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Lagioia Nicola - Riportando tutto a casa |
Giuseppe ha i capelli rossi, i brufoli e un'inesauribile riserva di denaro nel portafoglio. Vincenzo invece è bello e tenebroso, come ogni antagonista che si rispetti. Il terzo amico è quello che racconta: l'occhio inquieto che registra con caustica, millimetrica precisione la vertigine dei loro quindici anni, la lunga inerzia del liceo, il precipizio dentro l'età adulta. Siamo a Bari, e sono gli anni Ottanta. Assassinata l'era delle ideologie, le strade sono piene di ottimismo, le televisioni commerciali stanno ridisegnando la mappa dei desideri, "qualcosa di molto simile alla follia meteorologica percorre l'economia del nostro piccolo paese". Il tempo è rapido, vorticoso, illuminato dal bagliore non del tutto estinto dei tanti risparmi inceneriti. Ma sotto quelle ceneri ci sono altri soldi che bruciano dalla voglia di passare di mano in mano. Eppure, via via che i tre ragazzi affrontano la vita, risulta evidente che le cose non sono cosi semplici. A dispetto delle loro case sempre più lussuose, a dispetto dell'ascesa dei padri (un imprenditore ossessionato dalla scalata sociale, un principe del foro, un ex meccanico dai molti talenti che ha preso denaro in prestito dalle persone sbagliate), a dispetto delle madri - o delle matrigne - che consumano i tacchi davanti alle vetrine, il radar dei loro occhi adolescenti registra vibrazioni inaspettate.
| La recensione de L'Indice |
 Goffredo Fofi, nell'intervista con Oreste Pivetta, La vocazione minoritaria, uscita da poco per Laterza, ha ribadito che gli anni ottanta sono stati "il decennio più stupido e inutile" che il nostro paese ha vissuto. Riportando tutto a casa, il terzo romanzo del barese Nicola Lagioia dopo Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (minimum fax, 2001) e Occidente per principianti (Einaudi, 2004), è un'investigazione su questo decennio recente dal punto di vista della città di Bari e di tre adolescenti che vi crescono, tre figli della nuova imprenditoria rampante che in pochi anni, quegli anni ottanta, ha bruciato le tappe della struggle for life capitalistica, tre figli del benessere, del superfluo e della televisione, insomma. Il racconto è di uno dei tre, la ricostruzione dei rapporti complessi tra loro, delle dinamiche di gruppo e provinciali, del disprezzo e odio verso genitori anaffettivi e disgustosi, delle cose su cose che riempiono una vita vuota, delle feste sempre più decadenti che diventano la cartina di tornasole generazionale e degli approdi autodistruttivi come l'eroina. "Le civiltà si compiono nel momento in cui si dissolvono nel nulla" proferisce uno dei cinici squali del romanzo, commentando la caduta del comunismo e fiutando nuovi affari, ma è una sentenza ultimativa che vale anche per noi stessi. Quella di Lagioia è infatti un'analisi a posteriori, a vent'anni di distanza, del momento della nostra mutazione antropologica e culturale, come popolo e paese: gli anni ottanta, come risulta dalle pagine di Riportando tutto a casa, sono esistiti in perfetta continuità con i precedenti anni ideologici e sono il perfetto presupposto dei nostri. Un periodo in cui la televisione si conquista la posizione di medium principe, si trasforma in inconscio collettivo, al tempo stesso metronomo dell'"onda cronologica" e creatrice di storia: il disgelo, la tragedia dello stadio Haysel, Cernobyl, il Muro diventano tutti e solo eventi mediatici che scandiscono il tempo e penetrano con la stessa forza nel tessuto culturale come Drive in e la televisione spazzatura. Quella che Lagioia racconta è un'umanità guastata fatta di esistenze completamente svuotate di valori e di fini. Il paradosso di questo libro è che l'autore rende più credibili i vecchi dei giovani, i genitori invece dei figli, perché i primi sono i veri attori e fautori dell'ascesa sociale di quegli anni e i secondi sono solo spettatori inerti. In questo senso Riportando tutto a casa è un romanzo fuorviante proprio nel suo impianto (addirittura è fuorviante la bella copertina di Gipi, nonché la quarta di copertina), perché vorrebbe essere un romanzo di formazione di provincia e, al contrario, è un implacabile ritratto di una generazione precedente, quella degli attuali cinquanta-sessantenni. La voce di quest'ultima si avverte più vera, le tragiche esistenze di questi nuovi ricchi sono più plausibili nella loro mediocrità e nel loro conformismo e la loro caratterizzazione psicologica è spaventosamente attuale, mentre i giovani appaiono troppo artefatti e funzionali alla storia, sono mal delineati e hanno una voce a cui non ci si riesce ad affezionare. Anche il racconto del narratore appare più lucido e ficcante nella descrizione dei genitori e sfocato in