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Narrativa italiana  Di ambientazione storica 

Wu Ming - Altai

Altai TitoloAltai
AutoreWu Ming
Prezzo
Sconto 15%
€ 16,58
(Prezzo di copertina € 19,50 Risparmio € 2,92)
Prezzi in altre valute
Dati2009, 411 p., ill., brossura
EditoreEinaudi  (collana Einaudi. Stile libero big)

Nella promozione Einaudi fino al 11 marzo

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Descrizione
Venezia, Anno Domini 1569. Un boato scuote la notte, il cielo è rosso e grava sulla laguna: è l'Arsenale che va a fuoco, si apre la caccia al colpevole. Un agente della Serenissima fugge verso oriente, smarrito, "l'anima rigirata come un paio di brache". Costantinopoli sarà l'approdo. Sulla vetta della potenza ottomana conoscerà Giuseppe Nasi, nemico e spauracchio d'Europa, potente giudeo che dal Bosforo lancia una sfida al mondo e a due millenni di oppressione. Intanto, ai confini dell'impero, un altro uomo si mette in viaggio, per l'ultimo appuntamento con la storia. Porta al collo una moneta, ricordo del Regno dei Folli. Echi di rivolte, intrighi, scontri di civiltà. Nuove macchine scatenano forze inattese, incalzano il tempo e lo fanno sbandare. Nicosia, Famagosta, Lepanto: uomini e navi corrono verso lo scontro finale. "Che segno è quando un arcobaleno appare, non c'è stata pioggia e l'aria è secca e tersa? È quando la terra sta per tremare, e il mondo intero vacilla". Quindici anni dopo, l'epilogo di Q. Wu Ming, il collettivo di scrittori che al suo esordio si firmò Luther Blissett, torna nel mondo del suo primo romanzo.

La recensione di IBS
Quando, nel 1998, il collettivo di scrittori che si firmava con lo pseudonimo di Luther Blisset pubblicò il romanzo Q, una piccola scossa percorse l'ambiente letterario italiano. Intanto si trattava di un'opera collettiva, scritta a quattro mani da un gruppo di "destabilizzatori del senso comune" uniti sotto il motto di Omnia sunt communia; poi, sul frontespizio, appariva un'autorizzazione esplicita a riprodurre liberamente l'opera, una sorta di anti-copyright mai visto nel panorama editoriale; infine, il collettivo si presentava al pubblico dei lettori con l'obiettivo precipuo di rifondare il romanzo epico italiano.
A distanza di dieci anni, con una formazione e un nome diverso (Wu Ming ha recentemente perso uno dei componenti originari e ne ha acquisito un altro), dopo aver pubblicato altri sette romanzi, ispirato gli scontri di piazza al G8 di Genova e marciato insieme al subcomandante Marcos nel Chiapas, i Wu Ming tornano al romanzo storico di ispirazione epico-religiosa. A metà strada tra Q e Manituana, Altai è ambientato tra Venezia e Costantinopoli alla fine del Cinquecento, quando sulle sponde del Mediterraneo si snodano gli eventi cruciali che porteranno al grande scontro di civiltà che fu la battaglia di Lepanto.
Dall'esplosione dell'Arsenale di Venezia del 1569 (un evento dalla carica dirompente simile al nostro 11 Settembre) fino all'invasione di Famagosta da parte dell'impero ottomano che causò la rappresaglia cristiana di Lepanto, questo è un romanzo storico nel senso tradizionale del termine, ma sempre carico di rimandi e significati attualissimi. Come una lamina sottile tra due fatti di cronaca, la finzione si inserisce all'interno del racconto, regalandoci uno dei protagonisti più interessanti del genere.
