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Venezia, Anno Domini 1569. Un boato scuote la notte, il cielo è rosso e grava sulla laguna: è l'Arsenale che va a fuoco, si apre la caccia al colpevole. Un agente della Serenissima fugge verso oriente, smarrito, "l'anima rigirata come un paio di brache". Costantinopoli sarà l'approdo. Sulla vetta della potenza ottomana conoscerà Giuseppe Nasi, nemico e spauracchio d'Europa, potente giudeo che dal Bosforo lancia una sfida al mondo e a due millenni di oppressione. Intanto, ai confini dell'impero, un altro uomo si mette in viaggio, per l'ultimo appuntamento con la storia. Porta al collo una moneta, ricordo del Regno dei Folli. Echi di rivolte, intrighi, scontri di civiltà. Nuove macchine scatenano forze inattese, incalzano il tempo e lo fanno sbandare. Nicosia, Famagosta, Lepanto: uomini e navi corrono verso lo scontro finale. "Che segno è quando un arcobaleno appare, non c'è stata pioggia e l'aria è secca e tersa? È quando la terra sta per tremare, e il mondo intero vacilla". Quindici anni dopo, l'epilogo di Q. Wu Ming, il collettivo di scrittori che al suo esordio si firmò Luther Blissett, torna nel mondo del suo primo romanzo. Quando, nel 1998, il collettivo di scrittori che si firmava con lo pseudonimo di Luther Blisset pubblicò il romanzo Q, una piccola scossa percorse l’ambiente letterario italiano. Intanto si trattava di un’opera collettiva, scritta a quattro mani da un gruppo di “destabilizzatori del senso comune” uniti sotto il motto di Omnia sunt communia; poi, sul frontespizio, appariva un’autorizzazione esplicita a riprodurre liberamente l’opera, una sorta di anti-copyright mai visto nel panorama editoriale; infine, il collettivo si presentava al pubblico dei lettori con l’obiettivo precipuo di rifondare il romanzo epico italiano.
A distanza di dieci anni, con una formazione e un nome diverso (Wu Ming ha recentemente perso uno dei componenti originari e ne ha acquisito un altro), dopo aver pubblicato altri sette romanzi, ispirato gli scontri di piazza al G8 di Genova e marciato insieme al subcomandante Marcos nel Chiapas, i Wu Ming tornano al romanzo storico di ispirazione epico-religiosa. A metà strada tra Q e Manituana, Altai è ambientato tra Venezia e Costantinopoli alla fine del Cinquecento, quando sulle sponde del Mediterraneo si snodano gli eventi cruciali che porteranno al grande scontro di civiltà che fu la battaglia di Lepanto.
Dall’esplosione dell’Arsenale di Venezia del 1569 (un evento dalla carica dirompente simile al nostro 11 Settembre) fino all’invasione di Famagosta da parte dell’impero ottomano che causò la rappresaglia cristiana di Lepanto, questo è un romanzo storico nel senso tradizionale del termine, ma sempre carico di rimandi e significati attualissimi. Come una lamina sottile tra due fatti di cronaca, la finzione si inserisce all’interno del racconto, regalandoci uno dei protagonisti più interessanti del genere.
Manuel Cardoso, giovane ebreo nato da madre spagnola e padre veneziano, all’età di dodici anni fugge dal ghetto di Ragusa (in croato Dubrovnik), dove frequenta gli ambienti del porto, per seguire le orme di colui che aveva sedotto e abbandonato la sua giovane madre. Giunto a Venezia, Manuel cambia nome e identità, celando le sue origini ebraiche e divenendo anzi, al soldo del Consigliere della Repubblica di San Marco, un agente del servizio segreto e nemico giurato dell’Impero ottomano. Giustiziere di spie e cospiratori, Manuel si troverà presto a dover fare i conti con il suo segreto e le sue origini. All’indomani dell’attentato dell’Arsenale, proprio lui, l’uomo più fidato, verrà accusato di agire per conto del giudeo ottomano Giuseppe Nasi. Con una condanna a morte che incombe sulla sua testa, Manuel fugge verso oriente a cercare rifugio presso coloro che ha rinnegato per tutta la vita e proprio al cospetto del peggiore nemico della Serenissima. Scoprirà in questo modo il progetto visionario di Giuseppe Nasi, noto in Europa anche come Juan Micas o Joao Miquez: una missione in grado di cambiare le sorti dell’umanità. Lasciata alla spalle la sua vecchia esistenza e il suo grande amore, Manuel raccoglierà la sfida del Nasi, affiancato da un suo vecchio compagno di battaglie conosciuto durante la rivoluzione anabattista di Munster (e qui la trama si ricollega a quella di Q).