quella delle situazioni formative. Per questo è un romanzo statico, né interamente una discesa all'inferno, né una presa di coscienza (al limite incompleta), ma è simile a una coazione, una ricaduta delle colpe dei padri sui figli, il ripetersi di una condanna. Nonostante questo, Lagioia è uno dei nostri migliori scrittori che ha la capacità di squarciare alcune delle sue pagine attraverso l'unione dello stile e di una visione del mondo sempre lucida e rivelativa che lascia spesso il lettore senza punti di riferimento. La sua è una scrittura ibrida da una parte classica e dall'altra, molto pop, fatta di continue allusioni e citazioni, come dice anche il titolo dylaniano del romanzo. Da tempo, già dai primi racconti (ne ricordo uno apparso sul "Caffè letterario" intitolato 1992), Lagioia ha intrapreso la strada di una narrativa nostrana segnata da Arbasino, Busi, Siti e, perché no, Pasolini, e con questo romanzo ha accentuato una vena pessimistica e una prospettiva senza speranza partendo da un periodo buio della nostra storia recente: "Di un'esistenza trascorsa per intero nel proprio regno d'elezione non avremmo la possibilità di ricordare il minimo dettaglio non ci sarebbe niente da riportare a casa, perché niente ne sarebbe mai uscito". Nicola Villa |
8 recensioni presenti. Media Voto: 2.75 / 5Bianca L. (30-01-2010) Ho letto delle ottime recensioni del libro su diversi giornali e così mi sono decisa a comprarlo. Fin dalle prime pagine però la delusione è stata molto forte: non riesco a capire come un giornalista possa trattare il compitino in questione (concordo pienamente con i giudizi che mi hanno preceduto) con entusiasmo. Mi è sembrato piuttosto algido, incapace di comunicare, come se fosse avvolto in una bolla di sapone sottile e allo stesso tempo capace di togliere qualsiasi emozione... Una delusione! Voto: 1 / 5 |
laura (28-01-2010) Sarà che riesce ad esprimere situazioni complesse e sfumature di sentimenti davvero profondi, sarà che la storia si colloca in una fase particolare per la nostra società, sarà che ci porta a vedere con disincanto dove siamo ora approdati...ma questo è un gran bel libro. Voto: 5 / 5 |
Giovanni (15-01-2010) Il tema del romanzo è interessante sebbene non nuovissimo, ma la declinazione della vicenda in una città meridionale come Bari rende il libro intrigante. Non condivido i giudizi liquidatori, la storia di una generazione vissuta negli anni '80 tra molte sconfitte e poche virtù, merita di essere rivisitata, e il libro si inserisce in un solco che ha visto già buone prove con Argentina, Desiati, Bugaro. Non mi convince invece la scrittura, troppo ricercata e barocca. Voto: 4 / 5 |
Licia (07-12-2009) In effetti concordo con la recensione che mi ha preceduto. Libro sciapo e inutile. Una specie di esercizietto di stile,senza nessun interesse.
Bocciato. Voto: 1 / 5 |
Maddalena (06-11-2009) Il libro mi è stato regalato. E ogni regalo è sempre ben gradito. L'ho letto, trovando inizialmente il tema interessante, anche se ampiamente visto e rivisto nella narrativa italiana degli ultimi anni. Ma alla fine il mio giudizio non può davvero essere positivo, mi sembra che lo scrittore in questione usi tecnicamente la lingua (e non sempre la tecnica lo supporta) per raccontare una storia e soprattutto dei sentimenti mai veramente approfonditi. Sembra un libro scritto per mestiere e non per necessità, come credo dovrebbe essere per la scrittura vera. Si chiude questo libro e si resta davvero delusi. E la forte delusione giustifica il mio voto. Maddalena Voto: 1 / 5 |
Pier Luigi (03-11-2009) alla squattrinata ragazza barese direi che risparmiando qualcosina i venti euro del prezzo di copertina, per quanto obiettivamente elevato, valgono davvero la pena.
ed è un caso raro per le uscite letterarie.
invece non so cosa dire a chi dice che Riportando tutto a casa è un compitino di un allievo mediocre. ritengo che il caro ragazzo non frequenti molto la letteratura: quella vera, quella scritta, quella meditata.
non oso davvero immaginare quali siano le sue abituali letture.
questo libro non è solo bello, appassionante: è necessario. Voto: 5 / 5 |
Madeleine madeleine09@hotmail.it (01-11-2009) Caro Lagioia, mi piace molto quello che scrivi e come lo scrivi. Ho iniziato a leggere questo tuo ultimo libro in libreria e mi ha proprio catturato. Io lo comprerei, ma costa troppo! Credo che lo leggerò a puntate alla Feltrinelli :P Una squattrinata studentessa barese. Voto: 4 / 5 |
Antonio Recchia (01-11-2009) Veramente un brutto libro. Componimento sterile, il compitino di un allievo mediocre di un corso mediocre di scrittura creativa. Ma alla casa editrice Einaudi chi sceglie i libri da pubblicare? Sono sbigottito. Antonio Voto: 1 / 5 |
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