Manuel Cardoso, giovane ebreo nato da madre spagnola e padre veneziano, all'età di dodici anni fugge dal ghetto di Ragusa (in croato Dubrovnik), dove frequenta gli ambienti del porto, per seguire le orme di colui che aveva sedotto e abbandonato la sua giovane madre. Giunto a Venezia, Manuel cambia nome e identità, celando le sue origini ebraiche e divenendo anzi, al soldo del Consigliere della Repubblica di San Marco, un agente del servizio segreto e nemico giurato dell'Impero ottomano. Giustiziere di spie e cospiratori, Manuel si troverà presto a dover fare i conti con il suo segreto e le sue origini. All'indomani dell'attentato dell'Arsenale, proprio lui, l'uomo più fidato, verrà accusato di agire per conto del giudeo ottomano Giuseppe Nasi. Con una condanna a morte che incombe sulla sua testa, Manuel fugge verso oriente a cercare rifugio presso coloro che ha rinnegato per tutta la vita e proprio al cospetto del peggiore nemico della Serenissima. Scoprirà in questo modo il progetto visionario di Giuseppe Nasi, noto in Europa anche come Juan Micas o Joao Miquez: una missione in grado di cambiare le sorti dell'umanità. Lasciata alla spalle la sua vecchia esistenza e il suo grande amore, Manuel raccoglierà la sfida del Nasi, affiancato da un suo vecchio compagno di battaglie conosciuto durante la rivoluzione anabattista di Munster (e qui la trama si ricollega a quella di Q).
Ancora una volta i Wu Ming raccontano la parabola di un'utopia sconfitta. Dopo la rivolta contadina di Q e il sogno di una federazione irochese di Manituana, ancora una volta la dimensione mistica della fine della diaspora ebrea viene battuta dalla violenza e dal potere. Il sogno di Manuel Cardoso dovrà fare i conti con la brutalità dello scontro tra civiltà, culminato con la battaglia di Lepanto, ma la sua eredità spirituale verrà comunque raccolta da un nuovo erede. Un'epopea che trascende la dimensione storica per farsi allegoria dei nostri tempi.

I vostri commenti
Recensioni 1 - 20 di 39 recensioni presenti.  Media Voto: 3.35 / 5

Michele Lucivero michele.lucivero@istruzione.it (18-01-2012)
Questo estroso manipolo di autori prova a doppiare il successo ottenuto con Q per mezzo di un nuovo, entusiasmante e più elaborato romanzo ai confini tra storia e leggenda. Sullo sfondo ancora un episodio storicamente fondato: la battaglia di Lepanto del 1571, il cui esito ha determinato la supercelebrazione della potenza militare cristiana, veneziana e spagnola contro lo schieramento musulmano degli ottomani. Originale, tuttavia, è l'intreccio, il quale rivela i motivi scatenanti il conflitto, vale a dire l'ambizione, la spregiudicatezza e l'importanza delle finanze dei giudei che cercano di assicurarsi un territorio come Cipro, succedaneo alla terra promessa in cui vivere in piena autonomia. Un ruolo interessante è svolto dalle donne, quasi un personaggio unico, un soggetto corale che dietro gli uomini di potere muove le fila del processo storico e ne imprime la direzione. La nota più bella del romanzo resta, ad ogni modo, l'originale interpretazione dell'integrazione sociale e culturale dei popoli sotto il dominio islamico, una integrazione non concessa dall'alto come la tolleranza dispensata dei regnanti illuminati europei, ma esigita dal basso, come fosse un'esigenza procedurale imprescindibile per la convivenza, Tahammül la definiscono gli autori. Simpatica e significativa, infine, è la macchietta del romanzo, il pirata barese che rappresenta pienamente l'istanza geneticamente anarchica degli iapigi, il quale non esita a combattere con ardore e coraggio contro il moloch cristiano per una gloria tutta personale.