Ancora una volta i Wu Ming raccontano la parabola di un’utopia sconfitta. Dopo la rivolta contadina di Q e il sogno di una federazione irochese di Manituana, ancora una volta la dimensione mistica della fine della diaspora ebrea viene battuta dalla violenza e dal potere. Il sogno di Manuel Cardoso dovrà fare i conti con la brutalità dello scontro tra civiltà, culminato con la battaglia di Lepanto, ma la sua eredità spirituale verrà comunque raccolta da un nuovo erede. Un’epopea che trascende la dimensione storica per farsi allegoria dei nostri tempi.
Recensioni 1 - 20 di 30 recensioni presenti. Media Voto: 3.43 / 5Massimiliano (30-01-2010) Buon libro di avventure, ma niente di comparabile con il suo precedente Q. Lo si gode di piu' se si legge subito dopo il suo ben piu' nobile antecedente, ma non e' un secondo episodio, anzi, pare che il protagonista di Q stia li' solo per aggiungere un po' piu' di tono al racconto, quasi un'operazione di marketing.
Voto: 3 / 5 |
riccardo (26-01-2010) confermo l'impressione che hanno avuto molti altri. il romanzo è molto ben ambientato e la storia avvincente, stimola la curiosità verso il periodo storico e i personaggi realmente esistiti. tuttavia gli unici momenti veramente emozionanti sono stati quelli passati con Ismail, il viaggiatore del mondo, alias gert dal pozzo, che purtroppo ha un ruolo molto marginale nella storia; il risultato del confronto con Q è scontato e penso che perseguirà i wu ming ancora a lungo Voto: 4 / 5 |
Edwin (22-01-2010) il voto non puo' essere il massimo perchè le aspettative erano altissime e difficili da soddisfare.
bellissime ambientazioni e ricostruzioni storiche, a tratti si riesce a respirare l'aria di Q.
Ottima lettura anche se a tratti Forzata, imperdibile per chi ha amato Q Voto: 3 / 5 |
paolo (22-01-2010) Se confrontato alla media della produzione di romanzi, soprattutto storici, è di sicuro valore per il respiro che riesce a generare e per la caratterizzazione dell'epoca. Ciò che delude è il confronto con Q, che, d'altro canto, è dirompente e difficilmente replicabile Voto: 3 / 5 |
emanuela (18-01-2010) Leggendo, pensavo che dev'essere difficile, ma tanto, scrivere un libro così. Lo so, è un commento ingenuo, ma quanta documentazione, quante prove sono necessarie per raccontare la storia in questo modo,il padre è il vecchio Alessandro dei Promessi Sposi, ma anche questo è tosto. Il fascino del mondo"veneziano", anche quando si è a Ragusa, a Salonicco, a Istanbul, Venezia è sempre presente,il fascino dell'acqua, tratto unificante tutta la storia, il fascino di questo straordinario personaggio, Emanuele/Manuel, io narrante cinico e appassionato, piccolo melting pot di culture e religioni diverse, testimone di fatti che studiati a scuola non ci hanno detto niente. Come in Q la guerra è sempre male necessario a placare la fame umana di potere, la guerra è orrore, è membra squartate, odori rivoltanti, carne da macello. Non gli do il cinque, perchè in qualche tratto è un po' pesante, ma è comunque un libro che mi sento di consigliare. Da meditare. Voto: 4 / 5 |
SLona (16-01-2010) Sposo parola per parola il commento di Francesca Meneghetti. E' davvero un buon libro, scritto con grande perizia ed intelligenza.
Manca il 5 solo ed esclusivamente per il finale (Lepanto & Co.), che ho trovato un po' traballante. Ma forse è solo un'impressione: il climax narrativo è raggiunto dall'assedio di Famagosta, reso davvero in modo superlativo, che ammazza un po' il resto del romanzo. (Oltre a Bragadin).
