fortuna esistono gli scrittori come Scarpa che scrivono (e raccontano) in modo diverso dal piattume generale!
Voto: 3 / 5
Roberto Saviano (10-05-2005)
Per me è straordinario. Un affresco di frammenti nel tessuto connettivo del corpo. Bellissimo.
Voto: 5 / 5
povero ma frustrato (29-08-2004)
lettura criptica ma mai minimalista, forse a sprazzi minimale. da leggere dopo Occhio allacciato
Voto: 1 / 5
Ciro cirotoma@inwind.it (26-08-2004)
In questo libro Scarpa dimostra di essere un acrobata della parola, divertendosi a costruire paradossi guardando ogni parte del corpo con stupore infantile. Qualche capitolo meno riuscito (Le Anche), ma molti bellissimi (I capelli), altri esilaranti (Il cazzo, il buco). Da leggere per riflettere sul mistero del corpo.
Voto: 4 / 5
Petra de Falco azzurrocordero@virgilio.it (20-07-2004)
Sono pagine struggenti, integre, combattenti. Leggiamolo e rileggiamolo.
Voto: 5 / 5
Luisa (14-07-2004)
Stupendo. C'è tanta fantasia, e intensità, e profondità in questi fulminanti pensieri sulle parti del corpo umano. Si legge questo libro e si cambia il modo di abitare dentro il proprio corpo. Una lettura che cambia davvero la vita. La arricchisce.
Voto: 5 / 5
battisti (08-07-2004)
da mettere in valigia!
Voto: 1 / 5
brigidino (08-07-2004)
fuori dalla narrazione scarpa si trova più a suo agio... conosce le parole e non deve scocciarsi a metterle in fila, pagina dopo pagina... qui la sua immaginazione si titilla col corpo, semplicemente. più che da leggere, è un libretto da tenere in tasca come un siero.
Voto: 3 / 5
Massimo (06-07-2004)
Vitale, autentico, intelligente. Da leggere. Assolutamente.
Voto: 5 / 5

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