Voto: 4 / 5
Mario69 (15-04-2011)
Tentativo di riprendere le atmosfere dell'ormai mitico Q, naufraga abbastanza rapidamente, perdendosi in una trama piuttosto scialba, con pochi personaggi in grado di lasciare il segno ed una scrittura che non è all'altezza. Manca l'arte dello scrivere, che sta nel far capire al lettore ciò che si vuol comunicare, ma senza esporlo in maniera didascalica. Proprio il contrario di quanto ritrovato in diversi punti di questo romanzo, nei quali gli autori assumono un tono più vicino al trattato che al romanzo, con cadute a volte addirittura fragorose: un esempio la parte in cui il protagonista si reca presso i falconieri nell'entroterra turco, per avere informazioni su come raggiungere un pirata: veramente pessima, ha la qualità narrativa che mi aspetterei da un alunno delle medie. Tutto questo detto con gran dolore al cuore, perchè ho sempre ammirato i ragazzi del Wu Ming e ho amato moltissimo Q, che ritengo un autentico capolavoro. Un punto in più per l'accuratezza delle ricerche storiche. Peccato, perchè il periodo storico e le vicende narrate sono tali da far presagire ben altri risultati.
Voto: 2 / 5
Standbyme Standbyme@ticino.com (13-03-2011)
All'inizio non è così coinvolgente come lo è stato "Q" che fin dalla prima pagina ha stregato il lettore. Siamo a Venezia da dove un giovane agente segreto, accusato di alto tradimento, è costretto a fuggire. Seguiamo il giovane De Zante fino a Costantinopoli dove incontrerà Giuseppe Nasi il nemico giurato della Serenissima. E qui il romanzo prende quota ed ha un'impennata quando appare sulla scena l'eroe di "Q" anche se con un ruolo apparentemente secondario. Nasi ha un grande sogno: quello di dare una terra, una patria, a tutti gli ebrei e per realizzarlo non esita ad investire tutte le sue enormi ricchezze ma la Storia seguirà un altro corso. Una giusta speranza, una giusta rivendicazione quella narrata in Altai che si infrangerà come una nave su degli scogli che qui sono, come nella migliore tradizione dei romanzi storici, complotti, tradimenti, intrighi di corte e delazioni. Molto violento nel narrare la sorte riservata ai vinti da parte dei turchi; non dobbiamo meravigliarci più di quel tanto: in tutti i confitti religiosi di ieri, di oggi, di domani, senza far distinzioni di sorta tra i vari credo, la violenza ha regnato e regnerà sempre e come sempre un falco volerà ineffabile sopra le tragedie umane ma non so se in cuor suo ride o piange.
Voto: 4 / 5
Viola (29-11-2010)
Q è un'altra cosa. E per chi ha amato Q, Altai è deludente. Ancora una volta un protagonista (questa volta ha un nome e cognome, anzi due) che lotta e viaggia per trovare la sua strada e la sua identità e che alla fine compie il suo destino attraverso una libera scelta, non costretto da nessuno se non da se stesso, libero come i rapaci degli Altai. Romanzo scritto con grande perizia, pretenzioso nel lessico in particolar modo, documentato sugli usi e costumi dell'epoca, unisce sapientemente personaggi storici e personaggi di fantasia, eventi reali ed eventi inventati, ma appare sempre freddo e poco coinvolgente. Si riprende nella parte finale con la descrizione della battaglia di Famagosta e la successiva Lepanto che conducono il protagonista al suo destino, ma non conosce il respiro che Q ci ha regalato. Certo i paragoni sono sempre inutili e poco rispettosi, ma da Wu Ming ci si aspetta sempre qualcosa di più.
Voto: 3 / 5
Pino Chisari (18-04-2010)
Bello e piacevole immergersi nel mondo di questa storia 'romanzata'. Non so quanto ci sia di vero oltre, ovviamente, alla battaglia di Lepanto. Certo è affascinante la ricostruzione ambientale in cui i personaggi si muovono: aiuta a vivere in modo più intrigante la Storia, quella con la esse maiuscola. Sono d'accordo con chi sostiene che sia ben lontana la magia di Q; al di là dell'operazione commerciale del lancio che chiaramente 'sfrutta' il successo di quell'opera di 15 anni fa, resta in ogni caso un lavoro ampiamente godibile.
Voto: 3 / 5
Valerio (24-03-2010)
A volte ti prende, altre no. Bella l'ambientazione e la descrizione dei luoghi. Q resta di un altro livello...
