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D'Arzo Silvio - Casa d'altri e altri racconti | In gioventù, lo chiamavano Doctor Ironicus per la sua intelligenza sottile; ormai sessantenne, il protagonista di "Casa d'altri" non è che un "prete da sagre", confinato in un paesino della provincia emiliana dove non succede mai niente e dove "appaiono strane anche le cose più ovvie". Zelinda, però, una vecchia che passa le sue giornate a lavare i panni al fiume, senza avere alcun contatto con la gente, così ovvia non è; e non è ovvio neppure il tentativo di comunicazione che cerca d'instaurare con il prete, interrogandolo vagamente sulla legittimità di derogare a una "regola" della Chiesa cattolica. Quale sia questa regola, lo si scoprirà soltanto alla fine: quando il Doctor Ironicus, "così goffamente da provare vergogna di tutte le parole del mondo", non saprà dare alla vecchia che una risposta convenzionale e inadeguata. Intanto il lettore si trova coinvolto in una vicenda dal ritmo sempre più serrato, in un intreccio di tensioni e conflitti, in una lingua densa insieme di concretezza e di lirismo. Lo stesso clima di attesa incalzante si ritrova negli altri racconti: da "Elegia alla signora Nodier", dove la protagonista, morto il marito, si chiude in una quieta infelicità, ai "Due vecchi" la cui serenità coniugale è turbata dal ricatto di uno studente.
6 recensioni presenti. Media Voto: 5 / 5Toppi Alessandro (24-09-2009) "Sette case.Sette case addossate e nient'altro".Sette case e strade non più larghe d'un braccio,piegate dal buio,bussate dal vento.Campanacci di pecore e capre,la pioggia e la neve,poi niente."Niente di niente".Ed in questo niente livido e pesto,che invita a serrare le spalle,abbassare lo sguardo,affrettare le gambe,capita d'inciampare nell'umile che reca in sè il nobile d'una questione suprema.Zelinda è una capra in corpo di donna:"Tutte le mattine alzarsi alle cinque e andare giù in fondo la valle per pigliare gli stracci e fermarsi a mezzogiorno un momento a mangiare olio e pane sopra l'erba di un fosso:e poi venire fino su a monte a pigliar la carriola e andarsene al canale a lavare.Fino alle sei,fino alle sette,e il lunedì fino alle nove di sera.E poi dopo caricare la carriola e tornare su a casa,appena in tempo per mangiare ancora olio e pane e anche un pò di radicchi,e poi ancora andare a dormire".E il giorno dopo fare lo stesso,farlo poi ancora per "tutti i giorni del mondo".A Montelice vive l'ombra d'un prete che veglia sei vecchie e confessa pastori con barbe da santi.Quando ascolta Zelinda si volta,cerca e non trova parole da dire."Senza fare dispetto a nessuno... si può avere il permesso di finire un pò prima?".Senza fare dispetto a nessuno Silvio D'Arzo è partito a 32 anni.Un solo ulteriore respiro ed avrebbe veduto "Casa d'altri" in rivista.Con parole che sanno di mano allungata e confessione fiatata ricorda l'infinito diritto al rispetto che merita ogni carne vissuta.Lasciandoci attoniti a contemplare le ultime lettere di questo scrigno cartaceo dipinto ad inchiostro:"C'è quassù una cert'ora.I calanchi ed i boschi e i sentieri e i prati dei pascoli si fanno color ruggine vecchia,e poi viola,e poi blu:nel primo buio le donne se ne stanno a soffiar sui fornelli chine sopra il giardino di casa,e i campanacci di bronzo arrivan chiari lì giù fino al borgo.Allora mi vien sempre più da pensare ch'è ormai ora di preparare le valige per me e senza chiasso partir verso casa. Credo d'avere anche il biglietto" Voto: 5 / 5 |  |  |  |
gianluca guidomei sidner@libero.it (16-01-2009) Ne avevo sempre sentito parlare e finalmente, quando mi sono deciso a leggerlo, ho capito chi è Silvio D'Arzo: uno scrittore potente e sublime. I racconti sono tutti molto belli, ma "Casa d' altri" è assolutamente straordinario: la vecchia Zelinda, delusa e stanca di una vita di solitudine, "una vita da capra e nient' altro", ha un dilemma che la tormenta: è lecito anticipare volontariamente la propria morte senza peccare davanti a Dio, fare uno strappo alla regola? Così ingaggia un duello di sguardi, un incrocio di occhiate con il prete, che è anche il narratore, titubante e timorosa se fargli questa domanda così "pericolosa". Sono due i concetti che emergono dal racconto: uno è l' involontario sentimento di attesa, l' atmosfera di sospensione che si crea tra i due, come quando approcciano due innamorati, ognuno tende vertiginosamente verso l' altro, l' una mossa dall' urgenza di avere una risposta consolatrice, l' altro roso dalla curiosità di conoscere il motivo di tanto interesse. E poi il tema centrale del racconto, il male di vivere. Scriveva D'Arzo all' editore Vallecchi: " Quando si vive come la vecchia, il mondo non è più casa nostra, è casa d' altri; quando un uomo come il prete non ha la possibilità di far niente per aiutare la vecchia, il mondo non è più casa nostra, è casa d' altri".
