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Robinson Marilynne - Gilead |
Il pastore John Ames sarà morto quando suo figlio aprirà la lettera che gli sta scrivendo. Siamo nel 1956, John ha 76 anni e sente che la fine è prossima. Dieci anni prima ha incontrato l'attuale signora Ames, molto piú giovane di lui. La donna aveva sofferto molto: il pastore se ne innamorò e in lui la ragazza ha trovato conforto e assistenza. Ora sembra proprio che siano felici, sotto ogni punto di vista. Il vecchio padre sente che il figlio di sei anni non potrà mai veramente conoscere la sua storia. A Gilead, Iowa, la città che non ha mai lasciato, Ames inizia cosí a scrivere una specie di testamento, la storia della sua famiglia. Racconta di suo nonno, un uomo impegnato nelle lotte contro la schiavitù, del padre pacifista durante la guerra di Secessione. E poi si chiede: cosa ho imparato io da tutti voi?
| La recensione de L'Indice |
 "Non c'è un balsamo in Gilead?" domandava il profeta Geremia. "Non c'è proprio un balsamo in Gilead?" insisteva l'anonima voce in The Raven di Edgar Allan Poe, e il malefico corvo naturalmente rispondeva: "Nevermore". Di quel balsamo che guarisce le ferite sono invece cosparse le pagine di Gilead di Marilynne Robinson, uno di quei rari libri capaci di sorprendere il lettore, mosche bianche in un panorama editoriale non troppo variegato. Gilead, che nelle Bibbie italiane appare solitamente come Galaad, e che alla lettera in ebraico significa "mucchio della testimonianza", è una regione della Transgiordania, ma qui è il nome della piccola cittadina dell'Iowa in cui vive il protagonista, il reverendo John Ames, predicatore congregazionista, figlio e nipote di predicatori e padre in tarda età di un figlio giunto in extremis. Proprio al figlio, che ha sette anni, il reverendo ormai alle soglie della morte (siamo nel 1956) indirizza un diario questo libro che è insieme memoria famigliare, giornale quotidiano, zibaldone spirituale, lascito teologico e summa di un'esistenza. Un'esistenza appartata, silenziosa (se si escludono i tanti sermoni domenicali) e quasi priva di avvenimenti, ben diversa da quella del nonno, profeta visionario, agguerrito abolizionista, sostenitore della lotta armata contro la schiavitù, e diversa anche da quella del padre, convinto pacifista di tendenze quacchere, in conflitto tanto con la generazione precedente quanto con quella successiva influenzata dalla speculazione filosofica europea e ormai a disagio con i dogmi indiscussi. Un'esistenza trascorsa nella solitudine e nella preghiera, fra letture di "vecchi libri" e partite di baseball ascoltate alla radio. Un'esistenza solo in tarda età illuminata dall'amore di una donna, una donna "intensa e severa", apparsa dal nulla come un angelo, o come una donna di Betania, con il suo vaso d'alabastro pieno d'olio profumato, pieno di balsamo. La gratitudine verso Dio per questa tardiva inattesa consolazione è il tratto dominante del protagonista, il chiavistello che gli permette di posare su tutto ciò che lo circonda uno sguardo purificato, di riconciliarsi con le figure ostiche del nonno e del padre, di abbracciare nel ricordo il lontano fratello Edward (studioso di quel Feuerbach che, se per Edward è stata la via maestra all'ateismo, per John Ames è un imbattibile cantore degli "aspetti gioiosi della religione") e, infine, di accogliere e perdonare e benedire il giovane Jack Boughton, figlio scapestrato e impenitente del suo più caro amico, e per lui fonte di ansietà e gelosie senili. Senza quasi che il lettore se ne accorga, Marilynne Robinson racconta in questo libro niente meno che la storia di un santo, un santo che non si fa annunciare da roboanti miracoli e che mai oserebbe proclamarsi tale, e l'inconsueto fascino del libro sta proprio in questo dire tutto dando l'impressione di non dire niente, con uno stile profondo e umile (molto ben reso in traduzione) che è l'esatto contrario del vuoto virtuosismo di tanti scrittori che vanno per la maggiore. Non a caso la carriera letteraria dell'autrice è decisamente parca e anticonvenzionale: un romanzo di buon successo uscito quasi trent'anni fa, Housekeeping (1980, tradotto da Serra e Riva nel 1988 con il titolo Padrona di casa); un'accurata indagine sull'inquinamento nucleare in Gran Bretagna, Mother Country (1988); infine una raccolta di saggi, The Death