Voto: 3 / 5
Diego (13-03-2010)
Il primo aggettivo che mi viene in mente per definire il libro è deludente, tanto che non l'ho nemmeno terminato. Al di là che sia o non sia la continuazione di Q, mi aspettavo sicuramente di più dal collettivo Wu Ming. Ho trovato il romanzo scontato, superficiale privo di quella miscela di originalità e impegno civile nella scelta del luogo e del periodo storico, complessità della trama e di quel pizzico di avventura che ha fatto di Q un grande romanzo. Purtroppo qualche anno fà leggendo quasi in rapida successione Q e American tabloid di James Ellroy mi sono illuso che valesse ancora la pena di spendere qualche soldo per dei libri di narrativa, ora mi rendo conto che i lampi di luce sono rari.
Voto: 2 / 5
Paolo (04-03-2010)
Opera matura, dimostra un percorso evolutivo importante del collettivo verso una prosa ad ampio respiro, dove si fondono con equilibrio contesto storico e narrazione limpida degli avvenimenti. Altai si sedimenta tra conscio e inconscio, matura lentamente offrendo spunti di riflessione sul presente; inutile il paragone con Q, il mondo è cambiato, come gli sguardi, le prospettive, le finalità di chi scrive oggi.
Voto: 5 / 5
Marco O. (18-02-2010)
Leggo commenti contrastanti. Lasciando perdere l'ormai inutile confronto con Q, che non ha più senso proprio perchè tra i due romanzi c'è un abisso, vorrei spezzare una lancia in favore dei delusi, da qualcuno "massacrati" perchè colpevoli di non aver colto la profondità dell'affresco storico, quasi stessimo parlando di "Mediterraneo" di Braudel. Qui pur sempre di un romanzo si tratta. Se manca l'emozione che una storia narrata bene deve dare (a me Altai da questo punto di vista è apparso proprio freddino), se manca la complessità che aveva caratterizzato Q, se manca la godibilità di altre prove del collettivo, se i personaggi sono appena caratterizzati, se il finale appare "buttato lì" non si può che rimanerne un po' delusi. Che la qualità media si alzi rispetto a tanta immondizia letteraria, è un altro paio di maniche, ma il mio giudizio è "tarato" su ciò che mi aspetto da Wu Ming, mica da Moccia.
Voto: 2 / 5
Massimiliano (30-01-2010)
Buon libro di avventure, ma niente di comparabile con il suo precedente Q. Lo si gode di piu' se si legge subito dopo il suo ben piu' nobile antecedente, ma non e' un secondo episodio, anzi, pare che il protagonista di Q stia li' solo per aggiungere un po' piu' di tono al racconto, quasi un'operazione di marketing.
Voto: 3 / 5
riccardo (26-01-2010)
confermo l'impressione che hanno avuto molti altri. il romanzo è molto ben ambientato e la storia avvincente, stimola la curiosità verso il periodo storico e i personaggi realmente esistiti. tuttavia gli unici momenti veramente emozionanti sono stati quelli passati con Ismail, il viaggiatore del mondo, alias gert dal pozzo, che purtroppo ha un ruolo molto marginale nella storia; il risultato del confronto con Q è scontato e penso che perseguirà i wu ming ancora a lungo
Voto: 4 / 5
Edwin (22-01-2010)
il voto non puo' essere il massimo perchè le aspettative erano altissime e difficili da soddisfare. bellissime ambientazioni e ricostruzioni storiche, a tratti si riesce a respirare l'aria di Q. Ottima lettura anche se a tratti Forzata, imperdibile per chi ha amato Q
Voto: 3 / 5
paolo (22-01-2010)
Se confrontato alla media della produzione di romanzi, soprattutto storici, è di sicuro valore per il respiro che riesce a generare e per la caratterizzazione dell'epoca. Ciò che delude è il confronto con Q, che, d'altro canto, è dirompente e difficilmente replicabile
Voto: 3 / 5
emanuela (18-01-2010)
Leggendo, pensavo che dev'essere difficile, ma tanto, scrivere un libro così. Lo so, è un commento ingenuo, ma quanta documentazione, quante prove sono necessarie per raccontare la storia in questo modo,il padre è il vecchio Alessandro dei Promessi Sposi, ma anche questo è tosto. Il fascino del mondo"veneziano", anche quando si è a Ragusa, a Salonicco, a Istanbul, Venezia è sempre presente,il fascino dell'acqua, tratto unificante tutta la storia, il fascino di questo straordinario personaggio, Emanuele/Manuel, io narrante cinico e appassionato, piccolo melting pot di culture e religioni diverse, testimone di fatti che studiati a scuola non ci hanno detto niente. Come in Q la guerra è sempre male necessario a placare la fame umana di potere, la guerra è orrore, è membra squartate, odori rivoltanti, carne da macello. Non gli do il cinque, perchè in qualche tratto è un po' pesante, ma è comunque un libro che mi sento di consigliare. Da meditare.
