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Gambetta Deborah - Il silenzio che viene alla fine |
In una torrida estate, una ragazza di venticinque anni che abita in una casa di campagna, isolata, registra in una specie di diario tutto quello che vede e fa. Ha lunghe cicatrici sui polsi e segni di bruciatura di sigaretta sul corpo. Questo "diario" è anche una lettera a un uomo, al quale cerca di raccontare la propria storia. In frammenti più o meno estesi ricostruisce il rapporto col patrigno, amato e odiato, e con la sua morte, di cui lei è responsabile. Deborah Gambetta, nata a Torino nel 1970, costruisce un romanzo scabro e luminoso che va dritto al cuore della disperazione e dell'amore, una storia sul silenzio, sull'incapacità di dire, sulla mancanza e sull'amore che costringe a uccidere.
Media Voto: 4.66 / 5Minerva twiggy666@virgilio.it (21-06-2005) La scrittrice è eccezionale...è riuscita a rappresentare non solo il suo stato d'animo,ma anche il mio...mi ha dato un sacco di brividi...grazie Voto: 5 / 5 |
paolo losasso (20-06-2005) La forza di questo romanzo sta tutta nella capacità ammirevole di creare immagini nuove, inusuali ed efficaci, non usurate. I temi principali sono l'assenza e il silenzio. Assenza come mancanza di amore di una figlia che non ha conosciuto e frequentato il padre al quale, il patrigno, non ha saputo sostituirsi donando quell'affetto mai sperimentato se non saltuariamento nel vincolo sentimentale con la madre. La carenza della relazione con la figura paterna condiziona anche i rapporti con l'altro sesso rendendo la protagonista incapace di ricevere e di dare amore agli uomini che incontra. Il silenzio è quello della disperazione. Se le parole hanno il ruolo di combatterla attraverso il dialogo, il silenzio è già arresa alla sorte. Consapevolezza che la disperazione non puòessere vinta e superata. Bisogna conviverci con tutte le conseguenze che ciò comporta. La scrittura, alla quale la protagonista si abbandona scrivendo delle lettere chiarificatrici che immagina di spedire a un uomo che l'ha appena lasciata, è l'unico, l'ultimo tentativo di non farsi sopraffare totalmente dal dolore. E' proprio il vuoto affettivo a far nascere la rabbia, il desiderio di vendicarsi, di opporsi, di rispondere al disamore con la stessa moneta, fino a capire tardivamente che ciò è infruttuoso e non può capovolgere una condizione, uno stato di cose. La presa di coscienza porta al pentimento che, però, non si indirizza verso un atteggiamento costruttivo nei confronti della vita. Il rimedio al malessere si manifesta esclusivamente nel desiderio di dimenticare. Sul sentimento della dimenticanza si chiude il libro. La protagonista lancia un appello finale:non chiede di essere capita ma si domanda semplicemente se gli altri sono in grado di riconoscere la sua sofferenza. Una considerazione sulla tecnica narrativa: non rappresenta una novità nel senso che il periodare conciso, la frase breve (che per'altro ben si uniformano al contenuto) sono stati già sperimentati in letteratura. Voto: 5 / 5 |
FraFra84 (08-06-2005) Davvero un buon libro.la trama e i personaggi sono forti e pieni di dolore.il libro si legge con coinvolgimento.unica pecca:in certe pagine lo stile diventa troppo barocco e pomposo quando non ce ne sarebbe bisogno.complimenti deborah sei una cara speranza perchè sei ancora giovane ed hai sfornato un ottimo libro!! Voto: 4 / 5 |
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