Un linguaggio magico, un autore da rivalutare, uno sguardo lucido sul senso della vita.
Voto: 5 / 5 |  |  |  |
luca bidoli luca.bidoli@virgilio.it (12-11-2007) Non posso che associarmi, con entusiasmo, agli altri commenti. Un grandissimo racconto, una prosa perfetta, di rara suggestione e bellezza:i temi classici del fluire del tempo, della propria ed altri diversità, spaesamento e solitudine. Non accade nulla- in Casa d'altri e negli altri racconti- eppure tutto un intero universo di simboli, di echi, di suggestioni profonde e umanissime, si concentra in poche pagine. E implode, nella parte più autentica del nostro cervello, quella che è ancora in grado di connettere razionalità ed emozione. Una capacità rara di rarefazione e di accumulo: descrizioni appena accennate, pochi i diloghi, più frequenti i monologhi interiori, una resa dei paesaggi- siano essi appenninici o interni di case cittadine- che svelano l'anima dei personaggi, tutti, a loro modo, degli estranei, dei visitatori di case d'altri. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Mario (12-04-2007) "La domenica viene dopo sei giorni. Ed è per questo che la chiamano festa. Poi una notte successe qualcosa". 'Casa d'altri', il lungo racconto che apre il libro, è la storia di un'attesa, il resoconto narrato in prima persona di un "tentativo di avvicinamento"; ed è il capolavoro di Silvio D'Arzo, una fra le più originali e indipendenti figure del Novecento italiano, con la sua poetica modernissima e uno stile personale, asciutto e antinaturalistico, permeato delle lezioni degli scrittori anglosassoni. A un curato di campagna, di uno sperduto borgo sull'Appennino emiliano dove "non succede niente di niente", capita di fare un incontro che promette di vincere la monotonia della vita del paese, del ripetersi sempre uguale dei gesti e delle abitudini: una vecchia solitaria e cupa, senza storia e senza affetti, non curante degli altri, "un uccello sbrancato", a sua volta ignorato da tutti. Quella selvatichezza pacata, che pare nascondere una risoluzione o un'azione occultata, suggestiona il prete, ed egli cerca di farsi rivelare quello che sospetta un segreto esistenziale. La donna a sua volta lo mette alla prova e in un colloquio lo interroga sulla legittimità di derogare a una "regola" della Chiesa cattolica. Quale, lo si scoprirà solo alla fine del racconto; intanto il lettore si trova coinvolto in una vicenda dal ritmo sempre più serrato, in un intreccio di tensioni e conflitti, fra pagine dense insieme di concretezza e lirismo, con echi ed evocazioni di un mondo interiore, nel suo svelarsi doloroso e pudico. Lo stesso clima di attesa incalzante si ritrova negli altri racconti qui riuniti: Elegia alla signora Nadier, Due vecchi, Un minuto così. Nei temi comuni della solitudine, dell'isolamento, della "diversità", dell'alienazione dell'uomo nella società contemporanea, c'è la disperazione lucida e modernissima di vivere il proprio tempo e il proprio posto come "casa d'altri".
Voto: 5 / 5 |  |  |  |
FABIO SCARNATI fabioscarnati@yahoo.it (06-04-2007) CAPOLAVORO. SEMPLICEMENTE IL PIU' GRANDE RACCONTO DEL NOVECENTO. Dal risvolto di copertina: "Casa d'altri è stato definito da Montale un racconto perfetto.Pare fatto d'aria,tanto che si può riassumere in due righe: un'assurda vecchia, un assurdo prete, tutta un'assurda storia da un soldo. Eppure - per la sua capacità di toccare nel profondo il senso della vita - è uno dei racconti più belli del Novecento".
Grande D'arzo, la leucemia lo ha portato via a soli 32 anni. Sarebbe ora di riscoprire questo autore e diffonderlo come l'acqua o il pane.Ne vale veramente la pena. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
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