Voto: 4 / 5
SLona (16-01-2010)
Sposo parola per parola il commento di Francesca Meneghetti. E' davvero un buon libro, scritto con grande perizia ed intelligenza. Manca il 5 solo ed esclusivamente per il finale (Lepanto & Co.), che ho trovato un po' traballante. Ma forse è solo un'impressione: il climax narrativo è raggiunto dall'assedio di Famagosta, reso davvero in modo superlativo, che ammazza un po' il resto del romanzo. (Oltre a Bragadin). Aggiungo a quanto di buono già detto che stimo i Wu Ming anche per la loro capacità di produrre uno sforzo teorico, senza il quale qualsiasi forma narrativa si riduce a sterili storielle, magari gradevolissime, ma senza capacità di comprendere la realtà. Altai è un romanzo storico con i piedi saldamente piantati nel presente, che fa molto riflettere sul concetto di identità. Davanti agli effetti della globalizzazione, in tempi di ansie o addirittura di nevrosi identitarie (ah, le nostre tradizioni!), Altai ci accompagna in un viaggio tra lingue e culture diverse e ci offre una unica ragionevole certezza: siamo il prodotto del sedimentarsi del tempo, con tutte le sue innumerevoli contraddizioni. Un piacevole ritorno.
Voto: 4 / 5
Andreino (14-01-2010)
Cosa dice di falso la fascetta? Dice: "quindici anni dopo l'epilogo di Q". E infatti in questo romanzo sono passati quindici anni dall'epilogo di Q, e quindici anni dopo scopriamo cos'è successo a Istambul a Joao, Beatriz, Duarte e Ludovico (che qui, come nella migliore tradizione wu ming, hanno tutti nomi diversi: Yossef, Gracia, David e Ismail, ma sono esattamente gli stessi personaggi, nel caso qualcuno leggendo in tutta fretta non se ne fosse accorto!!!). Ci sono le copie del Beneficio di Cristo, compaiono personaggi come Pietro Perna, c'è la battaglia di Frankenhausen (in una fase che in Q non veniva descritta). In che senso la storia di Q e quella di Altai non avrebbero "nulla a che vedere l'una con l'altra"? Che strana affermazione...
Voto: 5 / 5
Marco bdicharlus@hotmail.com (13-01-2010)
Ho finito stamattina di leggere Altai e devo dire che è stata una lettura molto piacevole, frutto di una accurata ricostruzione storica degli ambienti del Mediterraneo orientale della seconda metà del Cinquecento. Chi ama il romanzo storico non può restare deluso. Trovo però che alcune delle vicende narrate siano un po' troppo inverosimili (ad esempio la presenza di De Zante/Cardoso prima all'assedio di Famagosta e poi alla battaglia di Lepanto, alla quale addirittura prende parte, senza alcun convincente motivo), diciamo 'tirate per i capelli' il che lascia alla fine la sensazione di un prodotto artificiale. Concordo pienamente con i lettori indignati perché l'editore ha messo la fascetta con su scritto 'quindici anni dopo l'epilogo di Q': le due storie non hanno niente a che spartire tra di loro e da questo punto di vista si tratta di una bieca operazione commerciale, presumo fatta per incrementare le vendite del libro.