Aggiungo a quanto di buono già detto che stimo i Wu Ming anche per la loro capacità di produrre uno sforzo teorico, senza il quale qualsiasi forma narrativa si riduce a sterili storielle, magari gradevolissime, ma senza capacità di comprendere la realtà.
Altai è un romanzo storico con i piedi saldamente piantati nel presente, che fa molto riflettere sul concetto di identità. Davanti agli effetti della globalizzazione, in tempi di ansie o addirittura di nevrosi identitarie (ah, le nostre tradizioni!), Altai ci accompagna in un viaggio tra lingue e culture diverse e ci offre una unica ragionevole certezza: siamo il prodotto del sedimentarsi del tempo, con tutte le sue innumerevoli contraddizioni.
Un piacevole ritorno. Voto: 4 / 5 |
Andreino (14-01-2010) Cosa dice di falso la fascetta? Dice: "quindici anni dopo l'epilogo di Q". E infatti in questo romanzo sono passati quindici anni dall'epilogo di Q, e quindici anni dopo scopriamo cos'è successo a Istambul a Joao, Beatriz, Duarte e Ludovico (che qui, come nella migliore tradizione wu ming, hanno tutti nomi diversi: Yossef, Gracia, David e Ismail, ma sono esattamente gli stessi personaggi, nel caso qualcuno leggendo in tutta fretta non se ne fosse accorto!!!). Ci sono le copie del Beneficio di Cristo, compaiono personaggi come Pietro Perna, c'è la battaglia di Frankenhausen (in una fase che in Q non veniva descritta). In che senso la storia di Q e quella di Altai non avrebbero "nulla a che vedere l'una con l'altra"? Che strana affermazione... Voto: 5 / 5 |
Marco bdicharlus@hotmail.com (13-01-2010) Ho finito stamattina di leggere Altai e devo dire che è stata una lettura molto piacevole, frutto di una accurata ricostruzione storica degli ambienti del Mediterraneo orientale della seconda metà del Cinquecento. Chi ama il romanzo storico non può restare deluso.
Trovo però che alcune delle vicende narrate siano un po' troppo inverosimili (ad esempio la presenza di De Zante/Cardoso prima all'assedio di Famagosta e poi alla battaglia di Lepanto, alla quale addirittura prende parte, senza alcun convincente motivo), diciamo 'tirate per i capelli' il che lascia alla fine la sensazione di un prodotto artificiale.
Concordo pienamente con i lettori indignati perché l'editore ha messo la fascetta con su scritto 'quindici anni dopo l'epilogo di Q': le due storie non hanno niente a che spartire tra di loro e da questo punto di vista si tratta di una bieca operazione commerciale, presumo fatta per incrementare le vendite del libro. Voto: 3 / 5 |
M@rco (10-01-2010) Dopo il fallimento degli anabattisti decisi a creare una nuova Sion, eccoci alla sconfitta di un gruppo di ebrei lanciati alla conquista di un nuovo regno. Anche l'inizio dell'Era Moderna è disseminato di cadaveri e illusioni infrante. "Q" e "Altai" ce lo ricordano mirabilmente. Solo che bisogna saperli leggere per le profonde riflessioni filosofiche che ci invitano a fare, oltre che per la straordinaria e agghiacciante modernità dei conflitti che rievocano. Altrimenti non ci si capisce nulla e si corre il rischio di finire confusi e delusi come il povero Mimi Reis. Il pirata pugliese che combatte i cristiani invocando la protezione di san Nicola e che si infila nel bel mezzo della battaglia di Lepanto come se si trattasse, né più né meno, di un'altra occasione per fare bottino. Altai ci ricorda e ci conferma che dopo i fatti descritti in "Q" (rileggere il suo epilogo per convincersene): altri hanno sollevato il capo, altri hanno disertato. Perché ...il tempo non cesserà di elargire sconfitte e vittorie a chi proseguirà la lotta. Chi sono il Yossef Nasi e il Gigante del 2010? E chi il Consigliere? Voto: 5 / 5 |
Valentina (09-01-2010) Seguito o no di Q (per me lo è nella misura in cui poteva esserlo), è semplicemente l'ultimo capolavoro dei Wu Ming.
