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Dionisotti Carlo - Scritti sul fascismo e sulla Resistenza

Scritti sul fascismo e sulla Resistenza TitoloScritti sul fascismo e sulla Resistenza
AutoreDionisotti Carlo
Prezzo
Sconto 15%
€ 21,25   Spedizioni gratuite in Italia
(Prezzo di copertina € 25,00 Risparmio € 3,75)
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Dati2008, LXV-275 p., brossura
CuratorePanizza G.
EditoreEinaudi   

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Descrizione
Gli studi di Dionisotti sono sempre stati percorsi dalla passione civile e dall'analisi politica della storia italiana. Così gli scritti qui raccolti da Giorgio Panizza, in parte apparsi su vari fogli del Partito d'Azione, in parte rimasti inediti, in parte pubblicati saltuariamente nel dopoguerra, forniscono un ritratto di uomo impegnato nelle vicende del suo tempo e di antifascista, complementare al magistero di etica intellettuale che emerge dal suo lavoro di storico letterario. In stretto contatto con diversi amici torinesi che operavano nei gruppi di "Giustizia e libertà" negli anni Trenta, si dedicò più direttamente alla politica negli anni 1943-45, quando si era trasferito a Roma partecipando all'attività di uno dei nuclei del Partito d'Azione che si raccoglieva nell'ambiente dell'Enciclopedia Italiana. Nel fervore dell'attività pubblicistica, spicca per profondità di analisi l'articolo scritto a caldo dopo l'uccisione di Gentile. Riprenderà temi di argomento civile solo negli anni Sessanta, in un clima molto mutato, affrontando il problema del neofascismo e la contestazione del Sessantotto. Tanto negli interventi più urgenti, scritti nel cuore della guerra civile, quanto in quelli più tardi, Dionisotti riesce sempre a collocare i singoli problemi in un quadro storico-culturale di lungo periodo. Convinto che i mali italiani hanno radici lontane e che il fascismo, contrariamente a quanto sosteneva Croce, non è stata una malattia passeggera.

La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice
Nel 1967, quando, nel rosso allora sfavillante dei "Saggi" Einaudi, uscì Geografia e storia della letteratura italiana di Carlo Dionisotti, si capì subito, pur essendo il libro una raccolta di scritti, che era in corso, per certi versi irreversibile, e senza la volontà dell'autore, un processo di svolta che coinvolgeva non solo la vicenda delle lettere, ma anche la storia e l'identità politica e culturale dell'Italia. Pochi volumi di storia letteraria, e pochi autori, hanno del resto avuto in passato un destino del genere, un destino in grado di coinvolgere spontaneamente, e senza esibite intenzioni ideologiche o scolastiche, letteratura, filologia, storiografia e politica: vengono in mente, al di sopra di quel libro letterario-storico, nella traiettoria dell'Italia unita (un'Italia in cui le cangianti geografie continuavano a condizionare il viluppo degli eventi storici), solo le opere, e non si deve avere paura di affermarlo, di Francesco De Sanctis e di Benedetto Croce. Eppure si trattava, con al centro il multiforme e non pacifico Cinquecento, praticamente del primo libro di un grande studioso giunto alla soglia dei sessant'anni, di uno studioso che apparteneva, mentre si approssimava il '68, a una generazione cresciuta in un tempo non vicino. Questo studioso, utilizzando, senza nulla assolutizzare, positivismi molto filologistici e storicismi poco idealistici, tra loro serenamente affiancati e mai rivali, stava tuttavia aprendo, anzi spalancando, e senza infilarcisi dentro, una modernità che attende ancora di essere appieno percorsa e scandagliata. Dionisotti, che inventava senza volerlo il futuro restando coscientemente ancorato al passato, aveva peraltro al suo attivo, alimentata dall'erudizione, una quantità sconfinata di saggi, interventi e articoli (anche politici), come si può osservare scorrendo In memoria di Carlo Dionisotti (1908-1998): Bibliografia, a cura di Mirella Ferrari, in "Aevum", 1998, settembre-dicembre.
Escono ora, accompagnati dall'eccellente introduzione di Cesare Panizza, e purtroppo senza un qui indispensabile indice dei nomi, gli scritti politici sul fascismo e sulla Resistenza. Vi sono gli scritti del periodo della clandestinità (1942-44), con in evidenza i bombardamenti, i problemi di una scuola che doveva essere nuova, le notazioni sul Partito d'azione e il socialismo, il celebre e sempre discusso pezzo, firmato Carlo Botti, e comparso su "Giustizia e Libertà", a proposito dell'uccisione di Gentile, cui la morte "era stata propizia" nella espiatrice tragedia dell'Italia, che "dalla viltà presuntuosa" del suo passato stava rinascendo per dare vita "a un avvenire di uomini liberi, responsabilmente e pensatamente operosi".
Seguono, liberata Roma dagli Alleati, gli scritti immediatamente successivi (1944-45): sulla piccola borghesia, sulla Germania "storica" e su quella "nazionalsocialista", su Rosselli, su Parri, su Croce, sui progetti editoriali. L'intransigenza è assoluta. La piena libertà di pensiero, naturaliter emancipata dai tanti ideologismi dilaganti, anche. Si rivede la letteratura e si comprende che nuovamente non sarà separata, come non lo era stata negli anni trascorsi, dal duplice, non contraddittorio e chiarificatore legame che la intreccia, nel contempo, alla filologia e alla storia. La Resistenza, infine, si disvela. Non è il compimento del Risorgimento, come molti sostenevano. È un secondo e inevitabile Risorgimento, resosi necessario dopo la degenerazione fascista, che non fu una "parentesi" (Croce, così vicino, è anche così lontano), ma un annientamento dell'identità e dell'unità conquistate nell'Ottocento da coloro che divennero, dopo essere stati letterati e patrioti, "italiani". Vi sono poi gli scritti degli anni sessanta e sugli anni sessanta: Zangrandi e il lungo viaggio attraverso il fascismo, la denuncia del neofascismo del Msi, ancora Gentile, la scarsa indulgenza verso il '68 e verso le pretese di "realizzare" una presunta Resistenza incompiuta.
Contemporaneamente, è poi uscito il primo volume di scritti di storia della letteratura italiana. E, subito, ci si accorge che il personaggio che emerge è omogeneo, coerente, autonomo. Anche negli scritti più eruditi e minuziosi scaturiscono, a tratti, e spesso con fulminea rapidità, riflessioni ed espressioni che non si distanziano da quelle degli scritti politici. L'insegnamento londinese e il lunghissimo tempo trascorso in Inghilterra, lontano dal chiasso accademico italiano, hanno forse favorito questo atteggiamento? Non credo. Lo si vede negli studi precedenti la partenza per l'Inghilterra. La grande cultura laica nazionale – quella che procede a fianco di Gobetti, Croce, Rosselli, Venturi – resta ciò che rende indivisibili la letteratura, l'élite intellettuale e la vera Italia, più volte umiliata e sempre risorta.
Bruno Bongiovanni  

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