Voto: 3 / 5
M@rco (10-01-2010)
Dopo il fallimento degli anabattisti decisi a creare una nuova Sion, eccoci alla sconfitta di un gruppo di ebrei lanciati alla conquista di un nuovo regno. Anche l'inizio dell'Era Moderna è disseminato di cadaveri e illusioni infrante. "Q" e "Altai" ce lo ricordano mirabilmente. Solo che bisogna saperli leggere per le profonde riflessioni filosofiche che ci invitano a fare, oltre che per la straordinaria e agghiacciante modernità dei conflitti che rievocano. Altrimenti non ci si capisce nulla e si corre il rischio di finire confusi e delusi come il povero Mimi Reis. Il pirata pugliese che combatte i cristiani invocando la protezione di san Nicola e che si infila nel bel mezzo della battaglia di Lepanto come se si trattasse, né più né meno, di un'altra occasione per fare bottino. Altai ci ricorda e ci conferma che dopo i fatti descritti in "Q" (rileggere il suo epilogo per convincersene): altri hanno sollevato il capo, altri hanno disertato. Perché ...il tempo non cesserà di elargire sconfitte e vittorie a chi proseguirà la lotta. Chi sono il Yossef Nasi e il Gigante del 2010? E chi il Consigliere?
Voto: 5 / 5
Valentina (09-01-2010)
Seguito o no di Q (per me lo è nella misura in cui poteva esserlo), è semplicemente l'ultimo capolavoro dei Wu Ming. Fa emozionare per la riscoperta di "vecchi amici" e fa riflettere facendoci confrontare ancora una volta con il punto di vista degli sconfitti, sempre il più difficile da conoscere. Il miglior regalo di Natale.
Voto: 5 / 5
Francesca Meneghetti (08-01-2010)
Altai, come tutti i romanzi storici è denso del senso del presente. In esso si riflette un punto cruciale del nostro tempo: quello delle frontiere culturali e religiose tra i tre monoteismi del Mediterraneo. Se la battaglia di Lepanto – mito di vittoria sulla Mezzaluna, volutamente amplificato dall’Europa cristiana, al fine di far dimenticare la perdita di Cipro e l’interesse di Venezia a riprendere subito gli affari con il Turco – sta alla fine del libro, l’inizio ha il tono apocalittico del 11.9, con l’esplosione dolosa dell’Arsenale di Venezia (1568). Ne spunta subito fuori il protagonista, un eroico anti-eroe, ondivago rispetto alla propria identità culturale e religiosa, costretto dagli eventi e dal caso a riscoprire le proprie radici ebraiche. Attorno a lui si muovono personaggi realmente esistiti, come Josef Nasi e la zia Gracia Nasi, una straordinaria figura femminile del ‘500: entrambi protettori di tutti i perseguitati per motivi di fede e convinti, a torto, di poter realizzare una comunità protetta per costoro, all’interno dell’impero ottomano. Ricompare nel libro anche una vecchia conoscenza dei lettori di Q, Tiziano l'anabattista. La capacità di mescolare narrazione fittizia e dati storici (straordinaria la full immersion in un’altra epoca) è sicuramente uno dei meriti di questo libro, il cui intento sembra quello di dimostrare il valore delle differenze: a patto di tirarsene fuori e di osservare le cose dall’alto, come i falchi dei monti Altai. La stessa scelta di ricorrere a calendari diversi e a molteplici lingue denota uno sforzo di sollevarsi al di sopra di tanto etnocentrismo velenoso, figlio della globalizzazione. La lettura è avvincente, almeno per chi ha passione per la storia. L’impressione però è che ci sia sotto, al di là di una certa passione, un’arte di maniera. Non sarà la catena di montaggio di certi romanzieri di successo, ma una certa perizia artigianale, che porta a riprodurre moduli narrativi già collaudati, sì.
Voto: 4 / 5
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