Fa emozionare per la riscoperta di "vecchi amici" e fa riflettere facendoci confrontare ancora una volta con il punto di vista degli sconfitti, sempre il più difficile da conoscere. Il miglior regalo di Natale. Voto: 5 / 5 |
Francesca Meneghetti (08-01-2010) Altai, come tutti i romanzi storici è denso del senso del presente. In esso si riflette un punto cruciale del nostro tempo: quello delle frontiere culturali e religiose tra i tre monoteismi del Mediterraneo. Se la battaglia di Lepanto – mito di vittoria sulla Mezzaluna, volutamente amplificato dall’Europa cristiana, al fine di far dimenticare la perdita di Cipro e l’interesse di Venezia a riprendere subito gli affari con il Turco – sta alla fine del libro, l’inizio ha il tono apocalittico del 11.9, con l’esplosione dolosa dell’Arsenale di Venezia (1568). Ne spunta subito fuori il protagonista, un eroico anti-eroe, ondivago rispetto alla propria identità culturale e religiosa, costretto dagli eventi e dal caso a riscoprire le proprie radici ebraiche. Attorno a lui si muovono personaggi realmente esistiti, come Josef Nasi e la zia Gracia Nasi, una straordinaria figura femminile del ‘500: entrambi protettori di tutti i perseguitati per motivi di fede e convinti, a torto, di poter realizzare una comunità protetta per costoro, all’interno dell’impero ottomano. Ricompare nel libro anche una vecchia conoscenza dei lettori di Q, Tiziano l'anabattista. La capacità di mescolare narrazione fittizia e dati storici (straordinaria la full immersion in un’altra epoca) è sicuramente uno dei meriti di questo libro, il cui intento sembra quello di dimostrare il valore delle differenze: a patto di tirarsene fuori e di osservare le cose dall’alto, come i falchi dei monti Altai. La stessa scelta di ricorrere a calendari diversi e a molteplici lingue denota uno sforzo di sollevarsi al di sopra di tanto etnocentrismo velenoso, figlio della globalizzazione. La lettura è avvincente, almeno per chi ha passione per la storia. L’impressione però è che ci sia sotto, al di là di una certa passione, un’arte di maniera. Non sarà la catena di montaggio di certi romanzieri di successo, ma una certa perizia artigianale, che porta a riprodurre moduli narrativi già collaudati, sì. Voto: 4 / 5 |
alessandro cesaris (08-01-2010) Un libro assai ben scritto, complesso e sempre godibilissimo. Accurata come sempre la ricostruzione storica, affascinanti i personaggi e il loro pensiero. Si respira la Storia attraverso gli odori delle tinture, le fatiche dei lunghi viaggi, il brulicare delle città e la sconfinata natura selvaggia appena fuori dalle mura.
Credere nell'utopia della tolleranza e del mescolamento dei popoli, quanto sporcarsi per realizzarla? In un affresco mirabile, temi importanti. Voto: 5 / 5 |
Biccio (07-01-2010) Rispetto a Q è ben altra cosa... è comunque piacevole, si legge bene, ma niente di eccezionale. Anche se chi ha amato Q dovrebbe leggerlo... Voto: 3 / 5 |
gabriella (06-01-2010) "Se in Q c'era l'irruenza, qui c'è la riflessione". Sono pienamente d'accordo con il commento di Filippo. Altai arriva dieci anni dopo Q e la maturazione, anche sofferta, del gruppo si sente eccome. Tanto Q rappresenta la giovinezza, l'impellenza d'agire, l'epica coralità di molteplici personaggi, quanto Altai tocca le corde dell'introspezione pur senza tradire la visione d'insieme e va tracciando l'affresco di un mondo di cui l'io narrante descrive il disegno, senza tacerne le crepe e i dubbi. Mirabile come sempre la competenza storica, da gustare l'accurata ricerca linguistica. Un libro da cui è difficile separarsi e con cui è bello incamminarsi a pensare. Voto: 5 / 5 |
vittorio pisa (05-01-2010) Non come Q, e neppure un suo seguito. Resta comunque un romanzo potente e godibilissimo, a tratti poetico e commovente. Il miglior lavoro dei wu ming, dopo l'ineguagliabile Q. Voto: 5 / 5 |
Filippo (21-12-2009) Com'era prevedibile, è cominciato il tiro all'Altai. I Wu Ming son stati molto chiari al riguardo: non è un *vero* sequel (e come si sarebbe potuto?) ma sembra che le ragioni del marketing editoriale abbiano annebbiato molti lettori qui delusi. Se in Q c'era l'irruenza, qui c'è la riflessione. Altai è uno splendido affresco storico sul Mediterraneo crogiuolo di popoli e continua frontiera aperta, a dispetto dell'antistorico odierno ostinarsi di alcuni. E' un romanzo sull'identità e sulla ricerca delle proprie radici. Io l'ho trovato bellissimo, intenso e poetico, avvincente e straziante nelle parti relative alla presa di Famagosta.