of Adam (1998), in cui già compaiono molti dei temi di Gilead: il calvinismo, la tradizione puritana, la teologia protestante, l'abolizionismo. In mezzo, evidentemente, molto studio e molto pensiero, a raffinare, con la cauta cadenza di un libro al decennio, una scrittura di una densità straordinariamente lieve. Dietro John Ames c'è il curato di campagna di Bernanos, con il suo estremo "che importa, tutto è grazia", ci sono le austere canoniche dei film di Dreyer e Bergman, magari anche le "scene di vita clericale" dei, disgraziati, pastori di George Eliot (non a caso traduttrice inglese dell'Essenza del cristianesimo di Feuerbach). Ma questo romanzo si distingue da quei precedenti per una tonalità inconfondibilmente americana. Le "rovine di un antico coraggio", la "tradizione di antiche prodezze e speranze" che il reverendo conta di trasmettere al figlio fanno pensare a una delle più grandi scrittrici religiose del Novecento, la cattolica Flannery O'Connor. Se non fosse che a Gilead il cielo non è dei violenti, e se non fosse che, a differenza di John Ames, nessuno dei febbricitanti personaggi di O'Connor ballerebbe mai un valzer stringendo fra le braccia la Lettera ai Romani di Karl Barth. Norman Gobetti |
7 recensioni presenti. Media Voto: 4.85 / 5Roberta (18-09-2009) Molto particolare questo racconto,una bella lettera d'amore di un padre ad un figlio che non vedra' crescere. Mi ha emozionato. Voto: 4 / 5 |
Roberto (14-09-2009) L'Einaudi pubblica spesso grandi cose e questa è una di quelle.
Opera elegante, autenticamente profonda nel senso più proprio del termine, uno stile pacato e sereno.
Una prosa controllata che racconta una storia narrata in prima di persona dal Reverendo che sa cha la sua fine si avvicina.
E nostante questa consapevolezza, mette su carta un discorso lucido e luminoso, grato di ciò che ha ricevuto.
La sua fede, la sua testimonianza, la sua vita.
Lascia al figlio che non vedrà crescere un dono stupendo.
Che un romanzo così abbia vinto il Pulitzer non deve quindi stupire.
Voto: 5 / 5 |
Loris (08-06-2009) Splendido romanzo, uno dei migliori letti in questi anni. I personaggi sono ben caratterizzati e la struttura narrativa del memoriale permette di accostare ricordi, eventi presenti e riflessioni, senza perdere l’attenzione del lettore. Al di la’ dei (molti) meriti letterari, sono felice di aver trovato un romanzo profondamente cristiano, capace di interrogarsi su temi alti (fede, predistinazione, grazia, salvezza… ) senza ridursi a una ‘lezioncina’ teologica o a un semplicistico sermone consolatorio. Di Gilead e del reverendo John Ames mi restano l’amore per la vita, il coraggio di guardare all’esistenza con una speranza di gioia e compiutezza che non viene meno di fronte all’inevitabile evidenza del dolore e della perdita. Voto: 5 / 5 |
cristiana (10-05-2009) Bello da piangere. Voto: 5 / 5 |
stefano tozzi (28-07-2008) il romanzo è bellissimo. grazie alla einaudi per averlo pubblicato (scelta coraggiosa e senza l'occhio alle classifiche, nonostante il "pulitzer prize" del 2005).
segnalo, purtroppo, un errore - piuttosto grave in un lavoro nel quale le citazioni bibliche sono più che importanti.
a pag. 241, nella 2a metà, l'io narrante fa riferimento a un suo vecchio sermone. testuale: "era sulla prima lettera
ai romani". la lettera ai romani è una sola (a differenza, ad esempio, di "corinzi, 1 e 2") e quindi non può esserci
una "prima" che ne presupporrebbe almeno una seconda. peccato, ma si può rimediare.
stefano tozzi
Voto: 5 / 5 |
Claudio (02-07-2008) Tosto, da leggere con molta concentrazione Pochi dialoghi: è quasi tutto una lettera-testamento di questo reverendo di 77 anni al figlio di 6 che non riuscirà mai a crescere in quanto il cuore è malandato. Spunti a non finire da un vecchio nonno mezzo pazzo che ha combattuto per la libertà dei neri d'America a un padre invece pacifista, entrambi reverendi. Non è un caso che abbia vinto il Pulitzer. Voto: 5 / 5 |
philo (05-05-2008) Non occorre essere attento conoscitore delle scritture, occorre però molta attenzione nel leggere questo libro. Offre tanti spunti riguardanti la morale e la religione, ma non solo, ti ricorda quale deve essere il giusto rapporto con un figlio e ti fa riflettere della vita. Insomma un libro profondo che ho molto gradito.
Voto: 5 / 5 |
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