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Schiavone Aldo - Spartaco. Le armi e l'uomo

Spartaco. Le armi e l'uomo TitoloSpartaco. Le armi e l'uomo
AutoreSchiavone Aldo
Prezzo
Sconto 15%
€ 17,00
(Prezzo di copertina € 20,00 Risparmio € 3,00)
Prezzi in altre valute
Dati2011, IX-128 p., rilegato
EditoreEinaudi  (collana Einaudi. Storia)

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Descrizione
Roma, anni settanta del I secolo avanti Cristo. La terribile realtà dello schiavismo imperiale romano nell'epoca del suo culmine: fenomeno atroce e complesso, ma difficile da decifrare, perché gli antichi, che in tanti stati dell'anima ci sembrano vicinissimi, quando parlano dei loro schiavi, rivelano d'improvviso tutto l'abisso che li divide da noi. Un uomo che tentò di sconfiggere la Repubblica all'apice della potenza; il 'miracolo' economico romano; la più famosa e pericolosa rivolta servile della storia antica; la crisi delle istituzioni e dei gruppi dirigenti che avrebbe portato, qualche decennio dopo, al colpo di stato di Augusto. Quando la storia sa diventare autentico racconto.

La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice
Il titolo del volume, che pure richiama un incipit illustre, è assolutamente riduttivo: le cento pagine, o poco più, di Aldo Schiavone, studioso dell'antichità non meno che dell'età contemporanea e ora professore all'Istituto italiano di scienze umane, offrono uno spaccato di straordinaria completezza sulla realtà di Roma nel I secolo a.C., uno dei periodi più travagliati e drammatici della millenaria storia di quella civiltà. Spartaco meritava senz'altro una nuova biografia, dopo quella di Antonio Guarino (Spartaco, Liguori, 1979, che è l'ultima in italiano; Barry Strauss, The Spartacus War, Simon & Schuster, 2009, la più recente), e ciò non perché siano comparse fonti nuove o sia possibile una lettura fortemente alternativa a quella classica, né perché sia ancora utile ripensare al mito di Spartaco nelle sue tante riletture e rielaborazioni moderne.
Schiavone non alimenta il mito: Spartaco, il gladiatore trace che tenne in scacco l'esercito di Roma fra il 73 e il 71 a.C. finendo ucciso insieme con i suoi, non fu un eroe ma uno schiavo ribelle, fu un soldato romano che per ragioni sconosciute si fece disertore e certamente non fu il paladino del popolo italico in armi contro Roma; non si propose di cambiare le regole della società e nemmeno di scatenare una lotta di classe. Nel complesso, però, egli certamente fu il simbolo del sovvertimento estremo, di uno spezzarsi drammatico dell'ordine naturale delle cose: uno schiavo in rivolta, alla testa di un esercito composto di uomini della medesima condizione, riuscì a minacciare il più grande esercito del mondo e il cuore stesso del sistema imperiale.
La biografia è nitida: Schiavone segue le fonti, valuta le suggestioni, affronta i problemi irrisolti e, segnatamente, le origini del protagonista e il suo piano d'azione quando si trovò a essere a capo di un grande esercito di banditi e di fuoriusciti. Su questo punto gli storici discutono e Schiavone boccia l'ipotesi che Spartaco volesse guidare i suoi uomini verso i valichi alpini per poi disperderli: se lo avesse voluto, avrebbe evitato di peregrinare per l'Italia due anni con le legioni consolari alle calcagna; quanto all'idea di riparare in Sicilia, terra di rivolte schiavili, essa fu forse accarezzata ma si rivelò impraticabile. Fu un abile generale, specie nella guerriglia (che i romani disprezzavano e temevano), al punto da meritare un richiamo negli Stratagemmi di Frontino, un esperto di cose militari vissuto tra fine I e II secolo d.C. I suoi uomini furono sterminati da Crasso, ma la sua morte è avvolta nel mistero e anche il destino della sua donna, una sacerdotessa di Dioniso, è sfumato.
Questa vicenda risalta in un quadro storico molto complesso sul quale Schiavone ci ha già invitato a riflettere in un volume felicissimo, di qualche anno fa, La storia spezzata. Roma antica e occidente moderno (Laterza, 1996). Nel I secolo a.C. la Repubblica era all'apice della potenza, le guerre di conquista avevano aperto spazi di una vastità smisurata, dalla pianura padana alla Sicilia, per non dire dell'Africa e della Spagna; le ricchezze avevano però prodotto una distribuzione delle ricchezze diseguale che aveva finito per rovinare ampi strati romano-italici di piccoli contadini-proprietari; lo schiavismo era al suo culmine, come conseguenza sia dei bottini di guerra sia della rovina di migliaia di persone; la produzione, nell'agricoltura, nelle manifatture, nei servizi, era affidata esclusivamente a schiavi, considerati una forza-lavoro smisurata e inesauribile. È chiaro che la presenza di grandi masse servili poneva problemi di controllo e di sicurezza, anche se c'è da ritenere che le possibilità di rivolta fossero più un incubo dei ceti possidenti che una possibilità realmente perseguibile da parte degli schiavi. E tuttavia le rivolte ci furono, specie in Sicilia. Spartaco cominciò così. Poi però cambiò strategia, si sentì protagonista di un grande disegno, e cercò di colpire al cuore la potenza romana. L'idea fu probabilmente quella di trasformare una banale rivolta schiavile in una rivolta antiromana. Come un novello Annibale, cercò di spezzare le solidarietà tra Roma e le città italiche e di spingere dalla sua parte intere città; per alzare la qualità dello scontro sperando in qualche risultato, occorreva pensare in grande, a una guerra italica, a una guerra civile. Fallì, non riuscì a legittimarsi come comandante di un esercito nemico e nessuna città si fidò di collaborare con lui.
È senz'altro vero, come conclude Schiavone, che il suo piano fu insieme realistico e velleitario: realistico perché Spartaco individuò i punti deboli della repubblica romana, cioè il difficile rapporto con le comunità italiche e la gestione brutale del sistema schiavistico, velleitario perché privo di una prospettiva politica e sociale da offrire ai ribelli. E, infine, i tempi non erano maturi per scardinare il pregiudizio schiavile, né l'idea del lavoro come elemento essenziale del processo economico aveva ancora acquisito un ruolo centrale nella riflessione politica. Silvia Giorcelli Bersani

I vostri commenti
Gianluca (01-03-2012)
Difficile aggiungere qualcosa all'indice di IBS. Il libro è scorrevole, snello, agevole, ben scritto e convincente nelle tesi sostenute. Ne risulta il quadro di un principe sfortunato, che sognò in grande contro un impero ancora più grande del suo sogno. Non uno schiavo fuggitivo, ma un novello Annibale o un Alarico troppo in anticipo sui tempi, in lotta contro la storia. Il libro è stato recentemente elogiato da Luciano Canfora sulla rivista accademica di studi romani.
Voto: 5 / 5

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