Invito chi lo stronca a non leggerlo come un romanzo di avventure - viste le lamentele - ma dedicando un po' d'attenzione alla profondità del testo, forse l'opera più ricca che i Wu Ming abbiano scritto. Ciao. Voto: 5 / 5 |
Matteo (18-12-2009) A me è piaciuto. Chiaro, "Q" era un'altra cosa, ma è ben scritto,c'è senso del ritmo, ci sono tematiche importanti (la convivenza tra culture e religioni diverse), ma c'è la cosa migliore del libro è un'altra: i tre personaggi principali sono, in fondo, degli incendiari. Sempre animati dalla ricerca del proprio posto nel mondo e con dei conti da regolare con il passato. Questa loro caratteristica si percepisce molto bene, conferendo al libro una energia di fondo che lo attraversa. Voto: 4 / 5 |
Walter Giuntini (18-12-2009) Niente di che.
Nonostante la copertina sia stata furbamente avvolta con una fascetta che recita "15 anno dopo l'epilogo di Q" (o qualcosa del genere), il legame con la storia e i personaggi di Q è esilissimo, accennato quasi en passant.
Lo so che per uno scrittore è difficile ripetersi, ma il fatto è che siamo proprio lontani, lontanissimi, dal superbo affresco storico di Q; non c'è la stessa ricchezza di situazioni e di personaggi, la stessa capacità di far rivivere sotto gli occhi del lettore il "sapore" e la temperie di un'epoca, non c'è mistero, nessun enigma da sciogliere.
Manca l'alito della storia, che soffiava forte e potente in Q.
Altai è invece un romanzo storico convenzionale, insipido e un po' prevedibile, che si trascina stancamente e senza guizzi per 410 pagg, scritto svogliatamente e con poca convinzione.
Deludente. Voto: 2 / 5 |
ugo ugoy@libero.it (17-12-2009) le prime pagine si leggono con piacere, poi si finisce in un limbo che pare finire mai. anche l'epilogo, per fortuna breve, è davvero indigeribile. vivamente sconsigliato. Voto: 1 / 5 |
emiliano (17-12-2009) Mi dispiace, non ci siamo. Un'avventura carina, magari sopra la media rispetto a tante bestialità spacciate per capolavori. Ma nulla più. La colpa più grande di Altai (del marketing? degli autori che si sono un po' piegati alle sue leggi?)è quello di essere considerato e venduto come il seguito di Q. Ma del primo romanzo del collettivo, questo libro non ha nè l'intensità della storia, nè l'intreccio narrativo, nè la scrittura e la complessità che ne hanno fatto un classico. Inevitabile la delusione per una storia che corre via liscia. Anzi, a me sembra un po' tutto "buttato lì", quasi debba accadere perchè il lavoro andava consegnato. Tutte congetture di un lettore un po' deluso, certo. Ma dopo il monumentale Q e un altro grandissimo libro come 54, già dal pur apprezzabile Manituana qualche segno di cedimento c'era stato. Quello che di Altai mi ha copito, rispetto ai precedenti, che trasudavano tutti il progetto a monte della scrittura e lo esprimevano nella loro complessità, è che non mi pare ci si debba mettere in 4 per partorire un libro così. Resterò sempre un ammiratore del collettivo, quindi aspetto al più presto una prova più consistente e meno influenzata dalle esigenze di far cassa. Voto: 2 / 5 |
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